No, quello non è il "tesoro" di Messina Denaro
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Tre arresti, beni sequestrati per oltre 200 milioni di euro, società sparse tra Europa, Medio Oriente e Caraibi. L'operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo contro Giacomo Tamburello, la sua ex moglie Maria Antonina Bruno e il figlio Luca è certamente una delle più importanti degli ultimi anni.
Ma una cosa va chiarita subito: quello scoperto dalla Guardia di Finanza non è il "tesoro di Matteo Messina Denaro".
È questa l'espressione che nelle ultime ore ha dominato titoli, servizi televisivi e dichiarazioni politiche. Una definizione suggestiva, efficace dal punto di vista mediatico, ma che non corrisponde esattamente a quanto emerge dagli atti dell'inchiesta.
Il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia, l'aggiunto Vito Di Giorgio e il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo hanno illustrato il risultato di una lunga indagine internazionale che ha consentito di individuare un enorme patrimonio accumulato in oltre trent'anni di traffici di droga.
Secondo la ricostruzione della DDA, quel patrimonio appartiene a Giacomo Tamburello, storico narcotrafficante di Campobello di Mazara, conosciuto negli ambienti criminali come "Cazzitieddu". Matteo Messina Denaro non sarebbe stato il proprietario di quell'impero economico, ma il beneficiario di una quota dei profitti derivanti dal traffico internazionale di stupefacenti.
In sostanza, il boss di Castelvetrano garantiva protezione, copertura e sostegno all'organizzazione criminale e, in cambio, riceveva una percentuale fissa sui guadagni.
Gli stessi investigatori hanno ricostruito come Tamburello versasse a Messina Denaro il 10% degli utili provenienti dai carichi di droga.
Una differenza che non è soltanto semantica.
Se gli investigatori avessero individuato conti correnti, trust, partecipazioni e patrimoni direttamente riconducibili alle quote accumulate per decenni da Matteo Messina Denaro, allora si potrebbe parlare del suo tesoro. Qui, invece, siamo davanti al patrimonio costruito da Tamburello grazie ai proventi del narcotraffico e protetto dal sistema mafioso facente capo al boss.
Questo non rende meno importante il sequestro. Ma aiuta a comprenderne meglio la natura.
Da Campobello ai paradisi fiscali
L'inchiesta racconta una storia impressionante per dimensioni e capacità di infiltrazione finanziaria.
Partendo da Campobello di Mazara, Tamburello è riuscito a costruire una rete societaria internazionale che attraversa alcuni dei principali centri finanziari del pianeta.
Al vertice della struttura compare la Cinzano Ltd, società registrata nelle Isole Cayman, attraverso la quale transitavano investimenti e partecipazioni distribuiti in diversi Paesi.
In Lussemburgo, presso la Bemo Europe Banque Privée, gli investigatori hanno individuato oltre sette milioni di euro investiti in azioni di multinazionali svizzere come Nestlé, Novartis e Roche, oltre a titoli di Stato e dodici chilogrammi di oro custoditi sotto forma di lingotti.
Ancora più rilevante appare la partecipazione detenuta nella IBL Bank S.A.L. di Beirut. Secondo gli atti dell'inchiesta, la famiglia Tamburello possedeva 682.240 azioni nominative dell'istituto bancario libanese, per un valore stimato attorno ai 79 milioni di euro.
Non meno importante il patrimonio immobiliare costruito in Spagna.
Attraverso società registrate a Gibilterra, tra cui Tucan Estates e Strangeways, il gruppo controllava ville e complessi residenziali di pregio nella zona di Marbella, Puerto Banús e Nueva Andalucía.
Tra queste spicca Villa Natacha, immobile di lusso che, secondo le intercettazioni, garantiva rendite locative fino a 24 mila euro a settimana.
Il ruolo di Messina Denaro
L'inchiesta conferma ancora una volta la centralità del boss di Castelvetrano nel controllo degli affari criminali della Sicilia occidentale.
Ma restituisce anche un'immagine meno mitologica e più concreta del suo ruolo economico.
Da anni Matteo Messina Denaro viene descritto come il proprietario occulto di patrimoni immensi sparsi in tutto il mondo. Eppure le indagini più recenti mostrano una realtà più complessa.
Le lettere sequestrate durante la latitanza raccontavano infatti un boss spesso preoccupato per questioni economiche, irritato con persone che riteneva di essere stato truffato e persino impegnato a chiedere denaro a familiari e conoscenti.
Elementi che non cancellano la sua enorme capacità criminale ma che contribuiscono a ridimensionare la rappresentazione del padrino onnipotente e proprietario di ogni ricchezza sospetta individuata nel Trapanese.
La domanda che resta aperta
C'è però un'altra riflessione che emerge da questa vicenda.
Giacomo Tamburello non era un fantasma.
Non era uno sconosciuto apparso improvvisamente sulla scena criminale. Il suo nome compare da decenni in indagini, informative e attività investigative legate al traffico internazionale di stupefacenti.
Ed è una considerazione che vale anche per molti altri soggetti emersi negli ultimi anni nelle inchieste sulla rete di protezione di Matteo Messina Denaro.
La domanda inevitabile è dunque sempre la stessa: se la rete del boss era sostanzialmente composta dagli stessi uomini, dagli stessi territori e dagli stessi riferimenti criminali, quanto era davvero invisibile?
Ogni nuova indagine continua a riportare alla luce un sistema che, pur operando nell'illegalità, sembra aver mantenuto nel tempo una sorprendente continuità di relazioni e protagonisti.
La finanza internazionale e le troppe porte aperte
C'è infine un aspetto che merita attenzione.
Per decenni enormi quantità di denaro hanno attraversato banche, società finanziarie, intermediari, consulenti e istituti di credito internazionali.
La domanda è semplice: possibile che nessuno si sia accorto di nulla?
Secondo la ricostruzione degli investigatori, l'ex moglie del narcotrafficante ha potuto movimentare patrimoni milionari, aprire conti, effettuare investimenti e partecipare ad operazioni finanziarie di altissimo livello pur non disponendo di una storia professionale compatibile con quelle disponibilità economiche.
Eppure il sistema ha continuato a funzionare.
Solo una segnalazione proveniente da una banca di Andorra avrebbe fatto scattare gli approfondimenti che hanno portato all'indagine.
Una vicenda che ripropone un tema spesso sottovalutato: il narcotraffico produce denaro, ma quel denaro diventa ricchezza soltanto quando trova qualcuno disposto ad accoglierlo, investirlo e proteggerlo.
E in questa storia, accanto alla mafia, emerge ancora una volta il ruolo di una finanza internazionale che troppo spesso sembra vedere tutto, tranne ciò che dovrebbe vedere per prima.
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