Alla Biblioteca Fardelliana, lunedì 23 marzo, la presentazione di "Blu e sale. Un’educazione siciliana" ha assunto i contorni di un vero e proprio rito civile della memoria.
Non una semplice occasione letteraria, ma un momento di alta densità culturale, capace di restituire il senso profondo di un’opera che intreccia autobiografia, storia e identità. Accanto all’autore, Giacomo Pilati, la presenza di Stefania Auci – autrice del fortunato romanzo "I leoni di Sicilia"– ha segnato un passaggio tutt’altro che secondario.
In controluce, infatti, si è imposta una coincidenza significativa: nella sala della Fardelliana si sono incontrati due tra i più autorevoli interpreti della narrativa contemporanea, entrambi figli della stessa terra, Trapani. Un dialogo che, lungi dall’essere meramente celebrativo, ha restituito la vitalità di una tradizione letteraria capace di rinnovarsi senza perdere il legame con le proprie radici.
La partecipazione del pubblico, straordinariamente numerosa, ha rappresentato il termometro più eloquente di questo doppio riconoscimento: da un lato l’affetto e la stima che la città nutre per Pilati, dall’altro la consapevolezza di assistere a un confronto di alto profilo, impreziosito dalla presenza della Auci, coprotagonista di una serata di raro spessore.
Il titolo stesso dell’opera, “Blu e sale”, si offre come chiave interpretativa dell’intero impianto narrativo. Il blu è quello del mare e del ricordo: una dimensione fluida, avvolgente, capace di farsi insieme rifugio e vertigine, caldo o freddo a seconda dell’intensità emotiva che lo attraversa. Il sale, invece, con il suo bianco assoluto, è materia concreta e simbolica insieme: purezza e abbacinamento, ferita e conservazione. È ciò che brucia e ciò che preserva.
In questa polarità si inscrive l’intera esperienza raccontata da Pilati, sospesa tra luce e ombra, splendore e lutto. Non si può non andare con la mente al richiamo ideale a Gesualdo Bufalino, maestro nel restituire la Sicilia come luogo di contrasti estremi, dove la luminosità accecante convive con una costante percezione della fine. Come in Bufalino, anche in Pilati la bellezza non è mai innocente, ma porta con sé un retrogusto di perdita; e la memoria, lungi dall’essere consolatoria, si configura come esercizio esigente, talvolta doloroso, di verità.
La struttura del libro – una sequenza di racconti brevi, scanditi secondo il ritmo di un gioco infantile (“dire, fare, baciare, lettera, testamento”) – accompagna il lettore lungo un itinerario di formazione che si sottrae a ogni linearità. Ogni frammento è un affondo, una tessera che contribuisce a comporre un mosaico in cui l’infanzia, definita “felice e consapevole”, si misura costantemente con le incrinature della storia.
E qui il racconto si apre alla dimensione collettiva: il terremoto del Belice, il rapimento di Aldo Moro, la strage di Pizzolungo, l’uccisione del magistrato Ciaccio Montalto. Eventi che non restano sullo sfondo, ma si insinuano nella trama esistenziale, ridefinendo i confini tra privato e pubblico. Emblematica, in tal senso, la figura di Mauro Rostagno, presenza che illumina e insieme lacera, simbolo di una verità pagata a caro prezzo.
E tuttavia, ciò che più colpisce è la capacità dell’autore di tradurre tutto questo in esperienza sensoriale. Le pagine di “Blu e sale” sono attraversate da odori – la zagara, il sugo, il pane - da sapori, da visioni abbaglianti – le montagne di sale, i tramonti accesi –, da suoni. È una memoria che non si limita a ricordare, ma ricrea, restituisce, rende nuovamente abitabile ciò che il tempo ha allontanato.
Trapani, in questo scenario, non è semplice ambientazione, ma organismo vivo, matrice identitaria. Una città che si offre come luogo dell’origine e, al tempo stesso, come specchio delle contraddizioni di un’intera isola e, per estensione, del Paese.
Nel corso dell’incontro, le letture di Giampiero Montanti hanno ulteriormente amplificato la forza evocativa del testo, restituendo alla parola scritta quella dimensione orale che ne costituisce, in fondo, una delle radici più profonde.
“Blu e sale” si configura così come un’opera che interroga senza indulgere, che scava senza compiacersi, che affida alla memoria il compito più difficile: non quello di conservare, ma di comprendere. E la serata della Fardelliana ne è stata fedele riflesso: un momento in cui letteratura e comunità si sono riconosciute, reciprocamente, nella necessità di non smarrire ciò che le definisce.