Salvate la condannata a morte, dobbiamo ucciderla secondo la legge!
di Katia Regina
Negli Stati Uniti sta diventando un problema serio ammazzare a norma di legge.
Perché quando lo Stato decide di farsi boia, ha bisogno che tutto sia catalogato a puntino per sentirsi civile. C’è un dettaglio burocratico magnifico: se aprite i registri del CDC americano, sotto la voce delle cause di morte del National Vital Statistics System, l’esecuzione capitale è archiviata come homicide. Omicidio. Punto. Solo dopo, con un piccolo trattino da nota a piè di pagina, si specifica: legal intervention / judicial execution. Come a dire: guardate, noi la chiamiamo col suo nome perché la medicina legale non può permettersi la poesia, poi aggiungiamo la timbratura d’ufficio per farvi dormire sereni.
Prendete fiato, perché la commedia dell’assurdo andata in scena pochi giorni fa a Nashville, Tennessee, supera persino la precisione grottesca di quelle tabelle.
Lo Stato ha preso Christa Pike, cinquant’anni suonati, trentadue passati nel braccio della morte, e l’ha legata alla barella per sopprimerla con una dose massiccia di pentobarbital. Sarebbe dovuta essere la prima donna giustiziata in Tennessee da duecento anni a questa parte. Procedura standard, dicono. Tranne per il fatto che la macchina della morte si è inceppata, ha fatto cilecca due volte di fila e adesso la signora Pike si trova intubata, priva di conoscenza, nel reparto di rianimazione di un ospedale di Nashville. Con un’équipe di medici e infermieri che si stanno affannando, sudando sette camici, per espellere il veleno dal suo fegato, pomparle ossigeno nei polmoni e salvarle la vita.
Avete capito bene. Prima spendono soldi ed energie per ammazzarla; poi, visto che il boia ha fallito la mira, scatta l’allarme d’emergenza: correte, bisogna rianimarla subito, altrimenti ci muore prima che possiamo riprovare a giustiziarla noi con la regolare firma del governatore. Se una roba del genere l’avessero scritta Franz Kafka o Ennio Flaiano, gli editori avrebbero respinto il manoscritto per eccesso di grottesco. Invece è cronaca pura, certificata dagli atti depositati in tribunale dall’avvocato Randy Spivey: «Il personale dell’ospedale sta lavorando per salvarle la vita e ripulire il suo corpo dal pentobarbital».
Una camurria istituzionale che svela tutta l’ipocrisia igienista dell’Occidente civilizzato.
Perché noi siamo moderni, mica ci sporchiamo le mani con le esecuzioni cruente e spettacolari dei secoli andati. Noi vogliamo la morte pulita, asettica, che somigli il più possibile a una sedazione pre-operatoria, e prima di infilare l'ago in vena sterilizziamo la parte con il disinfettante. Solo che c’è un enorme, insormontabile inghippo deontologico: i medici veri, quelli che all'inizio della professione hanno giurato solennemente di dedicarsi alla cura dei malati e di astenersi da ogni danno, si rifiutano categoricamente di collaborare. L’American Medical Association lo vieta a chiare lettere: un medico non usa le proprie competenze per sopprimere un essere umano.
E allora a chi mettono in mano l’ago-cannula e le fiale letali? A personale di custodia improvvisato, guardie con un addestramento sommario, dilettanti del buco in vena senza alcuna competenza medica o farmacologica. E i risultati si vedono: non sono stati nemmeno capaci di trovare una vena decente, finendo per scaricare il barbiturico nei tessuti muscolari anziché nel flusso sanguigno.
Immaginatevi la scena al di là del vetro blindato della camera della morte di Riverbend. Testimoni e giornalisti seduti ad assistere a un'iniezione che dovrebbe spegnere un cuore in pochi minuti. Invece va dentro la prima dose di pentobarbital e non succede niente: Christa Pike resta sveglia, soffre, rantola, chiede disperata se sia normale sentire tutto quel bruciore. Tra il veleno finito nel muscolo e la dose da cavallo che entra in circolo, i polmoni si riempiono di liquido procurando un edema: in pratica muori annegando all'asciutto, perfettamente cosciente.
A quel punto, nel panico, gli addetti caricano e sparano una seconda dose letale. Ma la legge dello Stato prevede cosa fare solo fino al secondo tentativo; un terzo non è contemplato dai manuali operativi. E la donna continua a respirare. Il suo respiro pesante e affannato si sente distintamente attraverso l'altoparlante finché qualcuno, colto dall'imbarazzo, non spegne il microfono. E quando la mattanza diventa palese, i funzionari tirano la tenda per nascondere il fallimento ai testimoni. Uno scempio da operetta nera: tiri la tendina per non far vedere che non sai nemmeno come far crepare una persona a norma di codice. Non è procedura: è tortura da macelleria clandestina, riverniciata di legalità solo perché c’è un pubblico ufficiale a segnare l’orario sul taccuino.
Ora scusate, mi devo fermare un attimo. E penso che anche voi sentiate l'impulso di distogliere lo sguardo da questo articolo.
Nessuno qui vuole fare sconti o dimenticare il sangue delle vittime. A diciott’anni appena compiuti, nel 1995, Christa Pike ha massacrato una sua coetanea, Colleen Slemmer, con una ferocia che toglie il fiato, incidendole un pentacolo sul petto e spaccandole il cranio con un sasso. Un orrore puro, irreparabile, che ha distrutto per sempre una famiglia innocente. Ma se da educatrice e da lettrice ho imparato qualcosa sulla complessità dell’umano, è che i mostri non nascono sotto i cavoli. A quel processo d'inizio anni Novanta nessuno si curò davvero di scavare nel disastro che era stata la sua infanzia: nata con una conclamata sindrome feto-alcolica da una madre con gravi problemi di alcolismo, abusata e violentata fin dall'infanzia da chiunque le gravitasse attorno, tentato suicidio a dodici anni, abbandonata tra marciapiedi e istituti. Un cervello devastato prima ancora di imparare le tabelline. E mi fermo qui, altrimenti dicono che giustifico la violenza. Non è un’assoluzione: è contesto.
Ed è proprio qui che si consuma la vera bancarotta morale. Davanti a un relitto umano di diciott’anni, lo Stato che cosa fa? Si sottrae.
La pena di morte, in quegli ordinamenti che ancora la difendono con il fanatismo della consuetudine, non è una risposta di giustizia: è una sbrigativa scorciatoia contabile. Rieducare costa. Curare costa. Accollarsi il compito faticoso, sporco, lungo decenni, di scandagliare le macerie di una mente andata in pezzi per tentare un recupero richiede una civiltà che non si accontenta delle statistiche. Molto più comodo, ed economicamente più redditizio sul piano del consenso elettorale, vestire i panni dell'arbitro divino. Si traccia una linea netta tra noi e il mostro, si decide chi è degno di respirare e chi va depennato dal registro degli esseri viventi. È l'illusione purificatrice del capro espiatorio: elimini il corpo per non dover ammettere il fallimento sociale che lo ha generato.
Come scriveva Albert Camus nelle sue celebri riflessioni sulla ghigliottina, la pena di morte non è giustizia, è la vendetta fredda della società: «Che cos’è l’esecuzione capitale se non il più premeditato degli omicidi, a cui nessun atto criminale, per quanto calcolato, può essere paragonato?». E Dostoevskij, che davanti al plotone d'esecuzione ci era salito davvero prima che gli commutassero la pena all'ultimo secondo, ricordava che togliere a una persona ogni residuo di speranza significa infliggerle una sofferenza mille volte peggiore del reato stesso.
Mentre leggevo questa storia oscena, mi è tornato in mente mio padre. Faceva il metalmeccanico, quinta elementare presa durante il servizio militare, ma custodiva un suo codice etico limpidissimo che mi trasmetteva attraverso i racconti di mare. Aveva una passione viscerale per la pesca subacquea. Quando scendeva sott’acqua con il suo fucile ad aria compressa e prendeva la mira, se per caso l’arpione mancava il bersaglio e il pesce con un guizzo riusciva a salvarsi, lui abbassava l'arma. Non ricaricava, non lo inseguiva, non ci riprovava. Diceva sempre, con la calma di chi conosce il mare: «Se l’è scansata. Si è meritato di vivere». Un operaio senza titoli accademici possedeva una pietà naturale che uno Stato federale, con le sue montagne di codici di procedura penale, non riesce nemmeno a sfiorare. Ma questa, lo so, è un’altra storia.
Adesso il governatore del Tennessee ha sospeso le esecuzioni per tutto l’anno. Troppo rumore, troppi impicci burocratici, ma soprattutto una solenne, planetaria malafigura da gestire sotto i riflettori. Perché alla fine il vero scandalo per la politica non è la barbarie, nossignore: è l'imbarazzo dell'imperizia, il danno d'immagine. Anche perché da quelle parti si sa come gira la giostra elettorale: la pena di morte porta voti, e il governatore che promette polvere da sparo e siringhe piene stravince nei sondaggi, preteso a gran voce da un elettorato che vuole vedere scorrere il sangue per sentirsi al sicuro. È l’America, bellezza! E tu non ci puoi fare niente, se non guardare lo spettacolo delle maschere ad azoto o il ritorno nostalgico alla sedia elettrica pur di non rinunciare al boia.
E così Christa Pike giace in coma farmacologico, guardata a vista dai poliziotti dentro una stanza d'ospedale pagata dai contribuenti, mentre un monitor cardiologico traccia una linea che lo Stato vuole contemporaneamente tenere su per poi tirarla giù a comando non appena le acque si saranno calmate.
La legge che imita l’assassino per insegnare che non si deve uccidere, ne avevo già scritto. Il medico che disintossica la condannata per restituirla lucida al boia.
Ora scusate, devo andare a vomitare.
Consigli per la lettura:
Albert Camus, Riflessioni sulla pena di morte (in Scritti sulla pena di morte, Guanda).
Fëdor Dostoevskij, L'idiota (in particolare le riflessioni del principe Myškin sulla ghigliottina e l'attesa dell'esecuzione).
Consigli per la visione:
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