Il ragazzo con il casco / 2. Non un raptus, ma un copione: i post, i simboli e la preparazione dell'attacco
Mentre la scuola chiude ufficialmente il suo percorso con la bocciatura e la non ammissione alla classe successiva, l'inchiesta sul dodicenne che il 29 maggio ha tentato di aggredire con due coltelli il professore di tecnologia dell'istituto comprensivo Lombardo Radice-Fermi di San Vito Lo Capo continua a far emergere dettagli sempre più inquietanti.
Dopo la sanzione disciplinare dell'allontanamento per 16 giorni deliberata dal Consiglio d'Istituto, il Consiglio di classe ha deciso di non ammettere il ragazzo allo scrutinio finale e alla classe successiva. «Si è proceduto nel rispetto delle norme e della gravità dei fatti», spiega il dirigente scolastico Alberto Ruggirello.
Ma è soprattutto sul fronte investigativo che stanno emergendo gli elementi più significativi. Se nella prima puntata della nostra inchiesta su Tp24 abbiamo ricostruito il giorno dell'aggressione e il tentativo di trasmettere l'attacco attraverso i social, questa seconda parte entra nel cuore di quello che è accaduto: i messaggi pubblicati nelle ore precedenti, i riferimenti alle stragi scolastiche, i simboli esibiti online e l'ipotesi che dietro quel gesto non vi fosse un impulso improvviso, ma una preparazione maturata nel tempo dentro un universo digitale fatto di chat, modelli violenti e ricerca di consenso.
Non un raptus, ma un copione
Più gli investigatori scavano nella vita digitale del dodicenne di San Vito Lo Capo, più emerge un elemento inquietante: quello avvenuto il 29 maggio non è stato un gesto improvviso.
Dietro l'aggressione al professore di tecnologia c'è stata una preparazione accurata, un immaginario costruito nel tempo e una serie di messaggi pubblicati online che oggi vengono riletti come segnali inequivocabili.
L'autore dell'aggressione aveva soltanto dodici anni. Sul suo profilo TikTok, seguito da poche centinaia di persone, aveva lasciato nelle ore precedenti messaggi che, dopo quanto accaduto, assumono un significato drammatico.
«Non incolpatemi per quello che farò tra quattro ore», aveva scritto in inglese.
In un altro post aveva aggiunto una frase ancora più inquietante: «La mia più grande paura è di non arrivare nemmeno a -1». Secondo gli investigatori, quel riferimento indica il timore di non riuscire a uccidere nemmeno una persona.
Non si tratta di semplici provocazioni adolescenziali.
La procuratrice dei minori di Palermo, Claudia Caramanna, che ha interrogato il ragazzo con il supporto di un'équipe di psicologi, descrive un adolescente freddo, distaccato, apparentemente incapace di comprendere fino in fondo la gravità del gesto compiuto: «Mi ha particolarmente colpito la freddezza, il distacco emotivo del ragazzino» dichiara.
Un'impressione che rafforza l'ipotesi di una pianificazione maturata nei giorni precedenti.
Anche i dettagli dell'azione lo confermano.
Prima di entrare a scuola il dodicenne si è cambiato d'abito. Ha ndossato una maglietta nera con la scritta «Me ne frego», slogan storicamente associato al fascismo. Ha preparato il proprio "outfit" e lo ha persino mostrato sui social, accompagnandolo con la frase «fit to go to school».
Poi il casco integrale.
Non un accessorio casuale.
Sul casco comparivano diverse scritte e riferimenti simbolici. Tra questi anche un richiamo a Columbine, il liceo del Colorado dove nel 1999 due studenti compirono una delle più note stragi scolastiche della storia contemporanea, uccidendo tredici persone prima di togliersi la vita.
È un particolare che colpisce.
Perché suggerisce che il ragazzo non stesse semplicemente immaginando un'aggressione contro un insegnante, ma che si stesse identificando con una narrazione già vista altrove, fatta di violenza spettacolarizzata, di notorietà postuma e di modelli criminali trasformati in simboli da imitare.
Il dodicenne avrebbe manifestato intenzioni ancora più gravi rispetto a quelle concretamente realizzate.
In alcune conversazioni finite all'attenzione degli investigatori ha fatto riferimento a possibili obiettivi all'interno della scuola, individuandoli sulla base dell'origine etnica e religiosa. Frasi che aggiungono alla vicenda una dimensione ulteriore, fatta di odio identitario, razzismo e radicalizzazione online.
Per questo la Procura non sta indagando soltanto sul ragazzo.
L'attenzione si è spostata anche sul contesto digitale che lo circondava.
I messaggi pubblicati su TikTok, infatti, non erano rimasti senza risposta. Sotto quei post erano comparsi like, commenti, incoraggiamenti. Reazioni che hanno spinto i magistrati ad aprire un fascicolo contro ignoti per istigazione a delinquere aggravata, con l'obiettivo di capire se qualcuno possa aver alimentato o incoraggiato il progetto violento.
Nel frattempo sono stati sequestrati telefoni, computer e dispositivi elettronici per ricostruire le relazioni digitali del ragazzo e i gruppi che frequentava.
Perché il punto non è più soltanto capire perché un dodicenne abbia preso due coltelli e sia entrato in classe.
Il punto è capire chi stesse guardando.
Chi commentava.
Chi metteva like.
Chi condivideva gli stessi riferimenti.
Chi, dall'altra parte dello schermo, potrebbe aver contribuito a costruire il mondo immaginario dentro il quale quel ragazzo ha deciso di trasformarsi, anche solo per pochi minuti, nel protagonista di una strage scolastica.
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