Quantcast
×
 
 
15/01/2015 04:20:00

Norman Rockwell, artista cronico. Una mostra a Roma

 Una notizia pienamente accreditata vuole che l’americano Norman Rockwell sia stato un infaticabile lavoratore dell’arte: un grande creativo perennemente alle prese con la forza narrativa della sua grafica, oggi noi diremmo work alcoholic, fedelissimo alla sua urgenza comunicativa, cronista del suo tempo mai in pausa.

La mole del suo lavoro e la sua qualità espressiva, in effetti, lascerebbe intuire che questa sua vocazione non fu frutto di una tradizione orale, ma, esplicitamente, una sorta di lente complessa e antiretorica applicata al suo occhio indagatore, connessa alla sua mano talentuosa, che lo assecondò sollecitandolo a disegnare, fino ai suoi ultimi giorni, senza mai risparmiarsi.
Era una sorta di militante artista senza armi Rockwell, ostentatamente statunitense, fino all’ultimo dei suoi dipinti, nonché icona appropriata del mito del più volte citato sogno del suo grande paese.
Di Rockwell fino all’8 Febbraio, la Fondazione Roma, cui si sono unite Fondazione Roma Arte Musei e la Soprintendenza, ospita, a Palazzo Sciarra, una retrospettiva di ampio respiro e di particolare originalità nell’ambito del panorama espositivo italiano odierno.
Con grande sobrietà l’itinerario della visita avvicenda una corposa e ragionata scelta della produzione del celebre disegnatore, selezionata, all’interno della Fondazione sita nel Massachusetts a lui dedicata, dai curatori Plunkett e Eccher e accompagnata dalla voce narrante del servizio autoguida del figlio più giovane dell’artista.
Dagli eroici pionieri del selvaggio west di cui Rockwell illustrò alcune vicende per Boy’s life, all’abbagliante “Vigilia di Natale a Betlemme” del 1970, il tratto di Rockwell ha delineato un cammino trasversale, netto, del proprio tempo, quasi come un solco d’aratro in un campo di grano verde.
Rockwell, infatti, ha intrapreso con nitida scienza espressiva il viaggio attraverso il presente assumendo i caratteri del testimone, del cronista in osservazione, dal tratto pieno e possente, illustrando testate e copertine della stampa americana: The Saturday Evening Post prima e Look poi.
323 copertine del Post vi attenderanno dunque lungo le sale di Palazzo Sciarra per mostrarvi circa cinquanta anni di trasformazioni del gusto, della mentalità e del carattere della società americana dal New Deal a Kennedy: solo l’impellente e schiacciante pressione della forte esigenza di universalità fotografica degli anni Sessanta allontanerà Rockwell dall’illustrazione delle prime pagine.
Eppure, con lungimirante lucidità, era stato proprio lui a comprendere la logica dell’immagine iconica, molti anni prima che lo stesso Warhol ne intendesse il potenziale.
Ancora giovane, Rockwell aveva dichiarato che il potere di seduzione di una copertina di giornale affacciato all’edicola, fosse pari alla durata di 3 secondi, ovvero un’occhiata: in quei pochi attimi l’acquirente del rotocalco doveva essere convinto, incantato e, se possibile, identificarsi fino al punto di non rinunciare all’acquisto della propria copia.
Le copertine di Rockwell erano destinate, pertanto, da sempre a diventare una narrazione incalzante dei tempi moderni: un sogno americano infrangibile, un’illusione prudente e mai soverchiante che avanza senza sbaraglio fra le aspettative misurate, realistiche e pregnanti dell’americano medio, risoluto, fiducioso e meritocratico.
Come ad esempio la prima pagina realizzata in occasione della commemorazione della nascita di Lincoln, intitolata “Lo Studente di Legge” che vede il protagonista ritratto nei panni giovanili umili di un commesso idealista al pari del nobile statista.
Vi è nell’arte di Rockwell, una spontanea lettura della democrazia americana come la migliore possibile: un sano convincimento che questa sia in perenne mutazione, pronta ad una rilettura costante di sé e autoriflessiva rispetto alle proprie contraddizioni apparenti e reali. Se vi è una forza in Rockwell è proprio lì: nell’assenza di rigidità e dogmatismi per sposare un linguaggio convincente che pur muovendosi fra le tinte opalescenti della retorica ne abbassa volutamente i contrasti sorvegliando la propria mano e senza scivolare sulla banale decorazione. Così sarà anche quando egli abbandonerà le copertine e sposerà la denuncia sociale osando tinte decise e aspre.
Rockwell amava l’arte e la sua storia: Durer, Rembrandt, Vermeer e Canaletto ma anche Picasso e Van Gogh, quest’ultimo in modo particolare palese nell’opera del 1938 “Preghiera di ringraziamento della famiglia”, furono sovente le sue fonti come lui stesso ha dichiarato nel “Triple Self-Portrait”.
È stata questa forza, questo amore viscerale per l’arte per l’arte che lo ho emancipato dalla comune ridondanza: è stata la passione per la creazione che lo ha colmato ed è stata questa costanza febbrile nell’attenzione per il genio e l’inventiva ad avere illuminato il suo talento, la sua americanità cristallina autentica fino in fondo .

Francesca Pellegrino

Per maggiori informazioni: http://www.mostrarockwellroma.it/pagine/mostra-rockwell-roma