Sulle proteste degli studenti e su quanti ancora si chiedono: a che ora è la rivoluzione?
di Katia Regina
Ve la ricordate quella studentessa che decise di piazzare una tenda canadese davanti al Politecnico di Milano per gridare, da sola e al gelo, che un posto letto per fuorisede costa ormai quanto una suite con maggiordomo? All'inizio, la solita distrazione d'ordinanza: tre righe di trafiletto a metà strada tra la sagra della porchetta e il meteo. Poi, quando le tende si sono moltiplicate fino a diventare una tendopoli nazionale, la politica ha dovuto fingere di agitarsi. Apriti cielo: cabine di regia convocate d'urgenza, promesse solenni di centinaia di milioni sbloccati col PNRR, passerelle di sindaci e ministri a dispensare pacche sulle spalle. E i giornali dietro, a fare da megafono ossequioso alle improbabili risposte delle istituzioni, vendendo l'illusione che la soluzione fosse a portata di mano senza mai prendersi il disturbo di andare a verificare la realtà dei fatti. Il risultato? Quello consueto: fiumi d'inchiostro per celebrare studentati privati con palestra e terrazza panoramica a mille euro al mese, mentre per il figlio di un operaio la stanza resta un miraggio e le famiglie continuano a svenarsi esattamente come prima. Funziona così nel Paese del garbo istituzionale: finché la protesta resta composta, il potere concede la farsa di un tavolo tecnico, cambia tutto sulla carta per non cambiare un accidenti nella vita vera, e aspetta comodamente che il polverone si depositi.
Poi però succede che a forza di sbattere le porte in faccia alla disperazione, la pentola a pressione scoppia. Succede che l'onda d'urto partita dalle piazze infuocate della Spagna – dove tra cortei oceanici contro il carovita e giovani senza prospettive la rabbia sociale ha acceso la miccia ben prima che da noi – ha risalito il continente: ha contagiato la Francia, ha attraversato Bruxelles, Berlino, ed è finita dritta a scuotere anche le nostre città. E quando gli studenti, stanchi di fare le belle statuine nelle tende o di aspettare miracoli a mezzo stampa, scendono in strada per pretendere ciò che spetta loro, il circo mediatico trova finalmente l'inquadratura perfetta.
Scatta allora quel prodigioso trucco che a scuola i professori chiamavano sineddoche: prendere una parte minuscola per spacciarla per il tutto. Così una manciata di teste calde diventa l'intera piazza, e il pretesto per non parlare di nulla è servito su un piatto d'argento.
Prendete Torino, stazione di Porta Nuova: corteo per il diritto allo studio, e che ti fa un manipolo di esagitati? Assalta la libreria Feltrinelli, rovesciando scaffali e calpestando volumi a terra. Ora, bisogna avere la segatura al posto dei neuroni – o essere in malafede certificata – per non scorgere il cortocircuito: ragazzi che scendono in piazza per chiedere più fondi alla scuola, accesso alla cultura e tutele sociali dovrebbero mettersi a sfasciare romanzi e saggi? È un controsenso talmente stridente da gridare da solo la propria estraneità. Eppure, nei servizi televisivi e nelle prime pagine l'inquadratura è rimasta ostinatamente inchiodata lì, sui volumi calpestati e sulle vetrine sfasciate: vuoi mettere quanto tira di più una catasta di libri distrutti rispetto al coro composto di migliaia di ragazzi che chiedono semplicemente un futuro? A Milano, stessa solfa ma con la geografia a smentire i soloni: mentre il serpentone degli studenti sfilava composto lungo i percorsi autorizzati, i tafferugli e le vetrine infrante si consumavano in vie parallele o a corteo ormai sciolto. Ma che importa ai titolisti? Basta accostare la foto di una vetrina scheggiata a quella di diecimila ragazzi con lo zaino per bollare tutto come "guerriglia urbana" e chiudere la pratica.
Ora, sarò una provinciale ingenua, ma se a un corteo ti presenti bardato come Diabolik a Cortina, non serve la zingara per intuire che non sei lì per discutere dell'articolo 34 della Costituzione. E non mi si venga a raccontare la favoletta dei black bloc venuti dallo spazio profondo: basta dare un'occhiata alle relazioni semestrali dei nostri servizi di sicurezza o alle circolari del Ministero dell'Interno per capire il trucco. Non arrivano mica con la divisa d'ordinanza e il cartello al collo; si presentano vestiti nell'anonimo streetwear di ordinanza – tute oversize, felpe scure con cappuccio identiche a quelle di qualsiasi sedicenne – per confondersi nella massa anagrafica. Poi, al momento giusto e sfruttando la calca, tirano su lo scaldacollo fino agli occhi, serrano i cordini del cappuccio, calzano gli occhiali scuri per eludere telecamere e droni, sferrano il colpo e spariscono come polvere. A Torino le stesse studentesse organizzatrici avevano notato circa duecento soggetti anomali già prima della partenza, segnalandoli invano: stavano sui fianchi, in coda, pronti a fare parassitismo tattico sulla pelle di chi manifestava a viso aperto.
E qui viene spontanea la domanda da casalinga di Voghera: ma perché le forze dell’ordine non li fermano prima? Certo, i manuali di piazza ci spiegano il paradosso operativo: intervenire con cariche di sfondamento nel bel mezzo di una folla compatta di cinquemila adolescenti rischia di scatenare il panico di massa, il calpestamento reciproco, il finimondo. Meglio contenere da lontano, dicono. Sarà. Ma qualche malizioso potrebbe pure pensare che questa paralisi preventiva faccia un comodo straordinario alla dialettica del potere. Lasciar fare, aspettare che il tombino voli e che la vetrina ceda, permette di derubricare all'istante una grande mobilitazione sociale a mero problema di ordine pubblico. Così la politica può indossare l'elmetto della fermezza, invocare decreti securitari a prova di bomba e scansare l'imbarazzo di dover spiegare perché questo Stato assomigli sempre di più a un pessimo padre di famiglia: uno di quelli che in casa non hanno i soldi per fare la spesa, lasciano i figli senza quaderni e senza libri per studiare, ma pretendono di indebitarsi fino al collo per montare all'ingresso una porta blindata a prova di bomba atomica.
Intendiamoci, prima che qualcuno mi accusi di pacifismo ingenuo da anime candide: in un pianeta governato da una manciata di predatori sanguinari e da equilibri feroci, nessuno con un minimo di realismo può negare la necessità di sedersi a discutere di una difesa comune, seria, moderna e capace di garantire una doverosa serenità difensiva ai nostri confini. Non è la protezione dei cittadini a fare scandalo; lo scandalo è la disparità morale con cui si pesano le emergenze. Quando sento i nostri soloni disquisire con rigore contabile mentre i soffitti delle scuole crollano sulla testa dei ragazzi e i laboratori languono senza fondi, mi chiedo dove sia finita la decenza. «Mancano le coperture», ci ripetono col ditino alzato non appena si parla di diritto allo studio. Poi, quando la priorità diventa blindare il cortile, i cordoni della borsa ritrovano una prodigiosa, immediata elasticità. Una difesa intelligente protegge una società viva, colta e coesa; comprare scudi d'acciaio lasciando che a marcire dentro sia il cervello e il futuro delle nuove generazioni non è lungimiranza geopolitica, è solo bancarotta civile.
Eppure basterebbe riaprire un sussidiario per ricordarsi che questo Paese non si è mai emancipato per grazia ricevuta dall'alto. Se l’università italiana ha smesso di essere la riserva di caccia esclusiva per i rampolli usciti dal liceo classico, lo si deve a migliaia di studenti che a fine anni Sessanta fecero un baccano tale da costringere il Parlamento ad aprire le porte a tutti i diplomati. Se la scuola pubblica è diventata per qualche decennio un ascensore sociale invece che una trappola per topi, è perché c’è stato chi ha avuto l'ardire di mettersi di traverso, scendendo per strada a pretendere futuro quando i padri predicavano rassegnazione.
Ma non facciamoci sconti, ché già le sento le accuse di buonismo (qualunque cosa voglia dire) di certa parte politica. Contro chi devasta una città serve una fermezza implacabile, senza sconti e senza poetiche da barricata d'accatto. Chi sfascia un negozio non è un partigiano, è un distruttore che lavora gratis per chi vuole zittire la piazza. E anche in questo caso, che ipocrisia: ci accorgiamo del teppista solo quando stringe un bastone tra le dita. Di dove fosse quel ragazzo cinque anni prima, in quale periferia dimenticata da Dio abbia covato il suo rancore, in quale scuola fatiscente sia stato abbandonato al suo destino di analfabeta funzionale, non frega niente a nessuno. Una società seria il disagio lo intercetta prima che diventi rabbia cieca, non si limita a comprare idranti quando ormai non c’è più niente da recuperare.
E invece noi che facciamo? Ci affidiamo al genio pedagogico del ministro Valditara, che per non turbare i sonni dei reazionari di turno sterilizza il lessico scolastico: guai a nominare la parola «sessualità», meglio diluirla nell'innocua formula delle «relazioni e del rispetto», subordinando persino l'educazione affettiva al consenso informato scritto di mamma e papà. Un capolavoro di ipocrisia istituzionale: chiediamo il permesso a quegli stessi genitori che su quel figlio hanno già clamorosamente fallito, concedendo loro diritto di veto proprio sull'unico presidio pubblico che potrebbe insegnargli a gestire le pulsioni e il senso del limite. Così, mentre si alzano barricate burocratiche per impedire agli studenti di imparare a dare un nome ai propri sentimenti, ci si stupisce se poi quel vuoto viene riempito da una spranga.
La vera novità di questa stagione, però, è un’altra, ed è forse quella che inquieta di più i manovratori: questo disagio diffuso, viscerale, non ha una bandiera, non ha un partito, non ha un padrino politico che possa mettergli il cappello sopra. E la sinistra? Già, la sinistra che dovrebbe farsi interprete, scudo e visione di questa rabbia sacrosanta, dov'è finita? Chi la rappresenta?
Torna alla mente il capolavoro amaro di Ettore Scola, La terrazza. Sono ancora tutti lì, asserragliati al riparo dal freddo, a spiluccare tartine gourmet tra un bicchiere di vino buono e l'altro, a pontificare sui massimi sistemi mentre il Paese reale affoga nelle bollette. Anime belle che dibattono di purezza ideologica tra una portata e l'altra, finché qualcuno, con la bocca ancora piena, non si volta distrattamente verso il compagno di sedia per domandargli: «Scusate, ma a che ora è la rivoluzione?».
Consigli per la lettura: Albert Camus, L’uomo in rivolta (Bompiani). Per ricordarsi che la ribellione autentica è un atto di dignità che rifiuta il nichilismo e non sopporta i criminali al proprio seguito.
Consigli per la visione:La terrazza, regia di Ettore Scola (1980). Per specchiarsi nell'eterna, salottiera paralisi di una sinistra che chiacchiera sul destino del mondo mentre il mondo, fuori dalla porta, impara a fare a meno di lei.
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