Vannacci, il cavallo di Troia con basamento di cartapesta
di Katia Regina
La storia militare insegna che esistono due modi per espugnare una fortezza: un assedio estenuante a colpi d’ariete oppure la stupidità congenita degli assediati.
Virgilio, che di psicologia della disfatta se ne intendeva prima ancora che inventassero i sondaggi d’opinione, nell'Eneide ci ha lasciato l’anatomia definitiva della fregatura. Dopo dieci anni di polvere e sangue, i Greci capirono che con le buone maniere non si entrava a Troia. Fabbricarono un cavallo di travi smisurato, finsero di levare le tende e lasciarono a terra il fido Sinone, un maestro di dissimulazione incaricato di spiegare ai creduloni che quel simulacro di legno era un prodigio sacro, capace di garantire l'eterna gloria alla città. Priamo abboccò, la piazza applaudì, e per fare spazio all'ingombro i troiani fecero la cosa più brillante: sbreccarono con le proprie mani la cinta muraria. Il resto è un classico delle assicurazioni contro gli incendi.
A distanza di qualche millennio, l'inganno si è fatto antropomorfo. Il vero cavallo di Troia sbarcato sulla scena politica ha il volto rigido del generale Vannacci; il famigerato libro che lo ha reso famoso è stato soltanto l'imbottitura, il trucco scenografico per allungargli l'ombra e farlo apparire smisurato agli occhi degli allocchi. Il mondo al contrario non è un'opera letteraria, ma il basamento di cartapesta di questa scultura equestre: un brogliaccio autopubblicato che riduce il pensiero critico a farragine da caserma e le scienze sociali a un rutto continuo contro la modernità. Quanto bastava per far gridare al prodigio a un pubblico che soffre della stessa acidità di stomaco.
È la settimana di Ferragosto del 2023. L'Italia boccheggia tra il dilemma della parmigiana sotto l'ombrellone e il salasso del noleggio ombrelloni. Nessuno sfoglia una pagina, le librerie tengono le saracinesche abbassate, gli editori trattengono il respiro. Eppure, in quel preciso istante, si compie l'apparizione: ventimila copie comprate su Amazon in una manciata di giorni. Come ha documentato con chirurgica precisione l’inchiesta di Piazzapulita, si tratta di un’anomalia che deride qualsiasi consuetudine commerciale. Numeri che persino Stephen King o J.K. Rowling possono sognarsi solo a valle di una campagna promozionale da svariati milioni di dollari.
Chi c’era dietro lo schermo a piazzare ordini a raffica a Ferragosto? Un reggimento di lettori improvvisi folgorati dai tratti somatici della nazione? Oppure – sospettano i maliziosi – una manovra da guerra ibrida a bassa intensità, dove qualche acheo digitale ha rastrellato pacchetti di volumi per dopare gli algoritmi, issare d'ufficio il vessillo di bestseller e costringere la stampa a spalancare il portone? A chiedere conto della tracciabilità di quella grandinata di acquisti, il generale oppone il ghigno d'ordinanza: «Valuterò se farveli avere». Sia mai che si riveli l'elenco dei rematori nascosti nella stiva.
Poi la farsa ha preso il sopravvento sull'epica. Perché ogni cavallo ha bisogno del suo allocco che lo traini dentro le mura, e la parte del garante entusiasta è toccata per vocazione a Matteo Salvini. Il Nostro, sempre con la lenza in acqua su qualunque corrente reazionaria pur di racimolare mezzo punto percentuale, ha gridato subito al miracolo. Del resto, come resistere al fascino di un generale che a Mosca ci aveva messo piede per davvero con i gradi addosso (salvo poi farsi espellere), mentre lui doveva accontentarsi di fare il piazzista d'oltrecortina, pronto a svendere due Mattarella sull'unghia pur di portarsi a casa mezzo Putin? Poco importava che da quel soggiorno l'alto ufficiale fosse tornato con il fiuto infallibile di chi giurava: «Tranquilli, la Russia non invaderà mai l'Ucraina».
E poco importa pure se persino la stampa estera – dall’impietosa Amy Kazmin sulle colonne del Financial Times, poi tradotta da Internazionale – avesse tratteggiato l'ex parà come il perfetto cavallo di Troia per logorare il fronte occidentale e minare la linea atlantista di Palazzo Chigi. Il leader leghista non ha sentito ragioni: ha afferrato le gomene e ha trascinato l'equino dritto nel salotto buono della maggioranza.
La beffa vera è arrivata dopo. Perché il cavallo, una volta al centro della piazza, non ha diviso la greppia con chi gli aveva aperto il portone. Si è guardato intorno, ha piantato in asso il capitano e ha fondato la sua ditta personale: Futuro Nazionale.
Una perfetta spirale di autofagia: una Lega che i sondaggi danno ormai costantemente sotto la soglia psicologica del 9%, dissanguata dalla sua stessa creatura, e Giorgia Meloni costretta ad alzare i decibel per non farsi scavalcare a destra dall'ex paracadutista.
Hanno voluto il gigante di legno? E adesso se lo tengano. Solo che la tragedia incombe: a notte fonda, mentre la maggioranza litiga per spartirsi i cocci, dal ventre del destriero non scendono i guerrieri achei, ma il conto salatissimo di un'avventura reazionaria e nostalgica. E chi dovrebbe fungere da paratia tagliafuoco, l'opposizione del campo largo, offre uno spettacolo desolante quanto quello degli incendiari. Eccoli lì, asserragliati nella tenda del comando, intenti a distillare l'ennesimo documento programmatico, a piazzare veti incrociati e a vivisezionare il vocabolario mentre la cenere cade sulle teste. Più che gli spartani alle Termopili, sembrano i sacerdoti di Ilio che disputano sul significato dei presagi a tetto già crollato. Con le mura che a destra hanno abbattuto da soli, e a sinistra un comitato d'accoglienza che ancora decide a chi spetti il turno del secchio, a Troia non è rimasto neppure un portone da sbattere. Si salvi chi può, o quantomeno chi conserva il pudore di non applaudire al rogo.
Consiglio per la lettura:La guerra di Troia non si farà di Jean Giraudoux. Un'opera teatrale brillante in cui la retorica bellicista, la vanità dei senatori e la futilità dei loro argomenti trascinano la città alla rovina, dimostrando come la cecità dei governanti sia la vera miccia dell'incendio finale.
Consiglio per la visione: L'inchiesta di Piazzapulita
Da dove parte la fortuna politica di Vannacci: il mistero delle vendite del libro.
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