18/05/2019 06:00:00

38° Parallelo, è il giorno della poesia e di Magrelli

 di Marco Marino

 

Oggi il festival 38° Parallelo - Tra libri e cantine inaugura la sua giornata dedicata alla poesia con un ospite d’eccezione, il poeta Valerio Magrelli. Dal 1980, quando con Feltrinelli pubblica la silloge Ora serrata retinae, l’opera di Magrelli ha sempre sconfessato tutti i tentativi di dare per morta la poesia in Italia. Composti per antipatia della stagione delle neoavanguardie del Gruppo 63, i suoi versi hanno ricucito negli anni il rapporto fra pubblico e poesia, che sembrava ormai inesorabilmente strappato.

 

Perché la poesia di Magrelli cuce, rammenda: «… trattieni il fiato/ fai passare il filo/ lega se puoi quell’acqua/ al rammendo visibile/ che mi sciupa la giacca». Questo zig-zag dei punti di sutura è un motivo conduttore che unisce Le cavie (Einaudi, 2018), la raccolta della sua intera produzione poetica, ai suoi lavori in prosa come La vicevita (Einaudi, 2019): «Mondi così remoti, adesso si ritrovano improvvisamente esposti al nostro sguardo, cuciti l'uno all'altro da un filo ferroviario che, come un immenso rammendo, tiene insieme questa nazione per sé smagliata...».

 

Questo pomeriggio, alle 18.30 alle Cantine Bianchi, ne discuterà con Mario Inglese. Ma l’incontro offrirà anche l’occasione per presentare il primo libro curato da 38° Parallelo dal titolo Di Mano in mano. Due ipertesti per Valerio Magrelli, una raccolta di poesie composta dai due centri italiani di poesia contemporanea, di Bologna e di Catania, pubblicata per l’occasione da Treccani Libri.

 

Noi intanto vi anticipiamo una nostra conversazione con Valerio Magrelli.

 

Nelle sue poesie spesso leggiamo metafore desunte dal mondo del taglio e cucito, del rammendo. Cosa lega la sua poesia a questi temi?

 

La mia prima lettura pubblica di poesie, o una delle prime, avvenne a Roma. Invitato a leggere e a commentare la mia scrittura, decisi di presentare la pagina di una rivista dedicata al ricamo. Analizzai dei passi sulle tecniche di cucito, dimostrando in quale le due pratiche potevano essere sovrapponibili. Insomma, mi divertii molto nel cercare di definire la poesia attraverso il gioco dell'incrocio fra trama e ordito.

 

A quasi quarant'anni dalla pubblicazione della sua prima raccolta poetica, Ora serrata retinae, ha voluto raccogliere tutta la sua produzione in versi in un unico volume dal titolo Le cavie. Che rapporto ha con le sue prime sillogi? Potremmo parlare di un suo radicale cambiamento rispetto a esse?

 

Mi è capitato di riflettere su questo cambiamento, e l'ho compreso attraverso una bella citazione di Sanguineti, secondo il quale si scrive poesia “per antipatia”. Mi ci sono perfettamente ritrovato. Mi spiego: la mia poesia nasce molto spesso da una reazione all'ambiente circostante. Per questo, posso dire di essere passato da un sistema solare dominato da Francis Ponge, o forse Petrarca (fatto cioè di concentrazione, isolamento,  riflessione), a un altro dove regnano Belli e Brecht (nel segno della poesia di denuncia, di invettiva, critica politica e sociale). Ho esordito in un periodo in cui imperava la festa del significante, la neoavanguardia, l'impegno. Andavo in un liceo sperimentale dove non facevamo assemblee, in quanto avevamo addirittura un'assemblea permanente. Dentro un ambiente del genere, io mi sono richiuso in una poesia che corrispondeva perfettamente al mio amore per gli studi filosofici: dissentivo dalle ricerche normalmente praticate, e andavo in una direzione opposta, da bastian contrario. Vent'anni dopo, alcuni degli amici che mi davano lezioni di lotta al sistema, si sono spostati da Lotta Continua a Mediaset. Così, pian piano, ho a mia volta abbandonato quel tipo di poesia, ma senza un preciso programma, in maniera spontanea, graduale, fino a ritrovarmi a fare un tipo di poesia civile, di denuncia politica. Questo, ripeto, non è stato il risultato di un progetto coscientemente perseguito. Odio l'idea stessa di poetica; teorizzo una poetica “a posteriori”, che cioè non sia predittiva. Insomma, la mia “mutazione” corrisponde semplicemente a un movimento reattivo rispetto al cambiamento del panorama in cui mi sono trovato.

 

Non sarà predittiva, ma nel suo Il Sessantotto realizzato da Mediaset (Einaudi, 2011) ha profetizzato questi anni che vedono inverarsi il Sessantotto delle destre, con un governo non più guidato dal padre di Mediaset, Silvio Berlusconi, ma dai figli di Mediaset, Matteo Renzi Matteo Salvini Luigi Di Maio...

 

Onestamente non era troppo difficile prevederlo, però c'è stata in effetti una trasformazione formidabile. E qui, davvero, è un peccato non aver potuto conoscere la visione di Pasolini, tra i primi a inserire la riflessione sulla televisione all'interno di una visione antropologica più ampia. Poi è cambiato tutto. Io ho anche scritto una poesia al riguardo, anzi, l’ho scritto due volte, modificandola (visto che citavo Pasolini, è stato quasi un omaggio alle varianti che legano La meglio gioventù a La nuova gioventù). Ecco la prima versione:

 

Lineamenti di topologia politica:

Sartor Resartus

Indovinello (11, 8)

 

Un bel paio di guanti, ma fallati (o fatati?):

quello sinistro tende a rovesciarsi,

col dentro che va in fuori.

L’altro no.

E alla fine si resta con due destre.

 

[Soluzione: bipolarismo italiano]

 

Si tratta appunto di un indovinello, in cui denuncio il momento che ha aperto questa nuova fase. È stato quando, dopo un ventennio di battaglia in cui io mi ritrovavo perfettamente allineato con il PD, questo partito decise di allearsi con Berlusconi. A partire da tale unione “contronatura”, si è aperto un panorama completamente nuovo, che ha portato alla nascita dei Cinque Stelle, mentre la destra, abbandonando Berlusconi, si è orientata verso Salvini. Ma è storia nota.

 

In una sua intervista per “Pagina99” del 2017 aveva sostenuto che la cultura italiana si trovava in dialisi: è finalmente uscita o resta ancora lì?

 

Credo che la situazione stia peggiorando. Ormai è venuta meno ogni assunzione di responsabilità. Un po' ovunque sta svanendo lo spirito critico, e spesso proprio da parte di quelle persone da cui ci aspetteremo la sua difesa. Forse è iniziato tutto quando, qualche anno fa, l'inserto di un giornale nazionale indicò in Giorgio Faletti “il più grande scrittore italiano”. Io mi offesi profondamente. È chiaro, si trattava di una battuta, perché tutti sapevano, allora, che i veri, grandi scrittori erano semmai Antonio Tabucchi, Gianni Celati, Andrea Zanzotto, Mario Luzi. Allora, perché scriverlo? Per essere spiritosi. Ma non si dovrebbe usare uno dei giornali più importanti d'Italia per fare dello spirito, dato che certe istituzioni culturali hanno una loro precisa responsabilità. Un ragazzo di quindici o sedici anni anni, un universitario che compra quel quotidiano e vede una copertina del genere, finirà per crederci.

Altro esempio: ho scritto una poesia sui funerali di Stato negati a Edoardo Sanguineti e concessi invece a Mike Bongiorno, il quale, con tutta la simpatia personale, promuoveva elettrodomestici in televisione. Ora, non mi pare che le sue azioni siano state così particolari da essere additate ai giovani come stella polare dei nostri valori. Io ero rimasto a eroi, a scienziate come Rita Levi-Montalcini o Margherita Hack. Che ci fa, al posto loro, il venditore di una tv privata? Ecco perché ho paragonato questo scandalo alla caduta dell'Impero d'Oriente: siamo davanti a una resa civile e civica. Ci siamo ricaduti, pochi mesi fa, quando si è pensato di eleggere senatore a vita Piero Angela. Pensare alla figura di un onesto divulgatore, come figura di spicco, punto di riferimento, massimo rappresentante del costume e della cultura, mi sembra quanto meno improprio. E ciò che più stupisce, è che pochi lo abbiano notato. Fortunatamente, la scelta è poi caduta su una figura di spicco quale Liliana Segre, testimone della Shoah.