18/05/2019 10:00:00

In Sicilia ci sono 270 cave dismesse

Circa 270 stabilimenti dismessi da anni, sparsi da un capo all'altro del territorio, vestigia di un settore industriale in via d'estinzione, perlomeno in Sicilia: sono le cave abbandonate dell'Isola, i vecchi siti minerari di pietra calcarea, pomice, tufo, sabbia, argilla e gesso «che oggi potrebbero essere recuperati creando nuova occupazione, salvaguardando, al tempo stesso, l'ambiente». L'appello arriva dalla Filca Cisl regionale, la Federazione dei lavoratori edili, che ha fatto il punto sugli impianti esistenti, attivi e non, chiedendo la convocazione urgente di un tavolo tecnico con la Regione per avviare un percorso di rilancio del settore, attraverso «una sinergia proficua tra aziende e sindacati».

In realtà, uno strumento per far rivivere gli stabilimenti ci sarebbe già, attraverso la strada della riqualificazione, convertendo le cave in aziende green.

Si tratta del decreto sugli incentivi per le fonti rinnovabili, varato lo scorso novembre dal ministero dello Sviluppo economico, che prevede criteri di priorità per gli impianti eolici e fotovoltaici realizzati all'interno di miniere esaurite.

Una leva, sottolinea il segretario della Filca Sicilia, Paolo D'Anca, «che a livello nazionale ha fatto già partire il recupero di 30 cave abbandonate, ma che in Sicilia, evidentemente, non funziona». Il motivo? D'Anca punta il dito «sul cronico deficit infrastrutturale dell'Isola, che scoraggerebbe qualsiasi imprenditore», ma anche sulla «mancanza di agevolazioni regionali.

Ci sarebbero quelle previste per le Zes, le Zone economiche speciali a 100 chilometri dalla costa, che sono state già individuate ma restano inattive».

Intanto, le 272 cave dismesse in Sicilia rimangono lì, «ecomostri silenti, buchi scavati nel territorio, montagne di materiale che non servono più a niente», concentrate per lo più ad Agrigento (42 stabilimenti), Catania (40) e Trapani (39).

Ma nell'Isola, ricorda D'Anca, ci sono anche tantissime cave attive - circa 400 secondo l'ultimo report di Legambiente - «e qui si apre un altro problema: per la maggior parte si tratta di siti finiti sotto sequestro a causa delle infiltrazioni mafiose, quasi tutti in crisi e vicini alla chiusura, con centinaia di lavoratori a rischio.

Un esempio? La cava Billemi a Palermo, estrattrice di marmo grigio fino al 2007, da anni sotto amministrazione giudiziaria. L'azienda, che attualmente occupa sette dipendenti, potrebbe finire in dismissione da un momento all'altro perché non ha più commesse. L'unica speranza è la riconversione industriale, che sarebbe dovuta già partire, visto che la cava, nel 2017, ha incassato il via libera della Regione per l'attività di recupero di rifiuti inerti non pericolosi, ma i lavoratori, che intanto hanno costituito una cooperativa, aspettano ancora l'autorizzazione dell'Agenzia per i beni confiscati alla mafia. Ci sarebbe anche un acquirente disposto a rilevare tutto, mano d'opera compresa»