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11/10/2026 11:57:00

Trapani, sit-in per l’acqua contaminata: una crisi senza fine 

L’acqua che non arriva dai rubinetti e se arriva é contaminata,quella che bisogna cercare altrove, pagare e aspettare. 

 

E poi le domande, che da luglio si accumulano insieme alle spese, senza che per tutti sia ancora arrivata una risposta definitiva. 

 

A Trapani l’emergenza idrica continua a scandire la quotidianità di famiglie, condomìni e attività commerciali, trasformando un servizio essenziale in una preoccupazione costante.

 

In via Riccardo Passaneto, dove l’acqua contaminata ha imposto di fare i conti con una normalità stravolta, c’è anche una parrucchieria che da mesi prova a lavorare in queste condizioni. La titolare ha speso circa 1.500 euro per rifornirsi attraverso autobotti private. Una cifra che pesa sul bilancio di un’attività commerciale e che racconta, meglio di tante dichiarazioni, cosa significhi convivere con un’emergenza che non si risolve con la chiusura di un rubinetto.

 

Ma ai costi si aggiunge l’incertezza. 

Molte utenze affermano di non conoscere ancora i risultati delle analisi, che dovrebbero contribuire a chiarire quando e a quali condizioni sarà possibile tornare alla normalità. 

Non sapere quando finirà l’emergenza significa anche non poter programmare il lavoro, organizzare le spese e guardare con serenità ai giorni successivi.

Un countdown quotidiano, che separa la crisi da una soluzione annunciata ma non ancora attuata.

 

È da storie come questa e da una lunga sequenza di disagi che coinvolgono cittadini rimasti senza collegamento alla rete idrica, che nasce il sit-in promosso per oggi pomeriggio, alle 17.30, davanti a Palazzo Cavarretta, dal Comitato spontaneo “L’acqua è un diritto di tutti”. 

Una protesta pacifica per chiedere chiarezza, tempi certi e risposte concrete a chi, da mesi, vive con i contatori chiusi e deve arrangiarsi per avere l’acqua necessaria alla vita quotidiana.

 

Il paradosso delle autobotti

C’è un punto che più di altri alimenta la rabbia dei cittadini: il ricorso alle autobotti private. Prima dell’emergenza, acquistare acqua da un operatore privato era una possibilità a cui famiglie e condomìni potevano ricorrere quando necessario.

 

 Adesso, invece, chi si trova con il rubinetto a secco deve districarsi tra procedure, autorizzazioni, controlli e indicazioni che non sempre appaiono semplici da comprendere.

La domanda che il Comitato porta in piazza è diretta: perché una pratica  come comprare autobotti dai privati, prima considerata normale, è diventata così complicata proprio quando l’acqua manca?

 

Il nodo, naturalmente, non è quello dei controlli sulla qualità dell’acqua, che sono indispensabili per tutelare la salute pubblica e la norma che ne impone la potabilità.

 

A settembre, le verifiche della Guardia di finanza avevano acceso i riflettori su rifornimenti effettuati con acqua proveniente da pozzi autorizzati per usi irrigui, ma non per il consumo umano. Il problema denunciato dai cittadini è un altro: come garantire un approvvigionamento sicuro e tempestivo quando il servizio pubblico non riesce a soddisfare tutte le richieste? 

Il Comune ha previsto la possibilità di utilizzare autobotti private in possesso dei requisiti di legge, affidando loro consegne programmate e riconoscendo il corrispettivo previsto per il servizio. Una misura pensata per aumentare i mezzi disponibili e alleggerire una macchina organizzativa che, finora, si è dimostrata insufficiente rispetto alle necessità. 

 

Resta, però, la distanza tra le decisioni amministrative e l'esperienza concreta di chi aspetta l'acqua, deve capire a chi rivolgersi e, nel frattempo, continua a pagare di tasca propria. È questa distanza che il Comitato vuole riportare al centro del confronto pubblico.

 

Da marzo una crisi senza fine

La vicenda si trascina da mesi. L’emergenza è legata alla contaminazione della rete idrica che ha interessato diverse strade della città, con utenze escluse dal servizio e divieti di utilizzo dell’acqua per fini potabili. 

Nei mesi scorsi, le rassicurazioni sui tempi di consegna delle autobotti si sono scontrate con le testimonianze di residenti costretti ad aspettare anche per settimane. Il Comitato ha raccolto segnalazioni, chiesto interventi e portato la voce dei cittadini anche davanti alla Commissione consiliare d’inchiesta sul sistema idrico.

 

Il quadro, nelle ultime settimane, si è arricchito di annunci su verifiche e interventi per arrivare alla riapertura graduale delle utenze. Ma gli aggiornamenti sui risultati delle analisi e sui tempi effettivi del ritorno alla normalità restano, per chi vive nelle zone interessate, una questione decisiva. E finché non ci saranno risposte definitive, ogni giornata continuerà a essere organizzata intorno alla ricerca dell’acqua.

 

La protesta e l’incontro in Prefettura

Il sit-in di oggi vuole dare visibilità a un disagio che rischia di diventare invisibile proprio perché si trascina da troppo tempo. 

Davanti a Palazzo Cavarretta si incontreranno cittadini che condividono la stessa difficoltà, ma che spesso devono affrontarla separatamente, tra richieste di rifornimento, spese impreviste e procedure da seguire.

 

Domani il Comitato sarà ricevuto dalla prefetta Daniela Lupo, alla quale intende rappresentare i disagi accumulati in questi mesi e chiedere attenzione per una situazione che riguarda un diritto essenziale. La Prefettura ha già seguito l’emergenza attraverso diversi incontri istituzionali, coinvolgendo amministrazione comunale, Regione, Protezione civile, Asp e gli altri soggetti competenti. Il nodo, adesso, è tradurre il coordinamento in risposte percepibili da chi vive quotidianamente il problema.

La storia della parrucchieria di via Riccardo Passaneto, con i suoi 1.500 euro spesi per le autobotti, la storia di Mimma, la storia di chi non denuncia le contaminazioni per paura di aver chiuso il contatore, sono il simbolo di un’emergenza che non riguarda soltanto la qualità dell’acqua, ma anche il costo economico e sociale della sua assenza.

 

Perché l’acqua non è una comodità da acquistare quando serve. È un diritto. E quando viene a mancare per mesi, non basta indicare una procedura o annunciare un nuovo servizio: bisogna fare in modo che funzioni, che sia accessibile e che nessuno sia lasciato solo a sostenere il peso di una crisi che non ha provocato.