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07/10/2026 09:12:00

Brasile e Spagna, la giustizia sociale alla prova delle urne

I ribelli delle disuguaglianze sociali, invisi a Trump.

 

Nelle elezioni del 4 ottobre, Luiz Inácio Lula da Silva, presidente del Brasile e ricandidato alla guida della nazione, ha ottenuto il 45,16% dei consensi. L’avversario, Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro e vicino a Donald Trump, lo ha superato di quasi due punti, ottenendo il 47,03%. Deciderà il ballottaggio del 25 ottobre.

La precedente presidenza di Lula (2003-2010) è stata caratterizzata anche dal programma di edilizia popolare “Minha Casa, Minha Vida”, che ha facilitato l’accesso alla casa di proprietà per le famiglie a basso reddito. Nel 2025, grazie anche alle politiche del piano “Brasil sem Fome”, il Brasile è uscito dalla Mappa della Fame dell’ONU: meno del 2,5% della popolazione si trova in condizioni di denutrizione. La mappa è elaborata dalla Fao e misura l’accesso a un’alimentazione sufficiente per una vita attiva e sana.

La mattina del 5 ottobre Pedro Sánchez ha sciolto le Camere e convocato elezioni anticipate per il 29 novembre. La decisione è arrivata dopo la bocciatura dei due decreti sull’abitazione elaborati dal governo in risposta alla mobilitazione sociale seguita allo sfratto, a Madrid, dell’87enne Maricarmen Abascal, portata fuori in barella dall’appartamento del Retiro in cui viveva da oltre 70 anni. Il fatto ha portato nelle strade della capitale spagnola migliaia di persone.

Prima della sua riforma del lavoro, un lavoratore su quattro era precario. Oggi in Spagna il contratto a tempo indeterminato è la regola e il contratto a termine va giustificato. Sánchez ha alzato il salario minimo di oltre il 60%. Ha investito sull’energia eolica e solare e, nei primi mesi di quest’anno, l’elettricità all’ingrosso in Spagna costava un terzo rispetto all’Italia.

 

L’intenzione di Sánchez era di continuare la legislatura e portarla alla scadenza naturale, per proseguire gli investimenti su casa, istruzione e sanità. Poi, riconoscendo gli errori del governo, ha motivato la decisione di tornare alle urne in questi termini: «Serve una maggioranza progressista più ampia per piegare le élite economiche e sociali molto potenti, che non si presentano alle elezioni ma vogliono continuare a controllare il nostro Paese. Noi intendiamo restare un baluardo di giustizia sociale».

Due pessime notizie, a poche ore di distanza, per chi governa a favore degli ultimi senza abbassare lo sguardo davanti ai potenti del mondo.

La giustizia sociale rischia un ulteriore arretramento.

 

Vittorio Alfieri