Una manifestazione studentesca a Trapani, un cartellone con una frase che richiama l'uso delle armi. Il diritto di protestare non può trasformarsi nella legittimazione, neppure simbolica, della violenza. E la scuola dovrebbe essere il primo luogo in cui insegnare questa differenza.
L’immagine merita una riflessione: un gruppo di giovani scesi in piazza, con striscioni, megafoni e cartelloni. Tra questi, la scritta in dialetto siciliano: «Dimettiti Valditara o niscemu a lupara».
Tradotto, il messaggio è inequivocabile nella sua formulazione: dimettiti, altrimenti tiriamo fuori il fucile.
Non sappiamo se chi ha realizzato quel cartellone intendesse provocare, utilizzare un'espressione dialettale come iperbole o lanciare un messaggio deliberatamente aggressivo. Il problema è ciò che si sceglie di comunicare pubblicamente. E quel messaggio è grave.
I motivi dello sciopero
In piazza circa 500 studenti, a capeggiare lo sciopero i liceali del Fardella Ximenes. Chiedono di poter studiare in classi che siano sicure.
Secondo gli studenti, le politiche governative stanno indebolendo l'istruzione statale. Contestata anche la riforma degli istituti tecnici e professionali (4+2), che, secondo i manifestanti, privilegerebbe la formazione di lavoratori rispetto alla crescita culturale.
Si denunciano anche le restrizioni alle assemblee, in particolare quelle dedicate alla Palestina, e possibili provvedimenti disciplinari contro chi protesta.
Il diritto di protestare non comprende il diritto di evocare la violenza
Gli studenti hanno tutto il diritto di manifestare. Possono contestare le politiche del Governo, chiedere le dimissioni di un ministro, denunciare le difficoltà della scuola pubblica, criticare le riforme e rivendicare un futuro diverso.
È un diritto costituzionale, prima ancora che una conquista democratica. Ma esiste una differenza sostanziale tra il dissenso e l'intimidazione, tra una critica politica e un'espressione che richiama l'utilizzo di un'arma.
Non è necessario condividere le posizioni di Valditara per riconoscere che quel cartellone rappresenta un superamento del limite. Anzi, proprio chi difende il diritto alla protesta dovrebbe essere il primo a prendere le distanze da messaggi del genere.
La scritta su quel cartello è inquietante perché in Sicilia la lupara non è una parola qualsiasi. È un simbolo che richiama una storia di violenza mafiosa, intimidazioni, omicidi e sopraffazione. Una storia che questa terra ha pagato con il sangue di magistrati, rappresentanti delle istituzioni, giornalisti e cittadini innocenti.
È possibile che dei ragazzi, proprio mentre rivendicano diritti e democrazia, scelgano di utilizzare un riferimento così legato alla cultura della violenza?
Ed è tempo che si finisca di pensare che la cultura antimafiosa si costruisca soltanto ricordando Falcone e Borsellino nelle ricorrenze ufficiali. Si costruisce imparando a riconoscere e rifiutare il linguaggio della sopraffazione nella quotidianità.
La responsabilità educativa della scuola e degli adulti
Sarebbe troppo semplice liquidare tutto come una ragazzata. E sarebbe altrettanto facile trasformare l'episodio in una polemica politica tra sostenitori e oppositori del Governo.
Il problema è educativo. La scuola dovrebbe insegnare a discutere, contestare, argomentare e difendere le proprie idee. Dovrebbe formare cittadini capaci di esercitare il dissenso senza ricorrere alla minaccia, anche soltanto evocata.
Qualcuno ha spiegato a quei ragazzi che esiste una differenza tra la forza delle idee e l'idea della forza?
Non si tratta di invocare provvedimenti disciplinari, ma di chiedere agli adulti, agli insegnanti, alle famiglie e agli stessi organizzatori delle manifestazioni di non sottovalutare il significato delle parole.
Non è una questione di destra o di sinistra. Il ministro Valditara può essere criticato, contestato e politicamente combattuto. Come qualsiasi altro rappresentante delle istituzioni.
Se una scritta del genere fosse stata indirizzata a un esponente del centrosinistra, la sua gravità non sarebbe cambiata di una virgola. E proprio questa dovrebbe essere la misura della coerenza democratica.
La vera ribellione è avere idee, non evocare fucili
C'è qualcosa di profondamente contraddittorio nell'immagine di giovani che scendono in piazza per rivendicare diritti e scelgono, contemporaneamente, uno slogan che richiama una delle espressioni più buie della storia siciliana.
I ragazzi hanno bisogno di spazi di partecipazione, di essere ascoltati, di potersi opporre alle decisioni che ritengono sbagliate. Hanno bisogno di una scuola che non spenga il pensiero critico. Ma proprio per questo non possiamo convincerci che qualsiasi provocazione sia una manifestazione di libertà.
La protesta più forte non è quella che minaccia. È quella che riesce a mettere in difficoltà il potere con la qualità delle proprie idee.
Perché in Sicilia, più che altrove, dovremmo aver imparato che la lupara non può essere il linguaggio del futuro.