Il cognome, a Trapani, è ormai quasi una rubrica. Questa volta, però, non si parla di stadi, ricorsi, classifiche o dirette Facebook. Si parla di protesi peniene impiantate all’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento e pagate dal Servizio sanitario nazionale anche per pazienti che, secondo l’ipotesi della Procura, non avrebbero avuto diritto alla copertura pubblica.
Tra i cinque medici indagati, tre dei quali primari, c’è il professor Gabriele Antonini, urologo, andrologo e chirurgo romano, considerato uno dei pionieri italiani nell’impianto delle protesi peniene. Ed è anche il cugino di Valerio Antonini, proprietario del Trapani Calcio e della Trapani Shark.
Il cugino nello staff medico della Lazio
Il rapporto familiare era stato richiamato dallo stesso Valerio Antonini. Nel dicembre del 2024, intervistato dal Corriere dello Sport sul suo sogno di acquistare un giorno la Lazio, il presidente del Trapani aveva spiegato di conoscere Claudio Lotito anche perché «mio cugino è nello staff medico della Lazio». Corriere dello Sport
Il riferimento era a Gabriele Antonini, che ha ricoperto il ruolo di medico sociale del settore giovanile biancoceleste. In un’intervista pubblicata nel 2017 sul proprio sito professionale, il chirurgo raccontava di avere lavorato prima con l’Under 17 e poi con la Primavera della Lazio.
Gabriele Antonini è un nome molto noto nel settore. Sul suo portale professionale si presenta come uno degli specialisti italiani con il maggior numero di impianti di protesi peniene idrauliche e con una lunga attività internazionale nella chirurgia uro-andrologica
L’inchiesta sulle protesi “gratis”
L’indagine, coordinata dalla sostituta procuratrice di Agrigento Alessia Battaglia e condotta dai carabinieri del Nas, riguarda più di cento interventi effettuati negli anni all’ospedale San Giovanni di Dio.
Secondo le ricostruzioni pubblicate, i militari avrebbero sequestrato 112 cartelle cliniche, relative a operazioni eseguite tra il 2018 e il 2024. Gli interventi sarebbero passati dai tre del 2018 ai 44 del 2023, per poi scendere a 19 nel 2024. Un aumento che, da solo, non prova alcun illecito, ma che ha contribuito ad accendere l’attenzione dell’Azienda sanitaria e degli investigatori.
Le ipotesi di reato contestate a vario titolo sono associazione per delinquere, peculato e falso commesso da pubblico ufficiale. L’accusa dovrà verificare se gli interventi siano stati posti a carico del Servizio sanitario anche quando mancavano le condizioni cliniche necessarie per ottenere la prestazione gratuitamente.
Il costo stimato sarebbe di circa 8 mila euro per ogni protesi e di circa 30 mila euro per l’intero intervento. Se il sistema ipotizzato fosse confermato, il danno per le casse pubbliche potrebbe dunque essere molto rilevante. Al momento, però, non esiste ancora una quantificazione definitiva e accertata del danno erariale.
Secondo gli investigatori, Gabriele Antonini avrebbe effettuato le visite a Roma e gli interventi ad Agrigento. Tra gli elementi finiti sotto osservazione ci sarebbe anche l’arrivo di pazienti provenienti da altre regioni, attirati dalla promozione dell’attività chirurgica attraverso i social network.
Agrigento presentato come “centro d’eccellenza”
La collaborazione tra Antonini e l’ospedale agrigentino non era nascosta. Nell’ottobre del 2020 il sito del chirurgo pubblicava un articolo dal titolo eloquente: “Agrigento centro d’eccellenza con Antonini Urology”.
In quella occasione venivano annunciati tre impianti di protesi peniena realizzati insieme al primario di Urologia, Michele Ruoppolo. Il San Giovanni di Dio veniva descritto come il primo centro siciliano, per numeri e risultati, nel settore dell’implantologia protesica peniena.
Nell’agosto del 2025, però, Report Sicilia aveva sollevato alcuni interrogativi sulla presenza dell’équipe esterna e sulle autorizzazioni aziendali necessarie per operare all’interno della struttura pubblica. Si trattava di domande di natura amministrativa, non di accuse penali, ma quelle verifiche costituiscono oggi uno dei precedenti giornalistici della vicenda.
L’Asp: “Ci costituiremo parte civile”
Dopo l’esplosione del caso, il commissario straordinario dell’Asp di Agrigento, Alessandro Delle Donne, ha annunciato che l’Azienda si costituirà parte civile qualora si arrivi alla richiesta di rinvio a giudizio.
Gli atti saranno inoltre trasmessi alla Corte dei conti, affinché vengano valutati eventuali profili di danno erariale. L’Azienda sanitaria ha comunicato di avere già avviato verifiche interne sull’anomalo volume degli interventi e ha assicurato piena collaborazione alla magistratura.
L’inchiesta è ancora nella fase delle indagini preliminari. Tutti gli indagati devono quindi essere considerati innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva, e anche la Procura dovrà dimostrare che i singoli pazienti non possedessero realmente i requisiti per ottenere gli interventi a carico del sistema pubblico.
Il cognome Antonini, insomma, porta la vicenda dentro le cronache trapanesi. Ma non sono i cognomi a decidere i processi. Saranno le cartelle cliniche, le autorizzazioni e i flussi di denaro a dire se dietro quelle protesi ci fosse soltanto attività sanitaria o anche un conto indebitamente lasciato allo Stato.