×
 
 
08/10/2026 06:00:00

Storie dal manicomio. Fiorella e la calligrafia da prima elementare

 Scrivere qualcosa di diverso rispetto a cronaca, politica e inchieste, deviando verso i corridoi polverosi degli ex manicomi toscani, forse ha portato l’algoritmo, signore invisibile che governa la nostra vita digitale, ad una diffusione a scartamento ridotto. Soprattutto se scrivi dalla provincia di Trapani. O forse l’algoritmo non c’entra nulla e le vicende del manicomio non destano particolare interesse in un flusso continuo di notizie che diventano Reel, Stories e altro intrattenimento.

In ogni caso l’esercizio dell’inutile, di cui si parlava nella presentazione di questa (brevissima) serie di articoli, sembra funzionare: è in qualche modo una forma di resistenza culturale. Dopo la prima storia, quella di Ettore, ecco allora la seconda puntata. 

La lettera mai spedita di Fiorella e la canzone di Cristicchi

 

C’era un tavolo all’interno del parlatorio dell’ospedale psichiatrico di Volterra, in provincia di Pisa, dove le parole cercavano disperatamente di varcare il confine tra la reclusione e la vita. Chi, prima degli anni ’70 aveva ancora la forza di impugnare una penna si sedeva per scrivere a casa: ai padri, ai mariti, alle madri, alle famiglie. Quasi mai quei fogli però arrivavano al destinatario. Quelle lettere non venivano mai imbucate, ma lette, valutate e archiviate per sempre nelle cartelle cliniche.

 

Scrivere non era un ponte teso verso l’esterno, ma una manifestazione della patologia.

Il dolore, la solitudine e le invocazioni d’aiuto venivano così trasformati in un sintomo da catalogare, convertendo ogni riga in una testimonianza fossile custodita negli archivi della burocrazia del manicomio.

E tra queste migliaia di fogli rimasti sepolti per decenni c’è la lettera di Fiorella a suo padre, che ha attraversato il tempo fino a diventare la scintilla di una delle canzoni più struggenti di Simone Cristicchi:  Ti regalerò una rosa. Nel pezzo, Fiorella diventa Antonio, un paziente nato dalla sintesi di molte storie reali; il destinatario non è più il padre, ma Margherita, la donna amata all’interno dell’istituto; e la rosa rossa per dipingere ogni cosa è un dettaglio ispirato al ricordo reale di un'infermiera di Volterra, che ogni mattina trovava sulla propria scrivania un fiore fresco lasciato in segreto da un ricoverato.

 

“Caro babbo – scrive Fiorella - so già che ti arrabbierai nel vedere questa calligrafia da prima elementare, ma capirai bene che quando una persona ha sofferto tanto quanto me, non possono che tremargli le mani, giacché il cuore non scoppia mai...»

E la mano non smette di tremare per gli strascichi della sofferenza inflitta da quella che un tempo veniva considerata cura, “una ragazza che deve fare l'insulina legata nel letto per ben due mesi”. Nessuna malattia mentale e nessun diabete. Era la terapia del coma insulinico: indurre nel paziente uno stato di coma ipoglicemico profondo con massicce dosi di insulina, sei giorni a settimana per una durata di due mesi. Azzerare l’attività metabolica cerebrale nella convinzione di poter “resettare” la mente del paziente. Quella sì, pura follia.

 

E la protesta veniva punita con l’isolamento

“Penso comunque di stare più tranquilla che posso, perché qui è molto più facile entrare in cella che uscirne subito”. Poi, accanto alla denuncia, affiora il grido della carne e della solitudine: i dolori atroci alla pancia che le danno un senso di soffocamento, ricordando di piangere da tre settimane gridando i nomi dei suoi cari.

 

La lettera fu giudicata inopportuna — forse perché conteneva accuse esplicite sui maltrattamenti, forse perché la famiglia aveva già reciso ogni legame — e fu infilata per sempre nella sua cartella clinica. Trasformata in sintomo, smise di essere una richiesta d’aiuto e divenne la conferma dell’incapacità di adattamento. Bloccando la corrispondenza, il manicomio garantiva l’isolamento totale del recluso, impedendo che qualsiasi notizia filtrasse all’esterno.

 

Quando, alla fine del Novecento, gli ospedali psichiatrici chiusero definitivamente,

quel patrimonio di parole sequestrate fu riscoperto e finì in un libro intitolato La corrispondenza negata. Fu proprio sfogliando quelle pagine durante il suo viaggio d’inchiesta tra gli ex manicomi che Simone Cristicchi trovò la voce per la sua canzone, spalancando una finestra di empatia su un mondo dimenticato. La realtà di Fiorella era ancora più nuda e priva di consolazione: non c’era alcuna storia d’amore a fare da scudo, soltanto una ragazza sola che chiedeva al padre di essere riabbracciata.

 

Parole liberate troppo tardi dal peso dell’archiviazione clinica. Ma in tempo per tornare ad essere quello che erano sempre state: la testimonianza indistruttibile di uomini e donne che, dentro il buio dell’istituzione, hanno continuato a reclamare il diritto di essere riconosciuti come esseri umani.

 

Egidio Morici



Di seguito il testo integrale della lettera di Fiorella

 

Ospedale psichiatrico Volterra, lunedì 19.

 

"Caro babbo, so già che ti arrabbierai nel vedere questa calligrafia da prima elementare, ma capirai bene che quando una persona ha sofferto tanto quanto me, non possono che tremargli le mani, giacché il cuore non scoppia mai.

Te lo sai già, come altre volte ti ho già ripetuto, che queste cure sembra, almeno per ora, che non facciano per me. Penso comunque di stare più tranquilla che posso, perché qui è molto più facile entrare in cella che uscirne subito.

Sono circondato da persone che la sanno molto più lunga di te e di me riguardo al mio modo di vivere e delle cure che mi hanno fatto a Pisa, come ricorderai bene. Ora soltanto riesco a comprendere gli spregi che hanno potuto fare sulla mia persona in quella maledetta clinica, ma purtroppo sai bene che una ragazza che deve fare l'insulina legata nel letto per ben due mesi e se un giorno viene chiamata dal dottor [nome censurato] perché lui stesso volle sapere da me gli spregi che potrebbero aver pensato che mi facessero ad occhi chiusi, non risposi perché soltanto ora vengo a conoscenza della cosa. Mi dispiace assai perché non sapendo mai chi ringraziare di tanta crudeltà, avrò un pensiero di più nella testa che per dire la verità mi tormenta e mi ha sempre tormentato assai.

Sono cose che si dicono meglio a voce, perciò sarà graditissima una tua visita e naturalmente anche dei miei fratelli, specialmente il pensiero di [nome censurato] mi assilla molto perché da quando sono in questa odiata città non l'ho più veduto e ho da dire che vi penso tanto, in buona salute si sbaglierebbe. È un anno pieno di novità che ci capisco meno di prima.

Vieni presto perché sono ben tre settimane che piango gridando i vostri nomi. Auguri. Auguri. Spero che il dottore ti spieghi il modo di curare la malattia mia anche quando sarò a casa, perché tutt'ora ho sofferto di dolori atroci alla pancia che mi danno un senso di soffocazione.

Ciao. Ciao. Vi penso sempre”.