Il 14 settembre di mafia e coraggio: Giacomelli ucciso, Germanà scampato ai killer
Il 14 settembre, per la provincia di Trapani, non è una data qualsiasi. È una ferita che ritorna due volte. Nel 1988 Cosa nostra assassinò il giudice Alberto Giacomelli, colpevole di avere colpito i beni della famiglia Riina. Quattro anni dopo, nel 1992, sul lungomare di Mazara del Vallo, un commando mafioso tentò di uccidere il poliziotto Rino Germanà.
Due agguati, due uomini dello Stato, due storie con un finale diverso. Giacomelli venne ucciso. Germanà, invece, riuscì quasi miracolosamente a salvarsi. In comune c’è la ferocia di una mafia che non dimenticava e che provava a eliminare chi ne ostacolava gli affari.
L’omicidio del giudice Alberto Giacomelli
Sono trascorsi 38 anni dall’assassinio di Alberto Giacomelli, magistrato trapanese nato nel 1919 ed entrato in magistratura nel 1946. Era stato pretore, giudice e presidente di sezione del Tribunale di Trapani. Quando venne ucciso aveva 69 anni ed era in pensione da poco più di un anno.
La mattina del 14 settembre 1988 Giacomelli uscì dalla sua casa di campagna, nella zona di Locogrande, oggi territorio di Misiliscemi. I killer lo aspettavano lungo una strada tra vigneti e uliveti. Lo costrinsero a fermarsi e gli spararono: tre colpi, due dei quali lo raggiunsero alla testa e all’addome.
Per anni l’omicidio rimase avvolto nel mistero. Giacomelli era considerato un uomo mite, riservato, lontano dal clamore. Non era il magistrato che cercava i riflettori e proprio per questo, inizialmente, fu difficile individuare un movente.
Ci furono anche indagini sbagliate e accuse costruite sulle dichiarazioni di un falso collaboratore di giustizia. Quattro giovani finirono sotto processo e vennero condannati in primo grado, prima di essere assolti in appello.
Quella confisca alla famiglia Riina
La verità arrivò molti anni dopo, grazie alle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia. Il movente era nascosto in un provvedimento firmato dal magistrato il 28 gennaio 1985.
Da presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Trapani, Giacomelli aveva disposto la confisca di ville e terreni a Mazara del Vallo appartenenti a Gaetano Riina, fratello di Totò, e alla moglie Vita Cardinetto. Aveva applicato la legge Rognoni-La Torre, che aveva introdotto uno degli strumenti più efficaci contro Cosa nostra: togliere ai mafiosi patrimoni e ricchezze.
Giacomelli aveva toccato ciò che per la mafia conta più di tante parole: il denaro e il potere economico. E Cosa nostra, anche a distanza di anni, presentò il conto.
Il 28 marzo 2002 Totò Riina venne condannato all’ergastolo quale mandante dell’omicidio. La sentenza diventò definitiva nel 2003. I nomi degli esecutori materiali, invece, non sono mai stati accertati.
Oggi Giacomelli viene ricordato come uno dei primi magistrati ad avere compreso, attraverso gli atti e senza proclami, che la mafia si combatte anche aggredendo i suoi patrimoni.
Misiliscemi ricorda il magistrato
Proprio oggi, 14 settembre, il Comune di Misiliscemi apre la sua Settimana della Legalità con una giornata dedicata a “Legalità, Giustizia e Memoria” e intitolata ad Alberto Giacomelli.
Il programma si svolgerà in Municipio a partire dalle 18, con i saluti del sindaco Salvatore Tallarita e della presidente del Consiglio comunale Michela Di Gaetano. È prevista anche la lettura di un estratto dal libro Un uomo perbene di Salvo Ognibene, dedicato alla vita del magistrato. Alle 19 seguirà la presentazione del volume Il contagio di Massimiliano Iervolino.
Un’iniziativa nel luogo in cui Giacomelli visse gli ultimi anni e dove venne assassinato. Perché la memoria, quando non diventa soltanto una cerimonia, serve a leggere meglio anche il presente.
L’attentato a Rino Germanà
Il secondo anniversario porta al 14 settembre 1992, uno degli anni più sanguinosi della storia repubblicana. Giovanni Falcone era stato ucciso a Capaci il 23 maggio; Paolo Borsellino in via D’Amelio il 19 luglio. Meno di due mesi dopo, Cosa nostra provò a colpire ancora.
L’obiettivo era Calogero “Rino” Germanà, allora dirigente del Commissariato di polizia di Mazara del Vallo e investigatore impegnato nelle indagini sulla mafia trapanese. Aveva lavorato sulle cosche del territorio e sui nuovi equilibri criminali che stavano portando in primo piano Matteo Messina Denaro.
Quel giorno Germanà percorreva il lungomare Fata Morgana, nella zona di Tonnarella, a bordo della sua Fiat Panda. Si accorse di essere seguito da una Fiat Tipo. Dentro c’era un commando che racconta, da solo, l’importanza attribuita da Cosa nostra a quell’agguato: Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro.
Non semplici sicari, ma uomini destinati a diventare protagonisti della stagione stragista.
La fuga sulla spiaggia e il tuffo in mare
I killer aprirono il fuoco contro l’auto. Germanà riuscì a uscire dalla Panda, estrasse la pistola e rispose ai colpi. Poi corse verso la spiaggia, inseguito dal commando, e si gettò in mare per nascondersi tra le onde.
I mafiosi continuarono a sparare, senza preoccuparsi delle altre persone presenti sul litorale. Germanà riuscì però a sfuggire ai killer e a sopravvivere. Fu aiutato da Andrea Anselmi, testimone dell’agguato, che dalla propria abitazione aveva assistito alla scena.
Nel 2022, in occasione del trentesimo anniversario, sul lungomare Fata Morgana è stata collocata una lapide nel luogo dell’attentato. Tornando su quella spiaggia, Germanà disse: «Spesso mi chiedo perché non sono morto e non so darmi una spiegazione». Dopo il 1992, ricordò, la vita regalò a lui e alla moglie un terzo figlio.
La stessa mafia, la stessa paura degli uomini liberi
Tra l’omicidio di Giacomelli e l’attentato a Germanà passarono esattamente quattro anni. Cambiavano gli uomini, i luoghi e le modalità, ma non la logica.
Giacomelli aveva sottratto beni alla famiglia Riina. Germanà indagava sulle cosche trapanesi e sull’ascesa di Matteo Messina Denaro. Entrambi avevano fatto il proprio lavoro, senza trasformarlo in una posa pubblica o in una dichiarazione di eroismo.
È questo che Cosa nostra temeva: funzionari dello Stato capaci di applicare la legge, seguire il denaro, comprendere gli intrecci criminali e non voltarsi dall’altra parte.
Il 14 settembre racconta dunque due volti della stessa provincia. Quello della violenza mafiosa e quello di chi le si è opposto. Una volta la mafia riuscì a uccidere. Quattro anni dopo fallì.
Ricordare Alberto Giacomelli e Rino Germanà significa tenere insieme il dolore e la resistenza, la vittima e il sopravvissuto. Ma soprattutto significa ricordare che la lotta alla mafia non vive soltanto nelle grandi parole degli anniversari: vive negli atti, nelle indagini e nelle scelte quotidiane di chi continua a fare il proprio dovere.
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