Elezioni in Germania: tutte le contraddizioni del fenomeno AfD
di Katia Regina
C’è qualcosa di ferocemente beffardo nel modo in cui la realtà decide, ogni tanto, di umiliare la decenza. Non una crepa, non una contraddizione passeggera: una vera e propria detonazione logica che lascia sul terreno macerie di buon senso e chili di ipocrisia a buon mercato.
Prendete la Germania di queste ultime settimane, quella che nelle urne della Sassonia e della Turingia ha riscoperto il fascino d’annata del velluto nero e delle adunate identitarie. Al comando delle truppe festanti di Alternative für Deutschland c’è lei, Alice Elisabeth Weidel: piglio teutonico, colletto inamidato, sguardo d'ordinanza puntato verso la riconquista dei sacri confini patrii e la restaurazione dell'ordine naturale delle cose.
Dopotutto, per comprendere come sia possibile consegnare le chiavi del proprio futuro a una simile caricatura, bisogna guardare da vicino chi abita quelle terre. La Sassonia conta poco più di quattro milioni di anime che portano ancora sottopelle le scorie radioattive di oltre quarant'anni di dittatura comunista nella DDR. Decenni di occhiuta sorveglianza della Stasi, pensiero unico imposto e conformismo burocratico non svaniscono con una pacca sulla spalla e la caduta di un muro: scavano solchi profondi, operando una vera e propria atrofia della facoltà critica. È il grande capolavoro tossico di ogni totalitarismo, sia esso nero o rosso: abituare le coscienze all'obbedienza passiva, al bisogno viscerale dell'uomo forte e alla caccia perenne al capro espiatorio. Chi è stato addestrato per generazioni a delegare la propria libertà al paternalismo autoritario dello Stato, finisce per cercarne il surrogato ovunque, scambiando il ritorno della catena per una promessa di sicurezza. Cambia il colore della bandiera, ma il riflesso pavloviano resta identico.
Ora, provate per un istante a chiudere gli occhi e a recitare il rosario programmatico di AfD: difesa a oltranza della famiglia tradizionale (rigorosamente declinata al maschile e al femminile, possibilmente ariana, con culla intarsiata e mamma devota al focolare); crociata senza quartiere contro l’ideologia queer e le presunte perversioni dell’Occidente decadente; caccia spietata all’immigrato extraeuropeo, reo di contaminare la purezza della stirpe germanica; e, naturalmente, odio viscerale per l’élite finanziaria cosmopolita che vive all’estero e non versa il proprio obolo al sacro suolo patrio.
Riaprite gli occhi. Guardate la leader.
Alice Weidel ha un passato da economista da manuale del perfetto nemico del popolo: borsa di studio della Fondazione Konrad Adenauer, sei anni trascorsi in Cina parlando mandarino, trascorsi dorati nei santuari del turbo-capitalismo globale come Goldman Sachs e Allianz. Ma il vero capolavoro metafisico comincia varcata la soglia di casa. La fustigatrice dell'ordine teutonico è dichiaratamente lesbica, unita civilmente con Sarah Bossard – produttrice cinematografica svizzera di origini singalesi, dunque meravigliosamente extraeuropea – con la quale cresce due bambini. Non solo: la paladina del riscatto dei lavoratori tedeschi risiede stabilmente a Einsiedeln, nel Canton Svitto, ridente cantone elvetico celebre più per la dolcezza delle sue aliquote fiscali che per il fervore patriottico tedesco. E per mettere la proverbiale ciliegina sulla torta della coerenza, nel 2017 un'inchiesta giornalistica del settimanale Die Zeit rivelò che nella sua abitazione d'oltralpe impiegava come colf una richiedente asilo siriana, pagata rigorosamente in nero.
Un profilo che, a parti invertite, nei comizi della stessa AfD verrebbe arringato come l’apocalisse gender-globalista incarnata, il manifesto vivente di tutto ciò che la loro furia restauratrice vorrebbe cancellare con un colpo di spugna (o con un treno merci). Invece la votano. L’acclamano. La incoronano salvatrice della patria.
Sia chiaro: chi scrive si batte da una vita intera affinché ciascuno sia libero di amare chi vuole, sposare chi vuole, farsi una famiglia con chi vuole e non dover mai rendere conto a nessuno di ciò che accade tra le lenzuola della propria camera da letto. La sfera privata è un santuario inalienabile. Ma qui il buco della serratura non c’entra nulla: qui siamo davanti alla più colossale, spudorata dissonanza cognitiva che la politica moderna abbia mai osato offrirci. È il cinico principio del diritto per me, il rogo per te.
Siamo all'equivalente di un vegano fondamentalista che arringa le piazze contro i mattatoi sgranocchiando con gusto uno stinco di maiale al forno, spiegando ai discepoli che non si tratta di carne suina ma solo di un vecchio maialino di famiglia. Un po' come in quella barzelletta del contadino che spiegava al veterinario perché il suo maiale avesse una zampa di legno: "Vede, gli siamo così affezionati che ce lo stiamo mangiando un pezzo alla volta". Ecco, Alice Weidel fa esattamente la stessa cosa con lo stato di diritto e le libertà civili: le sgranocchia avidamente per i propri comodi domestici, ma ne amputa l'uso a tutti gli altri. In Italia, con la nostra consueta arte dell'arrangiarsi, avevamo già visto qualcosa di simile: sindaci e amministratori locali di centrodestra che celebrano la propria unione civile gay per poi dichiarare compunti alle telecamere di essere, per carità di patria, fermamente contrari al matrimonio egualitario e devoti alla sola famiglia naturale. Un cortocircuito talmente spudorato che sarebbe come vedere un piromane farsi nominare comandante dei vigili del fuoco, pretendendo pure l'applauso per aver portato i fiammiferi da casa.
Ma se fino a ieri potevamo riderne, liquidando il fenomeno come una grottesca farsa per elettori col prosciutto sugli occhi, oggi la risata ci si strozza irrimediabilmente in gola. Perché la domanda che non possiamo fare a meno di porci non è se questi facciano sul serio, ma l'esatto opposto: purtroppo, fanno maledettamente sul serio.
L’onda nera non è una burla, non è un incidente di percorso e non è un teatrino di provincia. È una marea che sta montando in tutta Europa, che rosicchia consensi, normalizza l'assurdo e sfrutta con ferocia le libertà e le garanzie della democrazia per minarne le fondamenta dall'interno. Ed è qui che il paradosso della tolleranza di Karl Popper smette di essere una citazione colta da sfoggiare nei salotti e diventa un allarme d'emergenza che suona a tutto volume: fino a che punto possiamo tollerare che chi gode sfacciatamente delle conquiste liberali usi il consenso popolare per togliere quegli stessi diritti a tutti gli altri?
Il rischio concreto non è svegliarsi domani in una distopia inaspettata, ma trovarci sottomessi a questa follia planetaria senza avere nemmeno la decenza di poter balbettare la solita, ipocrita scusa: "non li avevamo visti arrivare". Erano lì. Li abbiamo visti benissimo, con le loro compagne straniere, i conti in Svizzera e le camicie stirate mentre indicavano il bersaglio al popolo inferocito.
La vera, lacerante questione è un'altra: cosa stanno aspettando, esattamente, quanti avrebbero il dovere morale e politico di contrastare questa deriva? Aspettano forse che la parodia diventi legge, o che l'ultimo brandello di lucidità venga definitivamente travolto dall'onda?
Consigli per la lettura: La società aperta e i suoi nemici, Karl Popper
Consigli per la visione: Skin (2018) – Regia di Guy Nattiv
Ispirato a una storia vera, racconta il mondo viscerale e violento dei gruppi suprematisti bianchi americani. Mette a nudo il paradosso di un'ideologia fondata su dogmi tribali, odio per il diverso e culto del branco, rivelando la totale incoerenza tra i valori decantati e le miserie umane di chi li predica. È un pugno nello stomaco che mostra cosa accade quando la propaganda smette di essere uno slogan da talk show e scende in strada armata.
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