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24/06/2026 06:00:00

Tra miti e processi: cosa resta della leggenda di Matteo Messina Denaro

 Dopo più di tre anni dall’arresto di Matteo Messina Denaro, le indagini sulla rete di fiancheggiatori continua. Ma il livello di copertura della sua latitanza, fino adesso, appare ancora localistico e –possiamo dirlo, data la nostra funzione di cronaca e di critica giornalistica – presentato con delle forzature. Per esempio abbiamo scritto del caso Gentile e dei grossi dubbi che rimangono sulla sua effettiva consapevolezza di prestare l’identità a Messina Denaro per acquistare un’auto e una moto. Eppure lo troviamo condannato per associazione mafiosa. Nemmeno per concorso esterno, ma proprio per mafia.

In ogni caso, l’impressione è che il livello di copertura della latitanza del boss non abbia ancora toccato i colletti bianchi. A meno che non si vogliano considerare “colletti bianchi” il medico che gli prescriveva le ricette o l’altro medico a cui aveva chiesto soldi in prestito.

Ecco, dopo tre anni, questi colletti bianchi non ci sono. Non ci sono grandi nomi dell’imprenditoria, della politica… Nessun nome di quelle coperture istituzionali e massoniche di cui ci hanno sempre parlato. E il dubbio viene: non è che queste coperture non esistevano? Non è che ci si è avvitati per troppo tempo su un latitante che negli ultimi vent’anni, contava meno di quello che ci si potesse immaginare?

 

Inoltre, non ci sono solo da spiegare le coperture di alto livello per la latitanza. Ci sarebbe da capire, durante questa latitanza, di quali grossi affari si occupava Messina Denaro? Se no rimaniamo congelati alle stragi del 92/93. Ma sono anche passati più di trent’anni. E non basta dire che tutto il crimine organizzato della provincia di Trapani accadeva “all’ombra di Messina Denaro”. Direi che oggi ci meriteremmo di avere maggiori dettagli.

Per carità, dobbiamo anche segnalare che arresti e sequestri, sono stati presentati con troppa enfasi. Basti pensare al “tesoro” di 200 milioni di euro sequestrato a Messina Denaro. Ma quello non era il suo tesoro. E ha fatto benissimo Giacomo di Girolamo a sottolinearlo in un suo interessantissimo articolo che consiglio a tutti di leggere:  “No, quello non è il ‘tesoro’ di Messina Denaro”.

 

A questo punto, sarebbe legittimo chiedersi perché staremmo ridimensionando la figura di Messina Denaro contro i nostri interessi. In fondo è stato per tanti anni uno dei motori propulsivi della nostra attività giornalistica. Ma è difficile ignorare come la narrazione su questo grande latitante che tutto poteva e tutto controllava, anche oltre la provincia di Trapani, indicato da qualcuno perfino come il successore di Totò Riina, non trovi ancora riscontro nelle risultanze giudiziarie e investigative.

 

Infine, si è parlato tanto di Francesco Burrafato, il medico 85 enne al quale avrebbero trovato anche una pistola con la matricola abrasa. È a lui che il boss avrebbe chiesto il prestito (tramite la sorella Rosalia): 40 mila euro. E con tanto di rassicurazioni che glieli avrebbe restituiti. Chissà, se un giorno, come ha ipotizzato scherzosamente il direttore Giacomo Di Girolamo, potremmo ritrovarci Matteo Messina Denaro vittima di usura.

Certo, in tanti si sono chiesti come è possibile che uno con 200 milioni di euro di beni a disposizione, sia costretto a chiedere un prestito di poche decine di migliaia di euro. Sarà anche, questo bisogna anche dirlo, che per gestire la latitanza occorra liquidità e i contanti lasciano meno tracce. Ma la cosa colpisce lo stesso.

 

Però non mettiamo limiti. Anche dopo tre anni, siamo fiduciosi che il salto di livello nella copertura della latitanza (e degli affari) possa ancora arrivare. Nel frattempo, spero ci sarà concesso di leggere la realtà e commentare le sentenze in modo critico.

 

Egidio Morici