12/12/2019 06:00:00

50 anni da Piazza Fontana. Enrico Deaglio: "Quell'Italia che reagì alla strage"

 di Marco Marino


Bastano solo poche indicazioni per cominciare a ricordare. Erano le sedici e trentasette minuti alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano. La bomba era stata preparata e disposta dal gruppo nazista Ordine Nuovo. Fece diciassette morti. Il dodici dicembre di cinquant’anni fa.

È necessario ricordare, altresì, che sul momento vennero ritenuti responsabili dell’accaduto alcuni anarchici. E che uno di loro, Giuseppe Pinelli, dopo ore e ore di interrogatorio, precipitò dal quarto piano della questura di Milano. Il quindici dicembre di cinquant’anni fa.


È strano pensare che proprio mezzo secolo fa la figura dell’uomo che cade comincia a imporsi nel granitico immaginario occidentale come la rappresentazione più sconcertante della fragilità della democrazia, dell’insicurezza dello stato, della quotidiana possibilità del terrore. Dall’opera semiclandestina di Enrico Baj «I funerali dell’anarchico Pinelli» alla celebre fotografia di Richard Drew dell’undici settembre, “the falling man” è diventato il riflesso di ognuno di noi.


A futura memoria, abbiamo voluto confrontarci con Enrico Deaglio che ha raccontato la strage di Piazza Fontana, e le sue conseguenze storiche e culturali, nel suo ultimo libro “La bomba” (Feltrinelli, 2019).


Il 12 dicembre del 1969 lei aveva poco più che vent’anni, ecco, mi chiedo che effetto può avere avuto una simile catastrofe nella vita di un ragazzo di vent’anni.


La mia reazione personale… non so come descriverla. Avevo ventidue anni, ero uno studente di medicina a Torino ma allo stesso tempo anche un militante politico, avevo fatto parte della fondazione di un gruppo di studenti-operai che si chiamava «Lotta continua». La notizia della strage ci arrivò addosso come qualcosa a cui nessuno avrebbe mai potuto pensare: era inconcepibile mettere una bomba in un luogo pubblico per colpire dei civili. Stiamo parlando di anni in cui le lotte operaie dilagavano per tutto il paese, si cominciava ad avvertire una grande trasformazione sociale. E questo era un vero attacco frontale.


È difficile anche solo immaginare l’aria che si respirava...


C’era un clima di assoluta angoscia. Se erano stati capaci di compiere un gesto di tale ferocia, potevano essere capaci di fare tutto. Molti pensarono che ci sarebbe stato un colpo di stato. A questa atmosfera di cupezza estrema si aggiunse uno stato di estrema menzogna: dell’eccidio vennero subito incriminati gli anarchici e pochissimo tempo passò per sapere della morte di Pino Pinelli, precipitato dal quarto piano della questura di Milano.


Arriviamo così al 15 dicembre 1969.


Adesso sono passati cinquant’anni e tutto il contesto è cambiato. Ma all’epoca con la televisione che aveva un solo canale in bianco e nero, che dava esclusivamente la versione della polizia, con i giornali tutti schierati, uguali identici, non esisteva altro. Non c’era altro a cui credere.


Eppure lo stesso paese che era stato colpito frontalmente, nel momento di massima crisi, risponde compatto scendendo in Piazza Duomo per i funerali delle vittime. Così come successe a Palermo nel 1992 dopo la strage di Via D’Amelio. Pensa sia un tratto distintivo degli italiani?


Sì. Sì, è vero. La manifestazione di Milano, i funerali, stupì tutti. Per molti fu il deterrente che riuscì a ostacolare qualsiasi tentativo di colpo di stato o di avventura simile. In quell’atmosfera apocalittica, pensate che a mezzogiorno era già buio, si era radunata una folla immensa, senza bandiere, senza striscioni, muta, assolutamente muta, un muro umano. Che sia stata questa la forza che ha convinto che un colpo di stato in Italia non si può fare. Che noi italiani abbiamo dentro qualcosa che ci permette di reagire. Ed è giusto il parallelo col Novantadue, con la catena umana che c’è stata, con le lenzuola, con la società civile che si è svegliata. Ma è doveroso fare un altro parallelismo...


Con cosa?


L’organizzazione del depistaggio. Sia nel Sessantanove che nel Novantadue cominciò immediatamente… nel Novantadue venne costruito un grandissimo falso e ci sono cascati tutti: alludo alla questione del pentito Vincenzo Scarantino che dà una versione della strage di Via D’Amelio completamente falsa, assurda. E magistrati e giornalisti se la sono bevuta. Per quanto detto prima, sono due facce della stessa medaglia. Al fondo, nel suo DNA, il popolo italiano non se la beve, non ci casca, anzi reagisce e sa come reagire. Però, nello stesso tempo, nel DNA del potere italiano c’è sempre qualcosa che intralcia e si oppone alla verità.

 


Il suo libro certo non vuole essere soltanto una ricostruzione dei fatti giudiziari, ma anche un’indagine culturale sull’Italia della Bomba. Su cosa ne permise la realizzazione e sulla risposta degli intellettuali dopo la strage.


Di fronte a una tale catastrofe, la vera resistenza nasce dagli intellettuali. Questa architettura della menzogna montata dalla polizia, dalle istituzioni, dai grandi giornali, con la complicità della magistratura, ha trovato resistenza negli scrittori, nei poeti, negli amici di Pinelli che erano dei giovani assistenti all’Università Cattolica, negli studenti, nel sindacato. Non è venuta, invece, dai partiti politici: il partito comunista è rimasto in silenzio, intimidito da quello che stava succedendo.


Non crede che nel caso di Piazza Fontana il ruolo degli intellettuali sia sempre stato l’aspetto più dimenticato?


È sicuramente un aspetto che va rivalutato, perché anche questo fa parte del nostro patrimonio. E lo si vede rispuntare fuori in altre situazioni storiche. Pensiamo all’Affare Dreyfus, in Francia, alla fine dell’Ottocento...


Che è ritornato all'attenzione di tutti grazie a «L’ufficiale e la spia» di Roman Polanski.


Un film bellissimo. Ecco, per il caso Dreyfus ci fu proprio una mobilitazione degli intellettuali: furono i giornali a rompere il velo delle bugie, dell’ipocrisia, che fu diffuso allora.


E l’espressione culturale più forte che produsse la stagione di Piazza Fontana fu sicuramente l'opera di Enrico Baj, «I funerali dell’anarchico Pinelli», la Guernica italiana. La mia domanda è: chi è oggi Pino Pinelli di fronte alla storia italiana? Un fantasma che cerca vendetta, un martire oppure il giovane col berretto rosso che toglie la benda alla giustizia?


È tutti questi volti messi assieme. Ma innanzitutto è un innocente. Simbolicamente, il suo corpo che cade rappresenta tutti noi. La caduta dei nostri valori morali e civili. Pinelli è una figura universale: l’anarchico innocente che viene ucciso, che cinquant’anni dopo diventa l’emblema di ciò che è successo. E a me fa molto piacere vedere che quest’anno sarà ricordato con una grande manifestazione musicale, assolutamente non violenta, reclamando anzi quei valori di nonviolenza che lo stesso Pinelli predicava.