×
 
 
13/10/2026 11:52:00

La casa vuota. Lettera di un radicale alla sinistra che non c'è più

Non avrei mai pensato di scrivere una cosa del genere, alla mia età, e per giunta contro la mia stessa parte. Ma forse la scrivo proprio per questo: perché è la mia parte, o almeno lo era.

 

Lo dico subito, così ci togliamo il pensiero: non sono mai stato comunista. Sono cresciuto con un'altra idea della sinistra, quella dei radicali, dei liberali di Rosselli, dei socialisti di Lombardi e di Nenni. Gente convinta che la libertà della persona e la giustizia sociale non fossero nemiche ma sorelle, e che si potesse combattere un monopolio e la miseria nello stesso giorno, con la stessa mano. Ernesto Rossi, che il fascismo aveva mandato al confino a Ventotene, scriveva che la miseria si doveva abolire e intanto se la prendeva con i padroni del vapore. Oggi una frase così, in un comunicato di partito, la cancellerebbe l'ufficio stampa.

 

In questi giorni mi torna in mente l'Odissea. Non che io voglia paragonarmi a Ulisse, per carità. Ma facciamo finta che Ulisse sia l'ultimo radicale, e che dopo vent'anni rientri a Itaca. Questa volta nemmeno Argo, il vecchio cane, alzerebbe la testa: non riconoscerebbe più la casa. Dentro troverebbe una sinistra in cashmere a quattro fili, ferma davanti allo specchio. Non che io disdegni un bell'abito, sia chiaro. Ma un abito si indossa per uscire, per andare incontro alla gente, non per restare in casa a specchiarsi. Ecco, la sinistra di oggi è questa: si specchia.

 

C'è stato un tempo, e non parlo della preistoria, in cui in questo Paese si smetteva di mangiare per un diritto. Pannella digiunava per settimane, per il divorzio, per le carceri, per la fame nel mondo, e lo prendevano per matto. Sciascia, siciliano come noi, che con il Partito comunista aveva già chiuso, nel 1979 scelse i radicali. Erano quattro gatti, i radicali. Eppure hanno cambiato l'Italia più di certi partiti da un terzo dei voti.

 

Nel 1974 la Chiesa, la Democrazia Cristiana e mezzo Paese volevano abolire il divorzio, e perfino il grande Partito comunista aveva paura del referendum e cercò fino all'ultimo un compromesso per evitarlo. Il Paese rispose da solo, con quasi il sessanta per cento. Poi, in pochi anni, venne tutto il resto: lo Statuto dei lavoratori, scritto da socialisti che una fabbrica l'avevano vista da dentro, la riforma penitenziaria del 1975, e quel 1978 (che anno, il 1978) con la legge 194, la legge Basaglia che decretava la chiusura dei manicomi, il Servizio sanitario nazionale. Nessuno di questi diritti è stato regalato. Qualcuno li ha strappati, a volte con le unghie.

 

Adesso però guardiamoci. Con calma, senza fretta, come si guarda una vecchia fotografia di famiglia in cui manca qualcuno.

Io vivo e lavoro in provincia di Trapani. Qui, non in un romanzo, oltre tremila esami istologici sono rimasti nei cassetti dell'azienda sanitaria, alcuni per dieci mesi. Più di duecento erano tumori maligni. Ci sono stati referti consegnati a gente che era già morta. E i ritardi (questo è il punto, questo è ciò che non mi dà pace) erano noti da più di un anno. Se n'è saputo qualcosa solo perché un'insegnante di Mazara del Vallo, scoperte le metastasi otto mesi dopo l'intervento, ha trovato la forza di parlare. Per qualche settimana titoli, interrogazioni, ispettori. Poi più niente. E la sinistra? Comunicati. In una provincia dove i suoi deputati regionali si contano sulle dita di una mano, in una regione che sulla sanità ha poteri che altre si sognano. Lo Statuto speciale ce l'hanno dato perché i siciliani si governassero da sé, con dignità; ne abbiamo fatto uno scudo per chi governa e un alibi per chi dovrebbe opporsi. Badate, non sto dicendo che la Sicilia va commissariata. Sto dicendo che l'autonomia bisogna meritarsela.

Di carceri parlo da avvocato, cioè di cose che ho visto con i miei occhi. Celle dove si vive in troppi, detenuti che si tolgono la vita a un ritmo che dovrebbe far tremare la Repubblica, e una sinistra che ha imparato a dire "certezza della pena" con la stessa faccia della destra. Ha consegnato la propria coscienza alle procure, ha fatto del garantismo una parola sospetta, roba da difensori di potenti, come se l'articolo 27 della Costituzione l'avessero scritto per i ricchi. Pannella i detenuti andava a trovarli, cella per cella. Chi ci va oggi?

E non parlo solo dei detenuti. Nel carcere di Capanne, a Perugia, per circa sei mesi sono stati intercettati i colloqui tra detenuti e avvocati. L'autorizzazione riguardava un solo difensore indagato; sono finiti registrati anche i colloqui di almeno quindici altri colleghi, con dentro strategie difensive e segreti professionali. Il colloquio con il proprio difensore è l'ultimo spazio di libertà che resta a chi la libertà l'ha persa. Se lo Stato ascolta anche lì, non resta più niente. A giugno i penalisti si sono astenuti dalle udienze per una settimana e sono scesi in piazza a Perugia; il ministro ha mandato gli ispettori, il Consiglio superiore della magistratura ha aperto un'istruttoria. In Parlamento a chiedere conto si sono alzati un radicale, Riccardo Magi, Maria Elena Boschi e Roberto Giachetti di Italia Viva, e una deputata dei Cinque Stelle. Noi radicali siamo ormai indiani in riserva; ma ogni tanto dalla riserva si alza ancora un fumo che il resto del Paese è costretto a vedere. Del grande partito della sinistra, quello che si proclama custode della Costituzione, io la voce non l'ho sentita. Ne ha scritto perfino Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Verrebbe da dire: quando i radicali diventano chierici e i chierici radicali. Clericali e anticlericali uniti, ecco la cartina di tornasole delle lotte giuste. Da quella sinistra, invece, silenzio: forse per non disturbare il segnale di fumo. Un silenzio quasi imbarazzante. Anzi, senza quasi.

Della scuola dico solo questo. Don Milani ammoniva che non c'è niente di più ingiusto che fare parti uguali fra disuguali, e lo citiamo tutti, a ogni convegno. Poi un bambino del Mezzogiorno cresce senza tempo pieno e senza un asilo nido vicino a casa, uno di Bologna no, e nessuno pensa che la prima ingiustizia di questo Paese cominci lì, a tre anni.

L'altro giorno ero in un negozio di una di quelle grandi catene della moda. Alla cassa non c'era nessuno: una macchina. Paghi da solo, infili il vestito nella busta da solo, non saluti nessuno e te ne vai. E mi sono chiesto dove fosse finita la ragazza che stava lì fino a un paio d'anni fa. Le collezioni durano una settimana, quello che non si vende viene svenduto o buttato chissà dove, si produce lontano, si vende qui, e gli utili si fermano dove conviene. Io con le macchine non ce l'ho, figuriamoci. Ce l'ho con chi si tiene per sé il frutto del loro lavoro, mentre la commessa resta a casa e lo Stato non incassa niente. Una sinistra degna del nome lo direbbe: se la macchina lavora al posto dell'uomo, una parte di quel guadagno all'uomo deve tornare. Qualcuno l'ha sentito dire? Io no.

E i ragazzi. Tra il 2019 e il 2026 la Sicilia ha perso quasi centomila giovani tra i diciotto e i trentacinque anni; la provincia di Trapani più di ottomila, uno su dieci. In tutta l'isola, tra i ventotto e i trent'anni, l'età in cui uno dovrebbe mettere radici, il calo arriva al quindici per cento. A Marsala lo diciamo come si parla del tempo: mio figlio è a Milano, mia nipote a Bologna. Come fosse normale. Non lo è. E non venitemi a dire che questi ragazzi pensano solo ai soldi; l'ho pensato anch'io, una sera, e mi sono sbagliato. Molti di loro hanno creduto in questa terra più di quanto questa terra abbia creduto in loro. Chi resta lo puniamo per essere rimasto, chi parte lo chiamiamo fuga di cervelli, come se la colpa fosse sua.

E poi c'è la morte, la propria. La Corte costituzionale chiede al Parlamento una legge sul fine vita dal 2018, l'ha ripetuto nel 2019 e nel 2024. Il 3 giugno di quest'anno il Senato ha rimandato tutto in commissione, per l'ennesima volta. Oggi morire con dignità dipende dalla regione in cui vivi e dal giudice che ti capita. Questo è il divorzio del nostro tempo. Dove sono le piazze del 1974?

Perché? Me lo chiedo da mesi, e la risposta che mi do non mi piace.

Guardate come si presenta oggi chi vorrebbe rifondare la sinistra: con la prefazione di Prodi, con la benedizione della Bindi, in attesa del verdetto di D'Alema. Persone che hanno avuto il loro tempo, e onore a loro, ma che dovrebbero essere le prime a dire: basta, adesso tocca a voi. Invece ogni aspirante leader cerca un padrino prima ancora di cercare un popolo. E i giovani, che fessi non sono, capiscono al volo come funziona. Qui non si entra per passione. Si entra per cooptazione.

Berlinguer, che non era dei miei ma vedeva lontano, denunciava i partiti che occupavano lo Stato. Oggi il partito occupa sé stesso: correnti, candidature, segretari che durano lo spazio di una sconfitta, congressi che sono regolamenti di conti, rifondazioni che finiscono in un cambio di nome e di logo. E siccome non sa più dire per che cosa esiste, la sinistra si definisce contro. Contro Berlusconi per vent'anni, contro Meloni adesso. Giusto, per carità; ma chi si definisce solo contro qualcuno gli consegna le chiavi della propria identità.

C'è una cosa che mi ferisce più delle altre, e la dico con dolore. Quando l'operaio di Taranto o il precario di Palermo vota a destra, la sinistra non si domanda dove ha sbagliato: gli dà del populista, dell'ignorante, della vittima delle fake news. Ha sostituito la lotta di classe con il disprezzo di classe. È passata dall'altra parte del bancone senza nemmeno accorgersene.

Alla fine, la verità è che ha avuto paura. Dei mercati, dei giornali, del Vaticano, delle procure, e soprattutto di sembrare estremista. Ma nel 1974 il divorzio era estremista, e chiudere i manicomi sembrava una follia. Ogni diritto che oggi diamo per scontato l'ha conquistato qualcuno disposto a passare per pazzo.

Lamentarsi è facile, e di lamenti, nelle aule di tribunale, ne ho sentiti abbastanza per una vita. Provo allora a dire cosa farei. Quattro cose, non di più: non è un programma di governo, sono quattro battaglie.

La prima è il fine vita. Una legge nazionale, con procedure e tempi certi e il Servizio sanitario a garantirla; e accanto cure palliative vere, in ogni regione, perché nessuno scelga liberamente di morire se l'unica alternativa è il dolore.

La seconda sono le carceri. Un numero chiuso: nessuno entra oltre la capienza regolamentare se qualcun altro, a fine pena, non esce verso una misura alternativa. Lavoro, affidamento, formazione. E la depenalizzazione dei reati minori legati alle droghe leggere, che riempiono le celle senza rendere più sicuro nessuno. Non lo chiedo per bontà d'animo. Chi sconta la pena fuori torna a delinquere molto meno di chi esce da una cella sovraffollata, e la destra, se ci pensasse un momento, dovrebbe essere la prima a capirlo.

La terza è il fisco, e qui voglio essere chiaro, perché ci tengo. La casa delle famiglie italiane non si tocca. I miei genitori erano lavoratori: la casa l'hanno costruita mattone dopo mattone, l'abbiamo pagata con i mutui, con le tasse, con le successioni. Quante volte la dobbiamo pagare, una casa? Il patrimonio di questo Paese è nelle mani delle famiglie, non dei banchieri. Ma guardate cosa succede altrove. Una famiglia che compra casa da un privato paga il nove per cento di imposta di registro, il due se è la prima casa, più il notaio. Un grande fondo che compra un palazzo intero spesso il palazzo non lo compra affatto: compra le quote della società olandese o lussemburghese che lo possiede, e così, al posto del nove per cento, paga al massimo un'imposta fissa di duecento euro; se la società è estera, spesso nemmeno quella. Poi gli utili prendono la via dell'estero, travestiti da interessi su prestiti tra società dello stesso gruppo. Ecco dove va colpita la rendita: lì, non nella casa del nonno. Tassare questi passaggi come una normale compravendita, stringere i limiti a quegli interessi, avvicinare le grandi rendite finanziarie al lavoro, e mettere il gettito, per legge, sul taglio delle tasse ai salari più bassi. Con un salario minimo legale, e la fine delle rendite di posizione: concessioni regalate, licenze bloccate, ordini chiusi.

La quarta è l'uguaglianza dei punti di partenza, che per Rosselli era quasi un'ossessione. In sanità, tempi massimi di attesa fissati per legge e che il cittadino possa far valere: scaduto il termine, la prestazione si fa altrove, la paga il Servizio sanitario e l'azienda inadempiente ne risponde. Con un piano vero di assunzioni, perché le norme da sole non hanno mai curato nessuno. E nella scuola, tempo pieno e asili nido nel Mezzogiorno, dove il destino di un bambino si decide prima ancora della prima elementare.

Mi si dirà che sono cose di sinistra. Non ne sono così sicuro. Ci sono cose che non appartengono né alla destra né alla sinistra: appartengono alla giustizia, e basta. Un malato che aspetta una diagnosi, un detenuto stipato in una cella, un ragazzo costretto a partire: nessuno di loro ti chiede da che parte stai, prima di soffrire. Le conquiste di cui ho parlato sono nate così. Il divorzio, nel 1974, non lo salvarono soltanto i voti della sinistra; lo salvarono anche tanti italiani che di sinistra non erano e che avevano capito, semplicemente, che era giusto.

Per questo credo che queste battaglie possano parlare al moderato che non si fida più di nessuno, al professionista strangolato dalle tasse, all'artigiano che non trova un medico, alla madre che non trova un asilo. E al primo partito d'Italia, quello di chi non va più a votare. Il moderato, del resto, della libertà non ha paura. Ha paura del caos, delle promesse a vuoto, di chi parla senza sapere di cosa parla.

Nel frattempo, a destra, cresce una forza che non nasconde la nostalgia per il peggio del Novecento, e cresce nel vuoto che altri hanno lasciato. Non la si ferma con l'indignazione, e neppure con l'antifascismo da cerimonia. La si ferma togliendole la rabbia di chi si sente abbandonato: un pronto soccorso che funziona, un referto che arriva in tempo, un salario che sale le tolgono più terreno di cento cortei. E per favore, non chiedeteci più di votarvi per paura degli altri. La paura non è mai stata un programma.

Ho passato i sessanta, e tanto basta. Qualcuno, leggendo, dirà: e allora fallo tu. Non lo farò, e non per pigrizia. Non sono un padre nobile, e non ho nessuna intenzione di diventarlo: ne ho visti troppi, aggrappati alla scena, chiamarla senso di responsabilità.

 

Qualche battaglia, però, l'ho combattuta. Mi candidai a sindaco in un comune di questa provincia che la destra amministrava da sempre, uno dei due che un tempo erano stati del vecchio Movimento Sociale. Serviva un pazzo, o qualcuno che non avesse niente da perdere, perché chi fa politica di mestiere non si candida quando è sicuro di perdere. Non vinsi. Ma ci arrivai vicino, quando nessuno ci avrebbe scommesso, e per qualche settimana tanta gente tornò a sperare. Più tardi mi candidai anche alla Camera, sapendo benissimo che con i capilista calati dall'alto non ce l'avrei fatta. Erano candidature di sola passione, e non me ne pento.

E aggiungo una cosa che a sinistra non si dice mai. Quel comune oggi lo amministra la destra, e con ogni probabilità lo amministra meglio di chiunque l'abbia preceduta. Perché non dirlo, se è vero? Tacere le competenze degli altri non ci rende migliori, ci rende soltanto più piccoli. A un avversario capace si risponde in un modo solo: diventando più capaci di lui. Io, per parte mia, mi accontento di indicare la strada a chi viene dopo.

E la strada, per come la vedo io, è semplice da dire e difficilissima da fare. Le città dovrebbero amministrarle i giovani, che le vivono e che hanno tutto l'interesse a non vederle morire. Il governo del Paese dovrebbe avere le migliori competenze che si riescono a trovare, politiche o no, non i soliti politici da circoletto. Di commissari tecnici da bar ne abbiamo già abbastanza con la Nazionale. Per non parlare dello scandalo silenzioso dei commissari che commissariano sé stessi, di cui nessuno sembra accorgersi.

E lo stesso vale per le segreterie dei partiti, dove si decide tutto e non si rischia mai niente. Prendete la nuova legge elettorale. Oggi la sinistra la contesta riga per riga, con tanto di rilievi di costituzionalità, e magari su qualcosa ha pure ragione. Ma ci scommetterei: se vincesse il campo largo, l'indomani quella stessa legge diventerebbe perfetta. Flaiano lo diceva già: gli italiani corrono sempre in soccorso del vincitore. Siamo ancora lì, sembriamo stampati da lui.

E non è una profezia, è storia. Nel 2005 il centrodestra approvò una legge elettorale che il suo stesso autore definì una porcata, e la sinistra la combatté come un attentato alla democrazia. Nel 2006 l'Unione vinse proprio con quella legge, e non la cambiò. Nel 2013 il centrosinistra tornò al voto con le stesse regole. A cancellarla, alla fine, non fu la politica: fu la Corte costituzionale, nel 2014. E perché nessuno pensi che io tifi per qualcuno, vale anche al contrario. Il Rosatellum lo vollero nel 2017 il PD, Forza Italia e la Lega; Fratelli d'Italia votò contro e lo chiamò una legge vergognosa. Nel 2022 ci ha vinto, e se l'è tenuto. La legge elettorale è incostituzionale finché la scrivono gli altri; diventa accettabile il giorno in cui ti fa vincere.

Ma c'è una differenza, e fa male. La destra non ha mai preteso di essere la custode della Costituzione. La sinistra sì, da sempre. E quando chi si proclama custode tratta le regole come attrezzi da usare e poi riporre nell'armadio, l'ipocrisia pesa il doppio: non tradisce soltanto gli avversari, tradisce la propria parola.

Nietzsche fa gridare al suo folle che Dio è morto, e questa la conoscono tutti. Quasi nessuno ricorda come prosegue: l'abbiamo ucciso noi. E subito dopo la domanda più terribile, se saremo all'altezza di quello che abbiamo fatto. Anche il Dio della sinistra è morto, e l'abbiamo ucciso noi, con la paura e con la comodità. La domanda però resta aperta, ed è l'unica che ancora mi interessa.

Qualcuno mi dirà che i giovani in piazza ci sono andati, e nemmeno tanto tempo fa. È vero. Nel 2019 a Bologna nacquero le sardine, e per qualche mese riempirono le piazze di mezza Italia e ci fecero sperare davvero. Ma l'avvocato del diavolo, che non dorme mai, mi chiederebbe: e dove sono finite, le sardine? Sott'olio, sotto sale, o se le è comprate il potere? Il loro volto più noto, nel 2021, è entrato in Consiglio comunale a Bologna nella lista del PD, e la tessera del partito l'ha presa poco dopo. Il movimento si è spento senza che nessuno se ne accorgesse. Mi è tornato in mente Venditti, Compagno di scuola: i ragazzi che avevano giurato di cambiare il mondo e che, qualche anno dopo, ritrovi seduti dietro uno sportello di banca. Il rischio è sempre quello. La casa vuota si riempie, sì, ma dei figli che è riuscita a cooptare.

A chi oggi abita la casa vuota della sinistra dico: o vi ricordate da dove venite, o abbiate la dignità di farvi da parte, e lasciate che qualcun altro raccolga le bandiere che avete lasciato nel fango. A chi ha trent'anni dico un'altra cosa. Quelle bandiere sono vostre. Prendetele, lavatele se serve, cambiatene pure i colori. E non chiedete il permesso a nessuno. Nemmeno a noi. E non fatevele comprare.

 

Avv. Giacomo Lombardo



Lettere & Opinioni | 2026-10-13 09:55:00
https://www.tp24.it/immagini_articoli/13-10-2026/1791878268-0-un-mercato-che-bara.jpg

Un mercato che bara

Gentile direttore di Tp24,il caso Armao, al di là delle responsabilità da accertare, ci obbliga a guardare una consuetudine che in Sicilia conosciamo: prima ancora di chiedere se una cosa si possa fare, si cerca qualcuno che possa...