Marsala: le ossa dei nostri morti trattate come spazzatura
di Katia Regina
Se chiedeste a un antropologo quale sia stato il primo, inequivocabile spartiacque che ha separato l'essere umano dal regno animale, non vi indicherà una lancia, una ruota o il controllo del fuoco. Vi parlerà con ogni probabilità dei monti Zagros, nella grotta di Shanidar, dove decine di migliaia di anni fa i Neanderthal cominciarono a scavare fosse per deporvi i loro morti, avvolgendoli con cura e proteggendone i corpi dal tempo e dai predatori. In quel gesto primordiale, che la scienza celebra come l’atto di nascita della pietà funebre, c’è la soglia originaria dell’uomo: nessun’altra specie vivente, per quanto evoluta, riserva una cura rituale a ciò che ha perso qualsiasi utilità biologica immediata.
Non è un caso che l’etimologia conservi una memoria più tenace delle nostre amnesie: umano, uomo e humus condividono la medesima radice indoeuropea. Siamo umani finché riconosciamo il dovere della terra; siamo civili finché intendiamo l’inumazione non come una sbrigativa pratica igienica o logistica, ma come la prima liturgia che fonda la nostra convivenza.
Giambattista Vico, nella sua Scienza Nuova, avvertiva che la civiltà poggia su tre costumi universali: la religione, il vincolo coniugale e le sepolture. Se togliete il culto dei morti, ammoniva il filosofo, il consorzio umano si dissolve e l’uomo regredisce allo stato delle fiere, vagabondo e brutale tra le selve. E molti secoli prima di lui, Sofocle aveva fatto pronunciare ad Antigone la condanna eterna di ogni cinismo burocratico: le «leggi non scritte e incrollabili», quelle che nessun editto dei tiranni terreni può cancellare, impongono che a ogni corpo sia reso l’onore del riposo, affinché non diventi scarto abbandonato al vento o pasto per le bestie.
I cimiteri sono lo specchio fedele di una comunità. Ugo Foscolo ci ha insegnato che le tombe servono ai vivi più che ai morti: sono la «corrispondenza d'amorosi sensi» che custodisce le memorie, frena l'oblio e misura la statura etica di un popolo. Quando varchiamo i cancelli di un camposanto, noi non stiamo rendendo omaggio alla polvere: stiamo rinnovando un patto generazionale, la nostra capacità di amare e ricordare oltre il confine del respiro.
Poi, accade qualcosa che spezza d’improvviso questa catena millenaria.
Quel cestino dei rifiuti contenente resti umani è un simbolo che deve far tremare i polsi. È il punto esatto in cui una civiltà abdica a se stessa. Quando le ossa di una persona – che ha avuto un nome, degli affetti, una storia che fa parte del tessuto di questa stessa città – vengono declassate a spazzatura qualunque, non siamo di fronte a una disattenzione: siamo di fronte a un pauroso collasso morale.
Se perfino nelle caverne della preistoria i nostri antenati sapevano fermarsi e chinarsi con solennità su un corpo inanimato, che cosa siamo diventati noi se tolleriamo che i resti dei nostri avi finiscano tra i residui di plastica e gli scarti quotidiani?
La barbarie non arriva mai con il fragore delle grandi catastrofi: scivola silenziosa nell’assuefazione all’incuria, nella perdita del senso del sacro, nella burocratizzazione distratta del dolore. Ma dietro le formule astratte, dietro l'alibi comodo del «malfunzionamento del sistema», c'è sempre una mano in carne e ossa. C’è una responsabilità personale, precisa, inequivocabile: quella di chi ha materialmente preso quelle spoglie umane e le ha gettate tra i rifiuti, accecato da una miscela ripugnante di incuria, cinica fretta e disumanità. E c'è la colpa, altrettanto grave, di chi ha ordinato quel gesto o lo ha tacitamente consentito, forte di quella prassi non scritta ma tollerata che trasforma il rispetto in una fastidiosa incombenza da sbrigare al ribasso.
A costoro, esecutori ciechi e supervisori compiacenti, va detto senza mezzi termini: non ci sono attenuanti burocratiche né scuse di servizio che tengano. Un oltraggio simile non merita alcuna indulgenza, non merita comprensione e non merita alcun perdono, neppure da parte di chi professa la fede cristiana. Perché chi getta la memoria di un uomo nella spazzatura ha già scelto di porsi al di fuori di ogni comunità umana; e una città incapace di pretendere conto di questo sacrilegio ha già smesso, irrimediabilmente, di avere cura dei suoi vivi.
Consigli per la lettura: L'uomo e la morte di Edgar Morin. In questo volume l'autore esplora l'atteggiamento dell'essere umano di fronte alla fine, dimostrando come la consapevolezza della morte e la nascita del rito funebre siano l'origine stessa della cultura e della coscienza. Leggendolo si capisce fino in fondo perché declassare un corpo a rifiuto significhi cancellare le fondamenta dell'umano.
Consigli per la visione: DEPARTURES (2008) di Yōjirō Takita, ecco il trailer con commento in italiano.
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