Come chiamare uno dei luoghi più suggestivi del territorio di Campobello di Mazara? “Cave di Cusa” è la denominazione ormai entrata nell'uso comune, ma per Tullio De Mauro, uno dei più autorevoli linguisti italiani del Novecento, sarebbe più corretto parlare di “Rocche di Cusa”.
La riflessione del linguista, già ministro della Pubblica Istruzione, risale a dieci anni fa ed è stata recentemente riportata all'attenzione dal professor Italo Farnetani. A ricostruire la vicenda è Prima Pagina Mazara, da cui emerge il particolare episodio legato alla visita di De Mauro al sito archeologico.
L'osservazione di De Mauro
Era il 2016 quando Farnetani, come riporta - PrimapaginaMazara -, insieme alla moglie Maria Cristina, e il pediatra marsalese Angelo Tummarello, con la moglie Vitarita, incontrarono Tullio De Mauro nella sua abitazione affacciata sullo Stagnone di Marsala.
Il linguista aveva visitato poco tempo prima l'area di Cusa e, parlando del sito, aveva posto l'accento proprio sulla denominazione. Secondo De Mauro, “cave” non sarebbe il termine più appropriato per descrivere il luogo nella sua interezza.
La differenza, per il linguista, non era una semplice questione di forma.
Perché “Rocche”
La parola “cava” rimanda infatti all'attività compiuta dall'uomo per estrarre la pietra. “Rocca”, invece, identifica la formazione rocciosa naturale sulla quale successivamente si è sviluppata l'attività estrattiva.
Ed è proprio questo, secondo la lettura di De Mauro, l'elemento da mettere in primo piano nel caso di Cusa. Nell'uso linguistico della Sicilia occidentale, il termine “rocca” può indicare infatti anche un vasto banco di pietra naturale affiorante e non soltanto una formazione elevata del terreno.
Da qui la preferenza per “Rocche di Cusa”, una denominazione che, nella sua interpretazione, restituirebbe meglio la natura originaria del sito.
Quelle colonne rimaste sulla roccia
Il fascino delle Rocche di Cusa è legato anche a ciò che ancora oggi si può osservare sul posto. Il sito conserva infatti i resti della lavorazione del calcare destinato alla costruzione dei templi di Selinunte.
I grandi blocchi e i giganteschi rocchi di colonne rimasti sul terreno raccontano di un cantiere che venne improvvisamente abbandonato. La data è quella del 409 avanti Cristo, quando la conquista cartaginese di Selinunte determinò l'interruzione dei lavori.
Il risultato è un paesaggio archeologico unico: colonne non completate, blocchi appena lavorati e tracce dell'estrazione sono rimasti lì, trasformando l'antica area produttiva in una testimonianza diretta delle tecniche utilizzate dagli antichi Greci.
Una questione di identità
La riflessione di De Mauro assume così un significato che va oltre la semplice correttezza linguistica. Dare un nome a un luogo significa anche raccontarlo e attribuirgli un'identità.
“Cave di Cusa” richiama soprattutto l'attività estrattiva che vi si svolgeva; “Rocche di Cusa” pone invece l'accento sulla formazione naturale dalla quale tutto ebbe origine.
Una distinzione che, a distanza di dieci anni dalla riflessione di De Mauro, torna a far discutere e invita a guardare con maggiore attenzione a uno dei patrimoni archeologici più importanti del territorio trapanese.