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14/07/2019 06:00:00

Il poeta Petru fudduni



[Da oggi, e per tutta l’estate, ogni settimana ospiteremo sulle nostre pagine i racconti inediti o ritrovati di alcuni dei maggiori scrittori siciliani degli ultimi anni: Enzo Di Pasquale, Marcello Benfante, Gioacchino Lonobile, Mario Valentini, Domenico Cacopardo ci distrarranno dal caldo e dagli estratti furori di questa assolata stagione...]


di Enzo Di Pasquale


Petru fudduni era un uomo di bassa statura, “curtu e malufattu” si autodefiniva nei suoi pensieri poetici che gli giungevano così, all’improvviso, come un temporale a ciel sereno. Gironzolava per le strade polverose del paese, offriva qualche verso e poi proseguiva in passeggiate solitarie che sembravano non avere mai fine. Di tanto in tanto soffermava il passo appoggiandosi al suo nodoso bastone, stringeva gli occhi e alzava la testa al cielo per scorgere qualche segnale divino che, lui giurava, prima o poi si sarebbe manifestato per preannunciare la fine del mondo. Poi abbassava la testa, si premeva con la tozza mano sinistra l’addome e con una smorfia scimmiesca emetteva un rumoroso rutto. Così proseguiva con l’andatura lenta di chi crede che si avanza sempre, inevitabilmente verso l’ignoto. Prima che facesse sera soleva passare per una viuzza che fiancheggiava un orto che lui definiva “eccellenti”  per la portata delle melanzane, cetrioli, zucchine, pomodori e fagiolini. Era un modesto appezzamento di terreno di mastro Seppe lo scalpellino. Lui vi aveva libero accesso perché, quando si presentava l’occasione, suggeriva all’artigiano qualche geniale epitaffio che mastro Seppe scolpiva in iscrizione sepolcrale sul travertino d’Alcamo, tanto richiesto da clienti che amavano avere in vita le idee molto chiare sull’ultima parola da consegnare al mondo che avrebbero lasciato. Petru fudduni raccoglieva dall’orto il necessario per il pasto serale. A lui bastava una melanzana, sulla quale prima di raccoglierla faceva schioccare il medio attraverso il pollice per il semplice gusto di sentire quel rumore sordo di maturo, o un cetriolo da farci la saponata per gustarlo a strica sale. Ma di una cosa non si dava pace Petru fudduni, che quel pero, dall’elegante fusto e con la chioma assetata di cielo, non riuscisse a fruttificare. Era ‘nsalutato, beddu, lustru, con quelle foglie ovali perfettamente seghettate, ma di produrre succose pere non ne voleva sapere proprio nulla. Sterili era e senza un gocciu di sangu! Piccatu, sciacquatu com’era!


Un giorno Petru fudduni si trovò a passare dall’orto dopo tanto tempo. Una tussi catarrusa l’aveva costretto a stare in casa per diverse settimane riducennulu comu na pezza vecchia, cu  lu peri zoppu addabbanna e chiddu bonu castabbanna. In un momento di sconforto aveva persino pensato al proprio epitaffio da affidare a mastro Seppe: “Qui giace Petru ‘ntisu fudduni, curtu e malufattu ma sterili nun si po’ diri di lumi e sintimentu…”.


La prima uscita, dopo la lunga convalescenza, la fece in direzione dell’orto eccellente. Avrebbe raccolto una cucuzza longa per farla bollita. Il brodo fa bene a uno stomaco chi pi ghiorna nun canusci manciari!. Si era infilato carponi dal largo di un filo spinato, un varco che lui solo conosceva per accedere nell’orto, evitando il disturbo di chiedere la chiave del cancelletto. Gli occhi erano andati, prima ancora che sui fusti striscianti e pelosi delle zucchine, verso lu piru sterili, cusà s’avissi cummintu di fari quarchi pirazzola. Strinse gli occhi, guardò più volte, ruttò, ma il pero non c’era. Si avvicinò dove si notava una buca, pareva l’impronta di un elefante che era appena passato. Per un attimo si sentì venir meno, poi trovò le forze per avere chiarimenti da mastro Seppe.

“Mastro Seppi… mastru Seppi… mastru Seppi”, gridò al cielo amplificando la voce facendosi cono con le mani.


Mastro Seppi era un uomo grasso con una pancia enorme che sembrava contenere, tanta era flaccida, resti di sbroscia di una cena insipida e povera. La sua pelle era bianchiccia eternamente impregnata della polvere di marmo, così come i folti capelli e le arruffate sopracciglia che si intrecciavano in un groviglio di ispidi peletti. Di vivo in quel corpo monolitico c’erano solo gli occhi di un verde bottiglia intenso. Emerse dalla finestra e alla domanda di Petru fudduni, che chiedeva che fine avesse fatto il pero, rispose con tono compiaciuto preceduto da una secca risata: “Sapissi poeta Petru… lu piru è ‘nchiesa”.


 “ ‘Nchiesa?”, riprese meravigliato Petru fudduni che in quel momento si sentiva sperduto nel generoso orto.

 “ ‘Nchiesa, ‘nchiesa, poeta Petru. Lu piru senza pira è ora Signuri. Signuri di ‘Nterra e di Ncielu”, rispose con tono esageratamente solenne e ancora abbassando la voce: “E’ ‘ncruci poeta Petru!”

 “ ‘Ncruci?”

 “ ‘Ncruci… ‘ncruci, ‘nchiuvatu ‘ncruci cu la suffirenza di Cristu”.

Era un buon legno, ancora puro d’animo perché produceva solo fiori e non s’era macchiato della originaria colpa di fruttificare. Con questa mistica trovata padre Adolfo aveva convinto il marmorario a fare sradicare l’albero da donare alla comunità religiosa. Ci avrebbe pensato mastro Nardo, il valente falegname ad elevarlo al rango di Nostro Signore Gesù Cristo sofferente in croce. Il prete non si era scoraggiato nemmeno quando il marmista gli aveva fatto osservare che una volta tagliato ci voleva una buona stagionatura.  “Asciugherà in croce”, gli aveva risposto con tono deciso.


Petru fudduni ci aveva messo pochi minuti ad arrivare in chiesa. Sembrava volasse su bastone che non toccava più terra e la corsa non fu mai interrotta da rutti o sguardi rivolti al cielo. Puntava dritto dritto in chiesa. Nell'acciottolato del sacrato s’era fatto un rapido segno di croce e appena entrato gli si era stagliata la prima immagine di un Gesù Cristo esile posto sull’altare maggiore. Sembrava puntasse proprio lui con occhi nient’affatto sofferenti e con un leggero sorriso di rivalsa, che probabilmente solamente Petru fudduni coglieva sullo scarno viso della scultura lignea sacra. La chiesa era racchiusa in un rigoroso silenzio protetto dagli ultimi fumi d’incenso che si sprigionavano dal turibolo d’argento danzante tra le abili mani di padre Adolfo. I fedeli genuflessi rimettevano i propri peccati veniali al Cristo morente per ritrovare la serenità dello spirito.


Petru fudduni avanzò risoluto verso l’altare, si fece un cerimonioso segno di croce. Inginocchiandosi lentamente e aggrappandosi con entrambi le mani al bastone, così improvvisò: 


Piru chi nascisti tà un ortu eccellenti

Piru ca na lu munnu mai pira vulisti fari

E ora chi di piru ‘ncruci ti prisenti

Cu non ti canusci ti veni ad arurari

Ma eu chi ti canusciu

Tu piru mi senti

Pira nun facisti e Miraculi vo fari?


(in omaggio al misterioso poeta)



ENZO DI PASQUALE (Castellammare del Golfo, 1960) è scrittore, insegnante e giornalista. Ha pubblicato: «Ignazia» (Fazi, 2009), «Un’isola chiamata Zingaro» (ernestodilorenzo, 2013), «I ricordi hanno le gambe lunghe» (ernestodilorenzo, 2017; con Fabio Stassi), «Come un tiglio a Gezi Park» (il Palindromo, 2017).