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16/10/2026 06:00:00

Il tornado a Marsala. Patti con le mani nell'emergenza e le passerelle dei politici

Una donna che ha abbracciato la comunità. È questa l’immagine di Andreana Patti che emerge dalle giornate terribili vissute da Marsala a partire da venerdì 9 ottobre. Un’immagine che aggiunge qualcosa al giudizio sulla sindaca, sul suo modo di esercitare il ruolo e di stare dentro le difficoltà della città.

 

Patti è una sindaca a volte rigida, con la risposta pronta e un tratto che può apparire distante. Una donna spesso descritta come altezzosa, alla quale si chiede, invece, di essere all’altezza. Una differenza che pesa nella percezione pubblica, soprattutto quando il rapporto tra amministrazione e cittadini si misura sulla capacità di ascoltare, prima ancora che di rispondere.

Il carattere determina anche questo: il modo in cui affrontiamo le cose della vita e, quando ricopriamo un incarico pubblico, il modo in cui rappresentiamo le istituzioni.

L’emergenza espone tutto, senza filtri. Le capacità e i limiti, la sensibilità e le incertezze.

 

Il caschetto e le mani

Venerdì, appresa la notizia del tornado che si era abbattuto sul versante sud della città e sulla scuola di Terrenove, Patti ha raggiunto le zone colpite. Si è messa un caschetto in testa ed è entrata nell’emergenza.

Le dichiarazioni sono arrivate dopo, insieme agli aggiornamenti e alle prime valutazioni dei danni. Prima c’erano le persone, le case, le cose da recuperare. C’era da capire dove intervenire e come rendersi utili.

La sindaca ha messo le mani e gli occhi lì dove bisognava fare qualcosa. Ha continuato nelle giornate successive, aiutando anche alcune famiglie a spostare mobili e a recuperare indumenti.

Fattività. Una parola forse poco elegante, ma precisa.

Perché dentro una casa danneggiata, davanti a ciò che resta di una quotidianità interrotta, i gesti acquistano un peso immediato. Spostare un mobile non risolve l’emergenza, recuperare degli abiti non restituisce la serenità. Sono però azioni che accorciano la distanza tra chi ha bisogno e chi rappresenta il Comune.

Patti ha seguito le operazioni, accolto gli esponenti politici arrivati sui luoghi, parlato davanti alle telecamere della conta dei danni materiali e di una città ferita. Ha dato voce anche al bisogno di aiuto, alla dimensione umana di quelle ore.

 

Una guida nel momento più difficile

In fondo, da chi amministra una città ci si aspetta proprio questo: che nel momento più difficile la comunità possa riconoscere una guida.

Nelle prime ore le persone cercano risposte semplici, anche quando darle è complicato: dove andare, chi chiamare, come mettere al sicuro ciò che è rimasto. La presenza di un sindaco serve anche a raccogliere queste domande e a farsene carico.

Poi arrivano gli adempimenti, le procedure, le competenze da chiarire, le richieste di sostegno. Passaggi necessari, dai quali dipenderà una parte importante della ripartenza. Ma nel frattempo una comunità non può sentirsi lasciata sola.

Si sarebbe potuto fare di più? È una domanda legittima, come lo sarà verificare ogni scelta e ogni intervento. Ma la presenza, nei giorni dell’emergenza, c’è stata.

 

La passerella, quella necessaria e quella inutile

E poi ci sono loro, i politici. Quelli che arrivano per vedere, ascoltare e assumere impegni. E quelli la cui visita sembra trovare il proprio compimento davanti a una telecamera.

La presenza delle istituzioni sui territori colpiti è necessaria quando serve a comprendere i bisogni e ad accelerare le risposte. Diventa meno comprensibile quando si trasforma in un affollarsi di delegazioni, dichiarazioni e fotografie, ciascuna accompagnata dall’esigenza di certificare: c’ero anch’io.

Il confine tra solidarietà e ricerca di visibilità passa da ciò che una visita produce. Quali problemi sono stati raccolti? Quali impegni assunti? Con quali risorse e quali tempi?

A Marsala si sono visti tanti esponenti politici. Troppi, viene da dire, se il contributo di ciascuno si esaurisce nella propria presenza. Sarebbe bastata una rappresentanza per partito, capace poi di riportare nelle sedi opportune le necessità del territorio. Invece anche l’emergenza rischia di diventare una gara a esserci, a comparire accanto all’assessore regionale o al presidente Renato Schifani.

Le fotografie resteranno. Resteranno anche le richieste delle famiglie e della città, quando l’attenzione si sarà spostata altrove.

È sulla risposta a quelle richieste che andrà misurata l’utilità di ogni visita. E sarà lì che anche per Patti comincerà la prova più lunga: dare continuità alla vicinanza mostrata nei giorni dell’emergenza.

 

L’emergenza, le commissioni e le priorità

A Marsala, venerdì, mentre arrivavano le notizie del tornado e dei danni alla scuola di Terrenove, la presidente della commissione Urbanistica, Federica Meo, ha chiuso i lavori.

Alcuni consiglieri hanno raggiunto i luoghi colpiti; altri hanno proseguito con le sedute delle commissioni Attività produttive e Accesso agli atti.

Proseguire l’attività istituzionale è legittimo, ma la coincidenza lascia una domanda sull’opportunità di quella scelta e sulle priorità, anche alla luce dei gettoni di presenza.

La vicinanza a una comunità ferita si misura nelle decisioni prese quando arriva la notizia. Reel e post vengono dopo e dovrebbero essere coerenti con quelle decisioni.

Uno spazio di visibilità lo cercano in tanti, ma bisogna anche saperlo occupare, con misura e rispetto del contesto. Durante un’emergenza ogni immagine e ogni parola pesano: basta poco perché un’operazione di comunicazione politica diventi uno scivolone mediatico. Chiamasi propaganda e sciacallaggio.

C’è poi chi difende la scelta richiamando la necessità di svolgere le commissioni, senza però indicare quali questioni fossero tanto urgenti da non poter essere rinviate. E chi osserva che, sui luoghi del disastro, i consiglieri non avrebbero potuto fare materialmente nulla.

Può essere vero, ma la presenza istituzionale ha un valore che va oltre l’intervento operativo. Esistono ragioni di opportunità e di sensibilità verso la comunità che vengono prima di una seduta e del relativo gettone.

Su questo, maggioranza e opposizione presenti all’appello hanno mostrato lo stesso limite: la difficoltà di riconoscere il momento in cui fermare l’ordinario e dare un segnale diverso alla città.

 

 

Dentro le delegazioni, fuori la stampa

C’è poi una contraddizione che merita di essere evidenziata.

A visitare gli spazi scolastici devastati dal tornado sono entrati politici di ogni delegazione, numerosi dipendenti comunali, assessori, collaboratori e addetti alla comunicazione degli esponenti politici. La stampa, invece, è rimasta fuori.

Un’esclusione difficile da comprendere davanti a un accesso consentito a una platea tanto ampia.

I giornalisti avrebbero dovuto poter seguire il sopralluogo all’interno della scuola insieme al presidente Renato Schifani, osservare direttamente i danni, ascoltare le valutazioni e fare domande.

Se esistevano limitazioni di sicurezza, andavano spiegate e applicate con criteri trasparenti, prevedendo modalità di accesso anche per chi aveva il compito di informare i cittadini.

È una questione di diritto di cronaca e di accesso alle informazioni su un luogo pubblico colpito da un’emergenza. Lasciare fuori la stampa mentre entrano delegazioni e rispettivi apparati significa ostacolare quel diritto e affidare il racconto alle immagini e alle parole selezionate dalla comunicazione politica.

I cittadini hanno diritto anche a uno sguardo indipendente su quanto è accaduto nella loro scuola e sulle risposte delle istituzioni.