Il dolore per i luoghi della mia infanzia e la responsabilità politica dopo mesi di caldo anomalo
di Giuseppe Passalacqua
Le immagini apocalittiche del 9 ottobre tra Petrosino e Marsala mi fanno male in un punto preciso della memoria.
Riconosco quei luoghi prima ancora di leggere le didascalie in tv o sui social. Sono i luoghi della mia infanzia, quelli nei quali ho imparato la natura pescando sott’acqua.
A Petrosino il mare è stato una forma di educazione. La posidonia che si piegava alla corrente, il polpo confuso con la roccia, il guizzo dei saraghi mi insegnavano a osservare e ad aspettare. Con il fucile lungo il braccio entravo in un mondo che non aveva bisogno di me per esistere. Dovevo impararne i movimenti, riconoscere i miei limiti, capire quando risalire. Ancora oggi, quando penso a quella costa, sento il segno della maschera sul viso, I gesti del mio compare Dario e il sollievo del primo respiro fuori dall’acqua.
Adesso il pensiero va alle persone ferite, alle famiglie con le abitazioni danneggiate, a chi deve rimettere in piedi la propria attività, agli alunni della scuola di Terrenove Bambina. A tutti loro va la mia vicinanza che continuerà anche quando le immagini smetteranno di circolare. Perchè il dolore di una comunità dura molto più della sua presenza nelle notizie.
In giorni come questi, anche la letteratura può essere un viatico per ricominciare. Ci aiuta a dare un nome allo smarrimento. Leggendo i grandi del passato, riconosciamo in parole scritte altrove qualcosa che ci riguarda, e il dolore trova una possibilità di essere condiviso.
Il regista Ermanno Olmi, raccontando il Lambro nel milanese, osservava gli uccelli e la vegetazione cresciuta intorno alle aree industriali dismesse. Si fermava sulla vita che tornava a occupare quegli spazi, sugli alberi e sui piccoli rifugi lungo le sponde. Il suo sguardo mi ricorda la pazienza imparata da quei nonni conosciuti nelle contrade di Rakalia, Fontanelle, Santo Padre, Cutusiu, Terrenove, Strasatti o dai pescatori di Mazara del Vallo: occorre restare fermi a lungo per accorgersi di quante cose si muovano.
È un’attenzione che vorrei conservare anche adesso, davanti alle immagini di Petrosino: riconoscere ogni esistenza, ogni abitudine interrotta, ogni piccolo segno da cui la vita quotidiana può riprendere.
Lo scrittore Claudio Magris, in Danubio, segue un fiume attraverso le storie delle persone e dei popoli, intrecciando il viaggio nei luoghi a quello nella memoria. Le sue pagine mi aiutano a capire quanto di noi depositiamo in un paesaggio. Una strada conserva i passi di chi l’ha percorsa; una riva, le voci di chi vi è cresciuto. Ricominciare a Petrosino significa dare continuità a questi legami, permettere che altre vite possano riconoscersi negli stessi luoghi e aggiungervi la propria storia.
Ci sono poi libri che ci accompagnano attraverso domande più difficili. Il filosofo Voltaire, davanti alla distruzione di Lisbona nel 1755, si ribellava a chi pretendeva di giustificare la sofferenza dentro un ordine perfetto del mondo. Nelle sue parole trovo il riconoscimento di un diritto elementare: chi soffre può lamentarsi, chiedere aiuto, rifiutare che qualcuno attribuisca alla sua disgrazia un significato consolatorio. Anche ricominciare richiede questo rispetto, il tempo necessario perché ciascuno possa raccontare ciò che ha vissuto senza sentirsi obbligato a ricavarne una lezione.
E infine il grande Leopardi, che nel Dialogo della Natura e di un Islandese, ci mette davanti a una natura estranea alla nostra felicità e alla nostra infelicità. È una lettura inquieta quella di Giacomino, che lascia aperta la domanda sul senso del patire. Rileggendola oggi, sento più urgente la responsabilità di prestarci quell’attenzione che il mondo naturale non può garantirci. Da queste pagine ricavo una speranza esigente, affidata alla nostra capacità di ascoltare, soccorrere e prenderci cura.
La letteratura può accompagnare il ricominciare proprio così: aiutandoci a riconoscere ciò che abbiamo amato e ciò di cui, insieme, dobbiamo tornare a occuparci.
Ma il nostro tempo aggiunge una responsabilità precisa: le attività umane, attraverso le emissioni di gas serra, hanno riscaldato il pianeta. L’IPCC lo afferma senza ambiguità. L’indifferenza della natura non può diventare un alibi per la nostra.
L’estate appena trascorsa merita di essere ricordata per i suoi dati. Secondo il bilancio del CNR-IBE, elaborato sulla base del dataset ERA5-Land, quella del 2026 è stata l’estate più calda in Italia nella serie che parte dal 1950. Ad agosto la temperatura media nazionale ha superato di 3,5 gradi la media del periodo 1991–2020. Parliamo di una media mensile sull’intero Paese: ridurla alla constatazione che d’estate fa caldo significa perdere la misura del cambiamento.
Anche il mare ha attraversato una stagione anomala. Il bollettino estivo di Mercator Ocean International segnala temperature superficiali superiori alla media in gran parte del Mediterraneo e indica che, nel corso della stagione, il 95 per cento del bacino è stato interessato da ondate di calore marine classificate almeno come forti.
Il mare nel quale abbiamo imparato a nuotare e pescare sta cambiando condizioni. L’acqua più calda può cedere all’atmosfera più calore e umidità, contribuendo ad
alimentare temporali intensi quando si combinano gli altri ingredienti necessary.
Su questo bisogna essere rigorosi. Attribuire i tornado di Petrosino al cambiamento climatico richiederà un’analisi specifica. Ma riconoscere questo limite servirà a prendere sul serio la scienza. Sarebbe però altrettanto scorretto usare l’incertezza sul singolo episodio per ignorare il riscaldamento documentato dell’aria e del mare che stiamo vivendo da decenni.
Il filosofo Slavoj Žižek osservava che possiamo conoscere il rischio ecologico “senza credere davvero che si realizzerà” e che quando la catastrofe arriva, la assorbiamo nella normalità. È questa distanza tra conoscenza e azione che oggi mi preoccupa.
La mia denuncia riguarda questa forma di abitudine. Ogni scelta energetica, ogni investimento nei trasporti, ogni decisione su come costruire e proteggere il territorio dovrebbe misurarsi con il clima che abbiamo davanti. Continuare a rinviare la riduzione delle emissioni significa trasferire rischi e costi su chi abiterà quei luoghi negli anni successivi. E le conseguenze pesano diversamente: chi dispone di meno risorse incontra più difficoltà a proteggersi, riparare una casa, interrompere il lavoro o ricominciare.
Per Petrosino e per il territorio marsalese servono aiuti rapidi e verificabili. La ricostruzione dovrà accompagnarsi a controlli sulla sicurezza degli edifici, delle coperture e delle strutture esposte al vento, soprattutto nelle scuole. I piani di protezione civile devono essere conosciuti e praticabili, gli avvisi comprensibili, le esercitazioni parte della vita ordinaria. Ai Comuni, alla Regione e allo Stato bisognerà pretendere risorse, scadenze e rendicontazione pubblica degli interventi. Perchè la prevenzione si misura anche in ciò che è stato fatto prima che arrivi un’altra emergenza. Ridurre le emissioni climalteranti e adattare il territorio sono impegni da portare avanti insieme. Nessuno può promettere che un tornado non tornerà.
Quando penso a Petrosino, continuo a vedere quel ragazzo che riemergeva dal mare e si sedeva sullo scoglio in piattaforma o al Biscione, con l’acqua che gli scendeva dai gomiti.
Vorrei che altri potessero conoscere quella stessa felicità, Vorrei essere vicino a Petrosino con la precisione di un gesto utile: reggere qualcosa mentre un altro la solleva, liberare un passaggio, restare ad ascoltare una voce finché riesce a finire il suo racconto.
Quel ricordo mi lega ancora di più a chi abita questa costa e che deve trovare la forza di ricominciare. Vorrei conservare così la speranza: con i piedi ancora nell’acqua, voltandomi verso chi arriva, facendo posto sulla pietra asciutta e con una poesia.
Di Giuseppe Passalacqua , un marsalese mancato
Unni mi nsignai lu munnu
Puema pi Pitrusinu
Eu ti canùsciu ri sutt’acqua, Pitrusinu,
ri la banna ri li petri anniati,
unni a luci si rumpi supra u schinu
ri sàrachi, e sana torna, iddi passati.
Arrè li spaddi mi ristava u paisi,
cu i mura cauri e i vuci ri li casi;
eu scinnia finu a quannu u sangu ntisi
fari nta l’aricchi un rumureddu, quasi.
L’àlica si calava tutta para
e poi, adàciu adàciu, si susia;
i trigghi arriminàvanu la rina chiara,
u purpu, attornu a l’occhi, si mittia
u culuri ri la petra. Bisugnava
stari fermi assai, senza un muvimentu,
pi vìriri quantu cosa si cataminava
nta dd’acqua chi paria senza ventu.
Cu u fucili longu u vrazzu, stinnutu,
mi nsignava a pacenzia ri li scogghi,
u canciu ri currenti, nta peddi sintutu,
i distanzi chi l’acqua strinci e cogghi.
U pisci chi circava, iddu circava
u so riparu. Nta u stissu chiaruri
èramu, e ognunu a so vita abbadava,
ognunu cu i so’ fatti e i so’ primuri.
Puru a morti ci stava, nta ddu mari.
L’avia tinuta mmanu, a l’impruvvisu:
un pisci chi tannu tannu, nto natari,
era sulu muvimentu, e ora un pisu.
Eppuru ci turnava, stati pi stati,
cu u disìu ri taliari ancora.
E quannu u ciatu mancava, l’occhi isati,
vidia trimari u celu ri l’acqua, allora.
Era un velu vicinu, nicissariu, finu.
Assummava nto ventu: arrè li casi,
na vuci ri la riva, u suli chinu
supra l’occhi chiusi. Quantu grazzii trasi
rintra un gestu chi nui, senza pinsari,
chiamàvamu sulu «pigghiari ciatu».
Ri tannu mi la portu, sta riva ri mari,
puru unni u mari nun è mai arrivatu.
Basta u ciàuru d’una corda vagnata,
u sali chi arresta supra na manu,
e na strata furastera, a la vutata,
pigghia pi casa, puru ri luntanu.
Ci su’ lochi chi rintra nni crìscinu ancora:
sàrvanu u cauru d’un doppumanciari,
un violu nta li vigni, e i peri ch’allora
circàvanu u scogghiu menu pizzutu pi pusari.
Accussì l’acqua travirsìa l’annati:
sutta li ponti, allatu i fràbbichi astutati,
nta canni unni un aceddu fa lu niru;
si porta a bbasciu nnomi ri citati
e lingui chi nuddu parra, mancu nt’un suspiru.
A la me riva tòrnanu palori
chi quarcunu, prima ri tuffàrisi, gridau.
Mi nn’arresta u sonu nta lu cori:
a fini, u ventu si la carriau.
Oggi du’ dragunari vìnniru ri mari.
L’aria si strinciu, tutta s’avvitau,
pigghiau u pisu ri zoccu avia a strascinari
e mmenzu li cuntrati si nni passau
senza canùsciri i nnomi nta li porti,
senza sapiri unni fui picciriddu.
Talìu li fotu e cercu, nta ddi cosi torti,
u puntu unni pusava u peri, friddu,
niscennu ri l’acqua. Canùsciu na strata,
na distanza, u celu comu scinni nta li tetti.
E m’addugnu chi pi anni l’aiu pinsata
accussì: o riparu, zoccu nto ricordu unu metti.
Viniti, vuàtri chi attruvati un beni
nto scumpigghiu ri ogni mala sorti.
Cuntàtilu a na casa unni u ventu veni
e trasi, senza cchiù finestri e porti.
Chi ci mancava, pi èssiri pirfettu, o munnu
quannu dda finestra era sana ancora?
Chi cuntu si paría, nfunnu nfunnu,
cu u scantu ri cu’ ddà rintra addimora?
Lassati armenu chi u duluri, u chiantu,
nun avi a dari cuntu ri la so vuci.
Chi cu’ trema pò diri: «Eu mi scantu»,
senza chi nuddu ci metti n’àutra cruci:
chidda ri aviri puru a ringrazziari
pi na lizzioni chi nun vulia mparari.
E allura mi votu a tia, Natura,
comu dd’omu d’Islanda chi firriau
tutta la terra, e ri chianura in chianura
un locu unni nun pàtiri circau.
Eu ti circava, mmeci. Trasia a mari
pi stàriti vicinu, disarmatu
ri ogni palora, e ti vinia a ncuntrari
cu rintra lu pettu u ciatu cuntatu.
Iddu fuia u to jelu, i to’ diserti;
eu aspittava a stati pi turnari.
Ri strati luntani, cu l’occhi aperti,
a la stissa dumanna nn’appimu a truvari.
E m’arrìvanu li palori
chi Liupardi ti misi nta la vucca:
«Immaginavi tu forse che il mondo
fosse fatto per causa vostra?»
Talìu arrè lu mari. L’acqua chi mi tinia
nun sapia nenti, ri purtari a mia.
U suli chi li spaddi m’asciucava
lucia puru nte pisci, nta li spini,
nte petri senza nnomu, e alluminava
i varchi ri cu’ nun niscia cchiù, a li banchini.
Eppuru na risposta ti vulissi dari:
m’abbastava dda riva, e nenti cchiù.
Na strata ri fari a lu turnari,
i cosi a lu so postu, comu fu,
e quarcunu chi senti gràpiri a porta.
Quantu picca, certi voti, addumannamu,
e ddu picca comu crisci, e quantu mporta,
quannu quarcosa u minazza e nui u taliamu.
Tu sèquiti a sfari e a ricusiri.
A fogghia fràcita civa la rarica,
un pisci nta n’àutru pisci va a finiri,
u sali a petra travagghia e fatica,
dda petra unni appuiava, picciriddu, i manu.
Puru u me gestu ri piscaturi
facia parti ri ddu cunsumu, chianu chianu,
ri viti chi si màncianu, a tutti l’uri.
Ma cu’ attrova paci nta stu durari?
A cu’ ci giuva chi tuttu si manteni
si ognunu, pi mantinillu, s’avi a sfari?
A dumanna arresta a riva: ri mmenzu u ventu ci veni.
U mari u canuscivi quantu abbasta
pi sapiri quantu picca mi canuscia.
Putia amallu na vita, vasta vasta,
sapiri ogni spaccazza: iddu si nni ia
pi la so strata, a currenti. A mia tuccava
arricurdari a strata pi turnari.
Pi chissu ogni ritornu è cchiù caru, e cchiù aggrava
lu cori ogni cosa chi si veni a spizzari.
A biddizza nun prumisi ri sarvari
a nuddu. Luci nta pinna e supra l’asta,
nto vitru sanu e nte so’ pezzi, pari pari.
A putemu taliari, e nun abbasta
p’assòrviri u duluri, né pi chiamari
giustu zoccu sutta u suli avi a passari.
Pitrusinu, ti vulissi stari allatu
cu un gestu giustu, chi servi a quarchi cosa:
tèniri un pisu mentri veni isatu,
gràpiri un passu, e sèntiri na vuci chi nun posa
finu a quannu u so cuntu l’avi cuntatu.
Tempu ci sarà pi i causi, e s’hannu a circari
finu o funnu. Ma quarcunu, stanotti,
avi bisognu chi n’àutru sapi ristari
allatu a iddu, nta li casi rotti.
A natura pò fari a menu ri sapiri
comu si chiama cu’ sta nta ddi mura.
Nuàtri u putemu chiamari, e stari a viriri
si arrispunni, e chiamallu arrè, a la scura.
Eu nta la menti mi tegnu sarvatu
u picciottu chi assummava ri lu to mari,
cu u signu ri la màscara stampatu
attornu a l’occhi, e i stizzi, a stizziari,
chi ri li vùvita ci carìanu. Assittatu
nto scogghiu, lassava u ciatu arrizzittari.
Accussì a vulissi tèniri, a spiranza:
cu i peri ancora a moddu, nta la riva,
vutatu versu cu’ veni e s’avanza,
facènnuci postu, a cu’ arriva,
supra a petra asciutta.
Dove imparai il mondo
Poema per Petrosino
Io ti conosco da sott’acqua, Petrosino,
dalla parte delle pietre annegate,
dove la luce si rompe sulla schiena
dei saraghi, e intera torna, loro passati.
Dietro le spalle mi restava il paese,
con i muri caldi e le voci dalle case;
io scendevo finché sentii il sangue
fare nelle orecchie un rumorino, quasi.
L’alga si piegava tutta insieme
e poi, piano piano, si alzava;
le triglie rimestavano la sabbia chiara,
il polpo, intorno agli occhi, si metteva
il colore della pietra. Bisognava
restare fermi a lungo, senza un movimento,
per vedere quante cose si muovevano
in quell’acqua che pareva senza vento.
Con il fucile lungo il braccio, disteso,
imparavo la pazienza degli scogli,
il cambio di corrente, sentito sulla pelle,
le distanze che l’acqua stringe e raccoglie.
Il pesce che cercavo, lui cercava
il suo riparo. Nello stesso chiarore
eravamo, e ognuno badava alla sua vita,
ognuno con i fatti suoi e le sue premure.
Anche la morte ci stava, in quel mare.
L’avevo tenuta in mano, all’improvviso:
un pesce che un attimo prima, nel nuotare,
era solo movimento, e ora un peso.
Eppure ci tornavo, estate dopo estate,
con il desiderio di guardare ancora.
E quando il fiato mancava, alzati gli occhi,
vedevo tremare il cielo dell’acqua, allora.
Era un velo vicino, necessario, sottile.
Riemergevo nel vento: di nuovo le case,
una voce dalla riva, il sole pieno
sugli occhi chiusi. Quanta gratitudine entra
dentro un gesto che noi, senza pensarci,
chiamavamo soltanto «prendere fiato».
Da allora me la porto, questa riva di mare,
anche dove il mare non è mai arrivato.
Basta l’odore di una corda bagnata,
il sale che resta su una mano,
e una strada forestiera, alla svolta,
prende verso casa, anche da lontano.
Ci sono luoghi che dentro ci crescono ancora:
conservano il caldo di un dopopranzo,
un sentiero fra le vigne, e i piedi che allora
cercavano lo scoglio meno aguzzo dove posarsi.
Così l’acqua attraversa le annate:
sotto i ponti, accanto alle fabbriche spente,
fra canne dove un uccello fa il nido;
si porta a valle nomi di città
e lingue che nessuno parla, nemmeno in un sospiro.
Alla mia riva tornano parole
che qualcuno, prima di tuffarsi, gridò.
Me ne resta il suono nel cuore:
la fine, il vento se la portò via.
Oggi due trombe d’aria sono venute dal mare.
L’aria si è stretta, tutta si è avvitata,
ha preso il peso di ciò che doveva trascinare
ed è passata in mezzo alle contrade
senza conoscere i nomi sulle porte,
senza sapere dove fui bambino.
Guardo le foto e cerco, fra quelle cose storte,
il punto dove posavo il piede, freddo,
uscendo dall’acqua. Riconosco una strada,
una distanza, il modo in cui il cielo scende sui tetti.
E mi accorgo che per anni l’ho pensata
così: al riparo, ciò che uno mette nel ricordo.
Venite, voi che trovate un bene
nello scompiglio di ogni malasorte.
Raccontatelo a una casa dove il vento viene
ed entra, senza più finestre e porte.
Che cosa mancava, per essere perfetto, al mondo
quando quella finestra era ancora intera?
Che conto si pareggiava, in fondo in fondo,
con la paura di chi là dentro dimora?
Lasciate almeno che il dolore, il pianto,
non debba rendere conto della propria voce.
Che chi trema possa dire: «Io ho paura»,
senza che nessuno gli metta un’altra croce:
quella di dover pure ringraziare
per una lezione che non voleva imparare.
E allora mi rivolgo a te, Natura,
come quell’uomo d’Islanda che girò
tutta la terra, e di pianura in pianura
cercò un luogo dove non soffrire.
Io ti cercavo, invece. Entravo in mare
per starti vicino, disarmato
di ogni parola, e ti venivo incontro
con dentro il petto il fiato contato.
Lui fuggiva il tuo gelo, i tuoi deserti;
io aspettavo l’estate per tornare.
Da strade lontane, con gli occhi aperti,
ci siamo dovuti trovare alla stessa domanda.
E mi arrivano le parole
che Leopardi ti mise in bocca:
«Immaginavi tu forse che il mondo
fosse fatto per causa vostra?»
Guardo di nuovo il mare. L’acqua che mi teneva
non sapeva niente, di portare me.
Il sole che mi asciugava le spalle
splendeva anche sui pesci, sulle spine,
sulle pietre senza nome, e illuminava
le barche di chi non usciva più, alle banchine.
Eppure una risposta te la vorrei dare:
mi bastava quella riva, e niente più.
Una strada da fare al ritorno,
le cose al loro posto, com’era,
e qualcuno che sente aprire la porta.
Quanto poco, certe volte, chiediamo,
e quel poco come cresce, e quanto importa,
quando qualcosa lo minaccia e noi lo guardiamo.
Tu continui a disfare e a ricucire.
La foglia marcia nutre la radice,
un pesce va a finire dentro un altro pesce,
il sale lavora e fatica la pietra,
quella pietra dove appoggiavo, da bambino, le mani.
Anche il mio gesto di pescatore
faceva parte di quel consumo, piano piano,
di vite che si mangiano, a tutte le ore.
Ma chi trova pace in questo durare?
A chi giova che tutto si mantenga
se ognuno, per mantenerlo, deve disfarsi?
La domanda resta a riva: in mezzo ci viene il vento.
Il mare l’ho conosciuto quanto basta
per sapere quanto poco mi conosceva.
Potevo amarlo una vita, larga larga,
sapere ogni spaccatura: lui se ne andava
per la sua strada, la corrente. A me toccava
ricordare la strada per tornare.
Per questo ogni ritorno è più caro, e più pesa
sul cuore ogni cosa che viene a spezzarsi.
La bellezza non ha promesso di salvare
nessuno. Splende sulla pinna e sull’asta,
sul vetro intero e sui suoi pezzi, alla pari.
Possiamo guardarla, e non basta
ad assolvere il dolore, né a chiamare
giusto ciò che sotto il sole deve accadere.
Petrosino, vorrei starti accanto
con un gesto giusto, che serva a qualcosa:
reggere un peso mentre viene sollevato,
aprire un passaggio, e ascoltare una voce che non si ferma
finché il suo racconto non l’ha raccontato.
Ci sarà tempo per le cause, e bisogna cercarle
fino in fondo. Ma qualcuno, stanotte,
ha bisogno che un altro sappia restare
accanto a lui, nelle case rotte.
La natura può fare a meno di sapere
come si chiama chi sta fra quei muri.
Noi possiamo chiamarlo, e stare a vedere
se risponde, e chiamarlo di nuovo, al buio.
Io nella mente mi tengo conservato
il ragazzo che riemergeva dal tuo mare,
con il segno della maschera stampato
intorno agli occhi, e le gocce, a gocciolare,
che gli cadevano dai gomiti. Seduto
sullo scoglio, lasciava il fiato acquietarsi.
Così la vorrei tenere, la speranza:
con i piedi ancora a mollo, sulla riva,
voltato verso chi viene e si avvicina,
facendogli posto, a chi arriva,
sulla pietra asciutta.