Non è sufficiente dichiarare il falso per configurare un depistaggio: occorre dimostrare che quelle dichiarazioni abbiano inciso concretamente sul corso delle indagini, ostacolandole. È questo il punto centrale chiarito dalla sesta sezione penale della Corte di Cassazione nelle motivazioni con cui è stata annullata, senza rinvio, la misura degli arresti domiciliari nei confronti di Filippo Piritore, ex prefetto di Isernia ed ex funzionario della Squadra mobile di Palermo, coinvolto nell’inchiesta sull’omicidio di Piersanti Mattarella.
La decisione risale allo scorso marzo, quando Piritore era tornato in libertà. Adesso i giudici spiegano le ragioni del provvedimento, sottolineando che il depistaggio è un reato che richiede un pericolo concreto e non solo potenziale. In altre parole, non basta una condotta discutibile o dichiarazioni non veritiere: è necessario che queste abbiano realmente compromesso o deviato l’attività investigativa.
Uno degli elementi chiave dell’indagine riguarda un guanto di pelle rinvenuto nell’auto utilizzata dai killer. Secondo l’accusa, quel reperto sarebbe stato fatto sparire. La Cassazione, però, evidenzia come il guanto fosse stato fotografato, descritto e quindi noto agli inquirenti e ad altri soggetti, ridimensionando così l’ipotesi di un occultamento decisivo.
Inoltre, Piritore – difeso dagli avvocati Gabriele Vancheri e Gianluca Tognozzi – aveva documentato di aver mostrato proprio quel guanto al proprietario dell’auto rubata. Un comportamento che, secondo i giudici, appare incompatibile con l’intenzione di nascondere una prova.
Alla luce di questi elementi, per la Suprema Corte il quadro indiziario resta insufficiente: nei confronti dell’ex funzionario emergono soltanto congetture, non supportate da elementi tali da dimostrare un effettivo depistaggio delle indagini sul delitto Mattarella.