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29/09/2026 07:21:00

Cuoricini per il boss: anatomia di un cordoglio 

di Katia Regina

 

C’è un punto esatto in cui le sentenze dello Stato, anche quelle passate in giudicato dopo anni di dibattimenti e perizie patrimoniali, sbattono contro un muro invisibile e si dissolvono. Quel punto non è un casolare sperduto né un bunker sotterraneo: è la sezione commenti di una pagina Facebook di provincia.

 

La cronaca recente di Paceco ne offre una radiografia impietosa. La scomparsa di Filippo Coppola, conosciuto per decenni come «u prufissuri», ha rimesso in moto il dispositivo di sicurezza che la Repubblica riserva a chi è stato condannato in via definitiva per associazione mafiosa e colpito dalla confisca di beni (tre milioni di euro). Il Questore ha vietato i funerali pubblici, i cortei e le celebrazioni solenni. Feretro al cimitero alle prime luci dell’alba, benedizione sbrigativa alla presenza dei soli familiari stretti, pattuglie a presidiare i cancelli per scongiurare manifestazioni di forza o raduni di rispetto.

 

La Questura ha fatto il suo dovere burocratico. Ma l'omaggio pubblico si è semplicemente trasferito altrove: sulla piazza digitale.

 

Sotto la notizia della morte, a centinaia si sono riversati a depositare condoglianze commosse, cuori, mani giunte e attestati di stima morale disarmanti nella loro nettezza: «persona eccezionale», «un signore d’altri tempi», «una brava persona». Non profili anonimi o troll prezzolati, ma cittadini reali: madri di famiglia, commercianti, impiegati, professionisti. Tutti con nome, cognome e foto profilo. Commenti pubblici, firmati con nome e cognome, senza particolari cautele nel manifestare stima e affetto verso un uomo condannato definitivamente per associazione mafiosa.

 

Liquidare questa sfilata di tributi etichettando chi commenta come complice o mafioso a sua volta sarebbe una scorciatoia comoda e rassicurante. Ci permetterebbe di tracciare una linea netta tra noi e loro, confinando il problema a una cerchia ristretta di malavitosi conclamati. La realtà è molto più insidiosa: la stragrande maggioranza di quelle persone non appartiene a Cosa nostra, non vive di proventi illeciti e conduce un'esistenza ordinaria. Ma il punto critico è un altro: quelle dita sullo schermo rispondono a un automatismo culturale arcaico, un riflesso condizionato che mette le buone maniere di paese e la deferenza verso chi ha detenuto un potere riconosciuto al di sopra di qualsiasi giudizio etico o penale. Non si tratta di complicità criminale, ma di assuefazione civile: l'idea radicata che dinanzi alla morte, o davanti a un compaesano influente, la legge dello Stato debba fare un passo indietro rispetto alla legge non scritta del vicinato. È il trionfo della contiguità passiva, che oggi ha semplicemente smesso di muoversi nei vicoli per mettersi in vetrina su uno schermo.

 

A rendere il quadro ancora più emblematico è la biografia stessa del defunto. Coppola non incarnava la mafia rozza dei pastori in latitanza; era un uomo colto, laureato, a lungo docente di Lettere e soprattutto di Pedagogia, approdato persino alla presidenza di un istituto privato dopo la scarcerazione. È qui che il corto circuito civile si fa vertiginoso. La pedagogia è, per statuto fondativo, la disciplina della cura, della relazione, dell’emancipazione critica e della formazione di coscienze libere all'interno di una comunità. Com’è possibile maneggiare per una vita intera gli strumenti teorici dell’educazione e, contemporaneamente, operare dentro le logiche asfittiche, gerarchiche e predatorie dell’organizzazione mafiosa? E com’è possibile che chi lo ha conosciuto scelga di ricordarne la dedizione didattica, cancellando con un colpo di spugna il tradimento radicale del patto etico che lega ogni insegnante alla società?

Per comprendere questa frattura torna utile la lezione sociologica di Rocco Sciarrone. Nei suoi studi sul radicamento territoriale delle organizzazioni criminali, Sciarrone evidenzia come la tenuta del potere mafioso non riposi sulla violenza manifesta, ma sulla sistematica produzione e gestione di capitale sociale: reti di relazioni, mediazioni, scambi di favori e piccoli servizi quotidiani. Un consiglio scolastico dispensato con garbo, una mediazione informale per sbloccare un intoppo burocratico, una presenza rassicurante nel vicinato.

Nel microcosmo locale scatta così un processo di dissociazione collettiva: si scinde l'individuo dal reato. La condanna per mafia resta un’astrazione per addetti ai lavori, una controversia tecnica e lontana tra l'imputato e i tribunali; l'uomo premuroso e affabile è invece l'esperienza tangibile, vissuta. La formula-rifugio con me si è sempre comportato bene diventa il salvacondotto per pacificare la coscienza. In questo schema, negare il cordoglio pubblico equivarrebbe a violare il codice non scritto della riconoscenza personale, percepito paradossalmente come un disonore ben più grave del calpestare l'etica della legalità.

A ciò si aggiunge la funzione performativa del lutto sui social. L’omaggio digitale, però, ha anche una funzione pubblica. Non parla soltanto del morto: parla ai vivi. È il vecchio obbligo di farsi vedere a fari a visita trasportato sui social, dove la vicinanza non viene più sussurrata ma esibita davanti all’intero paese.

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Risuonano ancora le parole con cui Paolo Borsellino ammoniva che la lotta alla mafia:

«non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.»

Così come torna alla mente la lucidità di Leonardo Sciascia, quando ne Il giorno della civetta metteva a nudo la capacità del potere mafioso di presentarsi non come anomalia da combattere, ma come naturale cerniera d'ordine e di mediazione della vita quotidiana.

Eppure, accanto a quella bacheca addobbata a festa di conformismo e indulgenza, esiste un'altra Sicilia. C’è chi ha scelto di stare da un’altra parte e davanti a quell'ostentazione prova uno sgomento autentico, fisico, venato di solitudine.

È la stessa parte di comunità che si reca alle commemorazioni delle stragi senza ipocrisie né passerelle, portandosi dentro un dolore mai archiviato. Uno sconcerto che si salda a un altro sgomento, ancora più acre e nauseabondo: quello di chi, a distanza di oltre trent'anni, attende ancora i nomi dei mandanti occulti di quegli eccidi, mentre le aule di giustizia continuano a certificare che attorno alla strage di via D’Amelio si è consumato «uno dei più colossali depistaggi della storia giudiziaria italiana».

La nostra lacerazione quotidiana abita in questa forbice. Eppure, il corto circuito più amaro si consuma nella coscienza di chi ha fatto scelte diverse: trovarsi a provare vergogna nel leggere quei commenti commossi per un boss. Una vergogna che non dovrebbe appartenerci, priva di colpa com'è, e che pure si insinua come un debito d'onore pagato al posto di chi non arrossisce più.

Consiglio la lettura de Cosa Grigia. Una nuova mafia invisibile all'assalto dell'Italia. (Il Saggiatore). Lo ha scritto il direttore di questo giornale, Giacomo Di Girolamo, ma il suggerimento prescinde da ogni vicinanza di redazione: resta, semplicemente, la mappa più nitida per comprendere cosa accade quando la mafia smette di fare rumore e si confonde con la vita della porta accanto.

Consigli per la visione: Belluscone - Una storia siciliana di Franco Maresco. É disponibile in streaming su Rai Play: un ritratto spietato di come il consenso si costruisca sulla prossimità, sui favori e sulla rimozione collettiva della colpa.

https://www.youtube.com/watch?v=Q6FFCtyBGsM

 

In collaborazione con:



Libri e fuffa | 2026-09-29 07:21:00
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