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19/10/2026 06:00:00

Il Pd trapanese e la Festa dell’Unità: tante correnti, pochi cittadini

La domanda, a Trapani, viene prima delle risposte pronunciate al microfono: a chi parla oggi il Partito Democratico? Alla propria dirigenza, agli amministratori, agli alleati, ai militanti che resistono? Oppure anche a quella parte di provincia che una tessera non ce l’ha, ma un voto potrebbe ancora decidere di affidarglielo?

La Festa provinciale dell’Unità, in programma il 17 e 18 ottobre al Complesso San Domenico, nasce sotto il titolo «Fragilità e comunità: prendersi cura delle persone e dei territori». Un’ambizione che mette al centro il rapporto tra politica e società.

 

Proprio quel rapporto sul quale il Pd trapanese dovrebbe interrogarsi senza indulgenza. Perché una festa politica si misura anche dalle persone che riesce a raggiungere. E se a ritrovarsi sono soprattutto gli stessi protagonisti, con qualche delegazione alleata e una parte dei circoli, il problema supera l’organizzazione di un appuntamento: riguarda la capacità del partito di essere ancora un luogo aperto.

 

Le correnti e la democrazia che serve

Le tensioni interne restituiscono l’immagine di un Pd nel quale la condivisione fatica a diventare metodo. Il nodo non è l’esistenza delle correnti: le sensibilità diverse possono alimentare il confronto. Diventano un limite quando servono a delimitare territori e distribuire appartenenze.

È qui che si apre la questione della democrazia interna. Quanto incidono i circoli? Quanto contano gli iscritti?

Alla base si chiede di esserci, sostenere, organizzare. Ma se le scelte maturano altrove, il coinvolgimento diventa una convocazione: si arriva quando serve, si ascolta, si applaude. Poi si attende la decisione successiva.

 

 

Le sedie e il recinto

La presenza dei dirigenti degli altri partiti è utile al confronto. Non basta, però, a certificare il radicamento sociale di chi organizza. È questo il punto politico delle presenze descritte alla festa: la difficoltà di allargare il pubblico oltre il circuito delle appartenenze.

Senza trasformare una fotografia della sala in un censimento definitivo, resta una domanda: quante persone sono state raggiunte fuori dalle relazioni già consolidate?

La base potenziale del Pd è più larga del suo tesseramento. Comprende chi si è allontanato, chi votava e ha smesso, chi non ha mai partecipato a un congresso ma cerca una rappresentanza credibile. Un partito che finisce per parlare soprattutto a chi già lo conosce lascia fuori proprio le persone che dovrebbe provare a convincere.

 

Fuori dalla festa c’è la spesa da fare

La distanza attraversa la politica, anche quella di destra. Ma per il Pd dovrebbe essere una preoccupazione centrale: come si rappresentano le fragilità se chi le vive non si sente parte della discussione?

Fuori ci sono famiglie che fanno i conti alla cassa del supermercato, lavoratori che misurano ogni spesa, giovani che valutano se partire, persone che cercano risposte nei servizi pubblici. Per loro il lessico delle correnti e degli equilibri di coalizione ha un’utilità pari a zero.

Servono proposte comprensibili, priorità riconoscibili e interlocutori presenti anche quando non c’è una manifestazione da riempire.

Il cittadino al quale rivolgersi è anche quello che non frequenta l’Ars, non dispone del numero personale di un deputato e non appartiene a una rete politica. Non dovrebbe avere bisogno di una presentazione per essere ascoltato.

 

Campo largo, proposta ancora da riconoscere

Il programma della festa ha previsto un confronto sulle alleanze per la Sicilia del 2027, con esponenti del Pd, del Movimento 5 Stelle e di Italia Viva. Il tema dell’alternativa è dunque sul tavolo.

Resta da rendere riconoscibile la proposta: quali impegni comuni, quali scelte prioritarie, quale percorso per individuare chi dovrà rappresentarla?

Il campo largo non può misurare la propria forza soltanto contando le sigle disponibili a sedersi vicine.

 

 

Giovani presenti, ma quanto liberi?

C’è poi una verifica che il Pd dovrebbe fare sul serio: quale autonomia concede ai giovani?

La presenza nei programmi e nei saluti istituzionali è un riconoscimento. Il potere di incidere si misura però nelle decisioni, nella possibilità di dissentire, nello spazio per costruire iniziative senza dover cercare ogni volta una protezione.

Chiamarli a fare volontariato, promuovere gli appuntamenti e garantire partecipazione non esaurisce il ricambio generazionale. Il passaggio decisivo arriva quando possono scegliere, assumersi responsabilità e anche sbagliare.

Se ricevono un ruolo ma trovano già segnato ogni confine, la promessa di rinnovamento resta sotto tutela.

 

Le regionali e i posti da custodire

Prima ancora dei nomi, il Pd trapanese dovrebbe discutere di come selezionarli e di quanto sia aperta la competizione.

L’esperienza di un uscente può essere un valore. Deve poter essere valutata, insieme alle altre disponibilità, attraverso un confronto reale.

Se la priorità diventa proteggere le posizioni acquisite, sarà complicato convincere chi sta fuori che qualcosa possa cambiare.

La Festa dell’Unità dovrebbe servire anche a questo: ascoltare ciò che disturba, far emergere domande scomode, cercare chi manca. Persino accettare che qualcuno immagini un Pd diverso da quello dei suoi attuali riferimenti.

Altrimenti la Festa dell’Unità rischia di non essere più un villaggio per militanti, ma un condominio per correnti: ci si incontra in assemblea, si litiga sugli spazi comuni e si controlla che nessuno tocchi il proprio posto.

Il popolo può sempre suonare al citofono. Purché sappia già a chi chiedere.