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13/10/2026 06:00:00

A mani nude contro la “draunàra”: il coraggio della scuola di Terrenove

di Katia Regina

 

In Sicilia siamo cresciuti con il terrore della terra che trema. Il terremoto è un nemico vigliacco, subdolo: non manda preavvisi, non si mostra all'orizzonte. Arriva dal buio delle viscere, e quel boato cupo lo ascolti solo quando tutto sta già rovinando a terra. Per questo, in tutte le scuole, le prove di evacuazione sono sempre state vissute con quell'aria di rituale stanco: l'allarme che suona, la fila ordinata, la mano sulla spalla del compagno, le cartelle lasciate sui banchi. Diciamocelo senza ipocrisie: una solenne camurria burocratica, una crocetta da spuntare sul registro della sicurezza per mettersi in pace con la legge.

 

Poi arriva un venerdì mattina qualunque e capisci che quella camurria, insieme al sangue freddo, può fare da spartiacque tra la vita e la carneficina.

 

Solo che a bussare non è stata la terra, ma il mare e il vento. La tromba marina ha una teatralità feroce che il terremoto non possiede: si annuncia, si alza dall'acqua, gonfia la sua colonna nera tra cielo e onde, ti guarda in faccia e ti mostra il drago da lontano. Ma chi ci aveva mai pensato, a scuola, a una tromba marina? Nei manuali di sicurezza ministeriali non c'è una riga che contempli un tornado che decida di toccare terra e puntare dritto su un plesso scolastico. Eppure qualcuno ancora si ricorda di qualcosa di simile, nello stesso territorio, oltre trent'anni fa. E prima ancora c'è chi giura di aver perso un parente, risucchiato dal vortice e mai più restituito. Per non parlare di altre epoche: nell'inverno del 1851 le cronache favoleggiavano di due trombe marine apocalittiche abbattutesi tra Marsala e il Golfo di Castellammare, un mito meteorologico tramandato per decenni tra esagerazioni e terrore popolare.

Nonostante siano ricordi ormai lontani o solo ascoltati, quando la pressione atmosferica ha fatto saltare gli infissi della succursale De Gasperi a Terrenove Bambina, gli insegnanti e gli operatori scolastici non si sono paralizzati. Hanno dovuto inventarsi una salvezza in due tempi, senza istruzioni scritte: prima, nell'istante cieco dell'impatto, l'istinto animale di spingere duecentosettantatré bambini sotto i banchi, negli angoli ciechi, facendo scudo coi propri corpi mentre le finestre si sbriciolavano e una tempesta di schegge di vetro pioveva sulle teste; poi, un secondo dopo, mentre l'odore acre di calcinacci toglieva il respiro e si temeva il collasso dei solai, il sangue freddo di applicare il protocollo, radunarli tutti e guidarli di corsa fuori, nel cortile. Li abbiamo visti lì, ammassati nel piazzale tra alberi sradicati, lamiere e una sedia scaraventata dal vento e rimasta infilzata nella ringhiera come un macabro monito. Erano all'aperto, terrorizzati, con i maestri che facevano la conta a voce alta con le mani tremanti e tamponavano i primi tagli col disinfettante prima dell'arrivo delle ambulanze. Se oggi non contiamo bare, lo dobbiamo unicamente a questa catena umana di coraggio e disciplina.

 

 

La sindaca di Marsala, Andreana Patti, ha parlato a caldo di «scenario di guerra» e ha fatto benissimo ad attivare subito, di concerto con l'Asp e la dirigenza, un presidio di supporto psicologico per quanti sono rimasti coinvolti. È un atto doveroso: chi lavora con l'infanzia sa bene che per un alunno di sette o otto anni la scuola non è una pratica catastale, ma il secondo grembo. Vedere la propria aula sventrata è una cesura biografica brutale, la perdita secca di quell'innocenza ontologica che fa credere al bambino che il mondo sia, per sua natura, un luogo solido e accogliente. Se non si dà voce al mostro attraverso il disegno, il racconto e la riconquista di una routine protetta, quel boato si trasformerà presto in fobia del vento, insonnia e terrore muto.

 

E sarà altrettanto necessario curare la ferita degli adulti. Quegli stessi maestri, quelle bidelle, quei genitori accorsi a perdifiato tra le macerie. Sostenere chi ha dovuto reggere sulle spalle il peso di oltre duecento giovani vite mentre tutto intorno saltava per aria. Il trauma dell'adulto che guarda in faccia la propria impotenza e deve comunque recitare la parte della calma è una voragine che non si colma tornando a casa e tirando un sospiro di sollievo. Anni fa, durante una tempesta furiosa, una brutta infiltrazione d'acqua mi devastò parte del soffitto: una miseria al confronto, eppure sentii crollare l'involucro dell'intimità domestica, come un'invasione violenta e sfacciata del mio spazio primordiale. A distanza di anni, ogni volta che la pioggia batte troppo forte sui vetri, quel sobbalzo nello stomaco non è mai del tutto sparito. Figuriamoci cosa può sedimentarsi nel petto di un'insegnante che ha dovuto contare i suoi alunni in mezzo alle macerie.

 

Scansato il peggio, vorrei ora parlare di qualcosa che difficilmente troverà spazio nelle cronache ufficiali di questo evento terribile; un aspetto che si ascolta spesso con un certo imbarazzo borghese, ma che conserva un fascino antropologico irresistibile: il taglio della draunàra da parte di un eletto che appartenga al mondo della marineria. Di questo rito parla diffusamente anche Giuseppe Pitrè, pur ricordando come ogni costa e borgo di Sicilia custodisca le proprie varianti, unite dal medesimo battito arcaico. Dalle nostre parti, la tradizione vuole che un uomo anziano e autorevole, custode di una formula segreta tramandatagli oralmente da un vegliardo durante la notte di Natale, possegga il potere di spezzare quel vortice terrificante. Bisogna recitare le parole d'ordine e fendere l'aria con una falce dal manico nero: una lama vergine, che non abbia mai profanato né tagliato il pane. E anche stavolta c'è chi assicura che il rituale sia stato compiuto, da ben due uomini, uno a Mazara e l'altro a Marsala:

…e pi lu nnomu di Maria

sta cuda tagghiata sia!

 

Pensiero magico privo di validazione empirica? Superstizione popolare? Può darsi. Eppure, perdonatemi la debolezza, c'è qualcosa di profondamente seducente e umano in tutto questo, al di là della spiegazione termodinamica del fenomeno e della sua naturale perdita d'energia non appena incontra la terraferma. La differenza sta tutta qui: trent'anni addietro la draunàra non violò le case, spazzò via serre e magazzini rurali, infliggendo una ferita economica durissima al lavoro dei campi. Stavolta i danni materiali sono ingenti, ma ciò che è peggio è che si è aperto uno squarcio nell'anima di chi ha visto il drago dritto negli occhi. Come nel mito di Medusa, chi incrocia lo sguardo del mostro primordiale rischia di restare pietrificato: un gelo interiore che toglie il respiro e paralizza la vita.

 

Per sciogliere quella pietra serviranno cura, ascolto e tempo. Ed è qui che la nostra comunità dovrà stringersi, compatta, attorno a chi ha guardato negli occhi la bestia ed è riuscito, a mani nude, a portare in salvo il futuro.

 

Consigli per la lettura:

  • Gabor Maté, Il mito del normale. Trauma, malattia e guarigione in una cultura tossica (un'analisi spietata e lucidissima su come le ferite dell'ambiente lacerano l'integrità psicofisica).
  • Giuseppe Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano (Vol. XIV della Biblioteca delle tradizioni popolari; per ritrovare le radici di una Sicilia che sapeva nominare e fronteggiare la tempesta con la dignità del rito).

Consigli per la visione:

  • La tartaruga rossa di Michael Dudok de Wit (una parabola visiva potente sulla furia cieca della natura e sulla fatica umana della ricostruzione):
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