Addio a Corrado Carnevale, l'"ammazzasentenze"
È morto questo pomeriggio a Roma, all’età di 95 anni, Corrado Carnevale, il giudice passato alla storia con un soprannome che è diventato marchio politico, mediatico e giudiziario: l’“ammazzasentenze”.
Per alcuni un rigoroso garante della legalità formale, per altri il simbolo di una Cassazione che per anni ha rappresentato l’ultima speranza di Cosa nostra.
Nato a Licata il 9 maggio 1930, Carnevale ha attraversato oltre mezzo secolo di storia giudiziaria italiana, lasciando un’impronta profonda e divisiva. I funerali si svolgeranno venerdì a Roma.
Il giudice più potente della Cassazione
Magistrato di carriera, Corrado Carnevale è stato presidente della Prima sezione penale della Corte di Cassazione dal 1985 al 1993. Un ruolo cruciale: da quella sezione passavano i ricorsi decisivi dei grandi processi penali, compresi quelli di mafia.
È in quegli anni che nasce il soprannome di “ammazzasentenze”, legato all’altissimo numero di annullamenti di condanne, spesso per vizi procedurali o carenze motivazionali. Sentenze riformate o cancellate, secondo i critici, con un effetto devastante sulla fiducia dell’opinione pubblica nella giustizia.
La stagione delle sentenze annullate
Nel racconto dei detrattori, la Cassazione guidata da Carnevale diventa l’“ultima spiaggia” per imputati eccellenti. La leggenda – mai smentita del tutto – vuole che Totò Riina confidasse proprio in quella sezione per ribaltare le condanne del maxiprocesso.
Non a caso, negli anni più duri della lotta a Cosa nostra, si decise una rotazione delle assegnazioni per evitare che i processi di mafia finissero sistematicamente davanti al collegio presieduto da lui.
Nel curriculum critico ricostruito dal movimento antimafia pesano annullamenti di ergastoli per omicidi mafiosi, condanne per associazione mafiosa e ordini di cattura “saltati” per ragioni formali. Carnevale ha sempre respinto l’accusa di aver favorito i boss, rivendicando una linea di assoluto garantismo e il primato delle regole processuali.
Da giudice simbolo a imputato per mafia
La parabola si capovolge negli anni Novanta. Carnevale finisce lui stesso sotto processo, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa: secondo l’accusa avrebbe piegato l’attività della sezione ai bisogni di Cosa nostra, influenzando collegi e decisioni.
Assolto in primo grado, viene condannato in appello. Ma nel 2002 le Sezioni Unite della Cassazione annullano senza rinvio la condanna, ripristinando l’assoluzione per insufficienza di prove.
Una sentenza che chiude il caso giudiziario, ma che apre un capitolo destinato a pesare a lungo.
La “sentenza Carnevale” e il concorso esterno
Il verdetto del 2002 diventa un punto di riferimento tecnico sul concorso esterno in associazione mafiosa. La Cassazione fissa una soglia probatoria alta: serve un contributo “consapevole, effettivo o causalmente idoneo” al rafforzamento dell’organizzazione criminale.
Per molti è una decisione garantista. Per altri, l’ennesimo ostacolo nei processi di mafia. Anche qui, come spesso nella sua carriera, Carnevale divide.
Sospensione, rientro e pensione
Nel pieno delle polemiche, dal 1993 al 2007, Corrado Carnevale viene sospeso dal servizio e dallo stipendio dal Csm. È l’epoca delle stragi, del trauma nazionale, di una sensibilità radicalmente mutata sul tema della giustizia antimafia.
Dopo l’assoluzione definitiva, viene reintegrato in Cassazione e riacquista diritti e status, ma senza tornare al ruolo centrale di un tempo. La sua figura resta controversa anche all’interno della magistratura, sospesa tra riabilitazione formale e diffidenza sostanziale.
Va in pensione nel 2013, chiudendo una carriera iniziata negli anni Cinquanta e segnata da alcune delle pagine più controverse della storia giudiziaria italiana.
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