Tutti assolti o prescritti gli imputati del processo "Radici" su un giro di immigrazione clandestina
Erano dodici le persone coinvolte, di cui otto tunisine, in un’indagine che nell’ottobre del 2005 consentì ai carabinieri della Compagnia di Mazara del Vallo di sgominare una banda che, secondo l’accusa, avrebbe organizzato e favorito l’immigrazione clandestina dal nord Africa. Alcuni suoi componenti tunisini, inoltre, avrebbero tirato le fila di una banda dedita ai furti.
Ma per quest’ultimo capo di imputazione un anno fa, era stato lo stesso pubblico ministero Salvatore Vella, nel corso della requisitoria, a evidenziare l’ormai intervenuta prescrizione. Per gli
altri reati contestati il pm Vella aveva invocato la condanna degli imputati a pene varianti tra i quattro e i sedici anni di carcere. Diversi i reati a vario titolo contestati: associazione per delinquere, induzione alla prostituzione, immigrazione clandestina, omissione di atti d’ufficio, furto, minaccia e corruzione.
Dodici erano gli imputati alla sbarra. Tra questi anche un ispettore di polizia, Pietro Gandolfo, che all’epoca dei fatti (2003) era in servizio all’Ufficio stranieri della Questura di Trapani, un vigile urbano di Mazara del Vallo, Cosimo Pampalone, un avvocato di Trapani, Angelo Passalacqua e un imprenditore di Ragusa, Antonio Votadoro.
L’ispettore Gandolfo, che dopo l’avvio dell’indagine, era stato trasferito a Parma, era accusato di corruzione (il pm aveva chiesto la condanna a 4 anni). Secondo l’accusa, il poliziotto, in cambio di denaro e altro (in regalo anche cassette di pesce e altri generi alimentari, come olio e agrumi) avrebbe favorito il rilascio o il rinnovo dei permessi di soggiorno.
Questi ultimi resi possibili anche grazie a falsi contratti di lavoro stipulati da un imprenditore del Ragusano, Antonio Votadoro. Un circolo ricreativo
di Strasatti sarebbe stato il luogo in cui venivano convogliate le istanze da «raccomandare ».
L’inchiesta, nel giugno del 2003, era stata avviata a seguito delle dichiarazioni di una ragazza tunisina, Zara, all’epoca 18enne, che dichiarò venduta per 600 euro ad un commerciante di Castelvetrano, Giacomo Alberto Leone.
Tra i reati contestati c’era, infatti, anche la riduzione in schiavitù e la vendita di schiavi (per questi capi d’imputazione il processo si è svolto in Corte d’assise).
A difendere gli imputati adesso assolti o prescritti sono stati gli avvocati Vito Perricone, Carmelo Prestifilippo, Nino Carmicio, Alessandro Casano, Giacomo Frazzitta, Michele Cavarretta, Franco Noto e Salvatore Vulpetti.
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