Ormai mi ci sono affezionato. La saluto ogni mattina quando esco, e la sera quando torno. Mi accoglie pronta, muta e spalancata, a suo modo affettuosa. Non chiede attenzione, come i gatti. Ed è più fedele.
Sta.
Lì.
È la mia buca.
Marsala è una città territorio (non è ancora cominciata la campagna elettorale e già lo hanno detto almeno cento volte, lo so ...) e chi, come me, vive in una delle 101 contrade della città, ha una sua buca personale. Come la nuvoletta di Fantozzi, tipo.
Alla mia, ormai, voglio bene. E quella che vi voglio raccontare è la sua storia, che dura da cinque anni e nove mesi (una gravidanza, in pratica), come l’amministrazione del sindaco uscente, Massimo Grillo.
La sua storia, infatti, comincia nell’ottobre del 2020. Grillo diventava sindaco di Marsala. E a me succedeva un’altra cosa.
Questa.
Uscivo da casa, una mattina, bello bello, quando trovo la strada davanti al cancello di casa mia bagnata. Lì per lì non ci faccio caso. Sarà stata la pioggia, mi dico, ma non pioveva da giorni. Forse un vicino che, come ancora si usa dalle nostre parti, ha “arrusciato” la strada. Ma non era tempo di feste patronali.
E allora? Boh.
Al ritorno, la sera, la strada è ancora bagnata. Mistero.
Non so se si è capito: io sono uno che non si fa i fatti suoi, faccio il giornalista. E siccome sono anche imbecille, perché guardo sempre alle cose come un ingenuo, mi metto a indagare.
La strada è bagnata, c’è un rivoletto. Un cane randagio si abbevera. Il mistero è presto risolto: da sotto il claudicante asfalto esce uno zampillo d’acqua. Dunque, deduco che sotto c’è una perdita della malconcia rete idrica comunale.
Che spreco. Chiamo pertanto l’ufficio segnalazione guasti dell’acquedotto.
Facendo il giornalista da più di trent’anni, bene o male al Comune conosco tutti. Non ho mai approfittato delle mie conoscenze per chiedere un favore o una corsia preferenziale: mi piace, anzi, verificare il funzionamento degli uffici, amo fare la fila, aspettare il turno.
Così anche questa volta. Chiamo l’ufficio acquedotto. Chiamo, e non mando una mail, perché si era in pieno Covid, se vi ricordate, era l’ottobre del 2020. E venivo da un trauma: avevo mandato una pec a un ufficio comunale per un’altra mia questione e, dopo giorni in cui nessuno mi dava conto, avevo chiamato l’ufficio. L’impiegato mi aveva risposto che non aveva visto la pec e che comunque “con le cose moderne io non ci voglio avere a che fare”.
Quindi, ho pensato, forse anche all’ufficio acquedotto del Comune di Marsala hanno in uggia la modernità. Meglio chiamare.
Non accade nulla. Né l’indomani, né nei giorni a venire.
Lo zampillo, nel frattempo, si allarga. È incredibile la forza dell’acqua. La goccia scava la roccia, è proprio vero.
Dopo qualche giorno il rivoletto si è irrobustito, lo zampillo diventa fontanella. Mi saluta festosa quando vado al lavoro e rincaso.
Decido di richiamare. Sempre ufficio acquedotto. Impiegato diverso, stavolta. Spiego, prende nota. Preannuncio una pec. Per fortuna non mi rimprovera.
Lavoravo spesso da casa, in quel tempo e una mattina sento, alle 11, un vociare in strada, cingolii, rumori.
Ah, nel frattempo già eravamo a fine 2020.
È un gruppo di operai, davanti al cancello di casa. Non si qualificano, non si presentano, mi dicono solo che sono lì per riparare il buchetto dal quale esce l’acqua.
Chiedo: siete del Comune?
Non rispondono.
Non fanno nulla, solo passano del cemento sulla buca e vanno via.
Il rattoppo dura qualche giorno, ovviamente.
A inizio 2021 l’acqua riprende a correre.
Terza chiamata, terzo sollecito.
Passano i giorni.
Un altro gruppo di operai. Sono diversi, si qualificano per operai della ditta che fa le riparazioni per conto del Comune. Il più anziano ha cent’anni e una secolare esperienza da rabdomante.
Lo seguo ipnotizzato mentre gira in tondo per la contrada, in silenzio. Gli altri lo guardano. È uno sciamano, penso. Il suo è un rito. No. Si ferma. Indica un punto della strada, non dove c’è lo zampillo, più su di qualche centimetro.
La perdita è lì, dice.
Si comincia pertanto lo scavo. Ma la perdita non è lì.
Lo scavo viene chiuso in fretta. “La perdita è più giù”, mi dice, “non possiamo fare nulla”.
Mi lascia pertanto con una perdita d’acqua davanti casa e, adesso, anche una buca.
È inverno. Pioggia e fango si fanno culla nella buca scavata dagli operai del Comune.
A marzo richiamo e mando mail. Ufficio tecnico, ufficio acquedotto.
Ad aprile si presenta un’altra squadra.
La perdita viene affrontata di petto, cercata, trovata, risolta.
In strada resta una voragine, coperta con un po’ di terra.
L’acqua non corre più. Gli operai sono soddisfatti.
E la strada?, chiedo. “La riparate?”
“Non tocca a noi”, mi dicono, “ma al gruppo che si occupa delle strade. Noi qui ripariamo solo perdite della rete idrica”.
Passano i mesi.
Il gruppo che doveva riparare la buca lasciata dagli operai non si presenta.
È il 2022.
Decido di ripassare all’azione. Telefonate, mail, ancora.
Arriva il famoso gruppo per riparare la scaffa. Lavorano per coprire di asfalto la strada, ma c’è un problema: il gruppo precedente non ha fatto il lavoro di copertura provvisoria a regola d’arte. Devono scavare e ricoprire.
Bene. Tempo di salutare e sento un bestemmione. E uno zampillo.
Il gruppo che doveva riparare la strada ha rotto la riparazione del gruppo che doveva riparare la rete idrica. “Ma ne avete scuola?”, avrebbe detto mio nonno.
Purtroppo hanno altri interventi, non si possono fermare. (Se ti lamenti della tua buca c’è sempre qualcuno che ti ricorda di una buca più grande da un’altra parte. È così)
Coprono tutto alla meno peggio, una specie di tappone che però, stranamente, funziona.
L’asfalto è quasi regolare (quasi), ma, sotto, la perdita lavora, lavora, lavora, finché di nuovo tutto crepa.
È il 2023.
La faccio breve. Tornano altre squadre. Alcuni vicini, stanchi di questa scaffa, fanno un blitz e mettono del cemento. Tanto. Di cuore. La perdita viene finalmente riparata, l’acqua non corre più.
Ma in realtà si rompe più avanti.
Altra squadra, altri lavori.
È il 2024. Nessuno ripara la buca. Nel frattempo lei si allarga.
Dal 2025 ho smesso di chiamare. Me la tengo.
Che devo fare?
Mi accoglie lì ogni mattina, questa buca. Cambia forma e colore a seconda delle giornate e a volte sembra quasi che mi parli, mi predice il futuro.
Vado dicendo a tutti che il mio voto è all’asta. Voterò consigliere chi si prenderà carico di ripararmi la buca.
Ma non è vero.
Io alla mia buca mi sono affezionato, ormai, davvero. E lei a noi. Quasi quasi la metterei nel mio stato di famiglia. D’altronde sta vedendo i miei figli crescere, è testimone di molte litigate e riappacificazioni, amica del postino. E' l'unico membro della mia famiglia che non viene mosso nelle foto. Mi fa da monito, ogni volta che la guardo: se io non avessi chiamato l'ufficio acquedotto, se non avessi mai segnalato la perdita dell'acqua, la strada sarebbe ancora intatta. E' la migliore risposta alla domanda: "Chi te lo fa fare?". Perché la mia buca è un oracolo, che dà risposte, non solleva dubbi. E poi non chiede nulla, solo di essere scansata. A volte, come un fungo, genera altre buche accanto a se, una cicatrice l'attraversa e l'accompagna come una linea del destino, o le ferite della nostra vita.
Ci ricorda anche la bellezza della lingua. È “scaffa” nei giorni sereni. “Zotta”, quando è piena d’acqua piovana.
Mi ricorda il fucile di Full Metal Jacket. E allora, a questo punto, credo che meriti anche lei il suo credo.
Questa è la mia buca.
Ce ne sono tante come lei, ma questa è la mia. La mia buca è la mia migliore amica. È la mia vita. Devo evitarla come evito i problemi della mia vita.
La mia buca, senza di me, è inutile. Senza la mia buca, io sono inutile. Devo schivarla bene. Devo schivarla meglio di ogni automobilista.
Devo passarle accanto senza che lei mi prenda. Lo farò.
La mia buca è viva, come me, perché è la mia città. Pertanto imparerò a conoscerla come un fratello. Imparerò i suoi bordi, le sue crepe, i suoi umori, le sue trasformazioni dopo la pioggia.
La proteggerò anche dalle intemperie e da chi vorrebbe coprirla male, come farei con la mia memoria. Diventeremo una cosa sola. Lo diventeremo.
Davanti a Dio, giuro su questo credo. Io e la mia buca siamo i testimoni di questa città. Siamo i sopravvissuti delle sue promesse. Siamo i custodi della sua verità.
E così sia, finché qualcuno, prima o poi, non avrà il coraggio di aggiustarla. Già so che mi mancherà.
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