18/11/2015 07:11:00

Mafia a Trapani, il caso Mazzara /2: il primo contatto mafioso non si scorda mai

 Ci sono i soldi tra Michele Mazzara e la mafia. Non potrebbe essere altrimenti. E' per questo che attualmente l'imprenditore originario di Dattilo si trova imputato dinanzi al tribunale di Trapani. Intestazione fittizia, finalizzata all'elusione delle misure di controllo dell'autorità giudiziaria. E' questa la motivazione che avrebbe spinto Mazzara a dirigere in maniera occulta la Spefra, una società edile formalmente intestata a Francesco Spezia. I legali difensivi lo ritengono un «teorema insostenibile», ma per capire fino in fondo gli scenari, bisogna chiarire lo spessore criminale di quello che viene chiamato "U' Berlusconi di Dattilo".
Le prime acquisizioni giudiziarie su di lui, sono datate ottobre 1997. Era l'operazione Halloween, condotta dalla Squadra Mobile di Trapani. E' agli atti di quell'inchiesta che venne allegata una lettera «dalla quale emergeva che Mazzara e la moglie curavano lo scambio epistolare tra il boss latitante Vincenzo Sinacori e la sua famiglia». Nel frattempo Sinacori iniziò a collaborare svelando gli aiuti di Mazzara. I fatti sono datati, ma è utile approfondirli per intuire fino in fondo la consistenza dei rapporti che si vanno a creare all'interno di Cosa Nostra. A mettere in contatto Mazzara con Sinacori, infatti, è Franco Orlando, ex consigliere comunale del Psi già segretario personale dell'onorevole Bartolo Pellegrino. Di lui ha parlato il collaboratore di giustizia Francesco Milazzo, durante il processo Rostagno, indicandolo come uno dei killer della mafia trapanese. Di lui e dei loro rapporti ha parlato anche Michele Mazzara durante il processo di cui si sta scrivendo. «Franco Orlando abitava a 50 metri da casa mia a Dattilo. L'ho conosciuto dopo che si fidanzò con mia cugina. Lui sapeva che io avevo una casa a Marausa e un giorno mi chiese se ero disposto a metterlo in contatto con alcune persone che affittavano la casa nel periodo estivo. Per me fu una cosa normale e mi adoperai. Presi contatti con il proprietario della casa, li feci incontrare e si misero d'accordo».
E' storia di Trapani. Qualcuno potrebbe perfino chiamarla archeologia, ma è questo l'elemento che storicamente delinea i collegamenti tra Michele Mazzara e la mafia. La latitanza di Sinacori a Marausa è datata estate 1996. «Io conobbi questo Sinacori, loro andavano in spiaggia, uscivano tranquillamente. Un giorno mentre leggevo il giornale vidi la sua faccia e lì ho capito che era latitante. Da quel giorno ho iniziato ad aver paura. Loro sono rimasti lì per altri 15 - 20 giorni. Dissi subito a Franco Orlando di essere preoccupato, mica sono stupido». Orlando pochi mesi dopo (nel dicembre 1996, operazione R.i.n.o) venne arrestato, ma attraverso le ricostruzioni dei collaboratori di giustizia, gli investigatori riuscirono a tracciare un profilo dettagliato di Mazzara. Oltre a Sinacori, anche Francesco Milazzo e Vincenzo Ferro avevano iniziato a collaborare con i magistrati «specificandone il ruolo chiave nella gestione della latitanza dello stesso capo mafia mazarese, e soprattutto nell’appoggio logistico della latitanza del rappresentante provinciale di “Cosa Nostra” trapanese Matteo Messina Denaro, in favore del quale il Mazzara si era adoperato per l’organizzazione di covi sicuri per il soggiorno e per alcune riunioni nell’agro di Dattilo».
Per questi fatti Mazzara chiese ed ottenne una condanna di pattegiamento ad un anno e due mesi. La pena venne sospesa, ma a quasi venti anni di distanza è utile capire il lessico utilizzato per riavvolgere il nastro della vicenda. «Conosco Francesco Milazzo, lo incontravo alcune volte nei pressi delle mie proprietà in via Salemi. Questo Milazzo è il pentito che parla di me. Questo non si ricorda neppure il mio nome, mi ha fatto arrestare senza ricordarsi il mio nome. Con Orlando avevo un semplice rapporto di vicinato. Io sono stato arrestato nel 1997 e poi per questo processo. Secondo me non c'è persona al mondo che non sa chi è Matteo Messina Denaro e secondo me se lo arrestassero anche in questo momento sarebbe una buona cosa».
Fin qui si è scritto dell'iniziazione giudiziaria di Michele Mazzara. Lo scorso giugno il suo patrimonio è stato confiscato dal tribunale di Trapani. Si tratta di un tesoretto di 25 milioni di euro dal forte puzzo mafioso. Come è riuscito ad accumulare una tale cifra, ma soprattutto quali sono i collegamenti che dal 1997 hanno legato il nome di Mazzara a Cosa Nostra? Un viaggio attraverso documenti giudiziari e testimonianze inedite che riprenderà su Tp24 domenica 22 novembre, per la terza parte di questa inchiesta (la prima la potete leggere cliccando qui).

Marco Bova