19/07/2019 07:40:00

Sciascia, trent'anni dopo: "Non era un mafiologo, ma un maestro del dissenso"

 di Marco Marino

Esattamente un mese fa i maturandi di tutte le scuole d’Italia, voltando la prima pagina della loro prova d’esame di italiano, si sono trovati davanti a Leonardo Sciascia. E, in particolare, hanno avuto sotto gli occhi un brano tratto da «Il giorno della civetta», una storia di mafia e di omertà: il capitano Bellodi (personaggio costruito attorno alla reale figura di Renato Candida, già comandante dei Carabinieri di Agrigento) indaga sulla morte di Salvatore Colasberna, scontrandosi contro un muro inarginabile di meschine reticenze e omertosi silenzi. 

In quella pagina redatta dal Ministero dell’Istruzione, molti hanno voluto leggere un omaggio alla memoria dello scrittore siciliano di cui quest’anno - il 20 novembre - ricorrerà il trentennale dalla scomparsa. Altri, però, hanno opportunamente considerato che, nell’omaggiare l’autore racalmutese, il MIUR ha di fatto continuato a marginalizzare il suo profilo intellettuale inserendolo, come spesso capita al povero Sciascia, sotto la categoria dello “scrittore-mafiologo”. 

Ma Leonardo Sciascia era davvero soltanto questo? Uno scrittore che deve la sua cifra letteraria all’analisi del fenomeno mafioso? 

Per provare a rispondere a questo genere di interrogativi e, allo stesso, per cercare di tracciare un profilo parallelo del maestro di eresia e antagonismo che è stato Sciascia, abbiamo chiesto ai suoi maggiori studiosi, ai suoi amici e agli scrittori eredi della sua opera, di restituirci la loro prospettiva sciasciana. 

Cominciamo allora quella che, a nostro modo, potremmo chiamare “inchiesta” con Antonio Di Grado, professore di letteratura italiana dell’Università degli Studi di Catania e direttore letterario della Fondazione Sciascia per indicazione testamentaria dello stesso scrittore. Uno studioso che in queste tre decadi ha arricchito le ricerche sull’autore di «A ciascuno il suo» con saggi imprescindibili come «Divergenze», «Leonardo Sciascia e la tradizione dei siciliani» e «Leonardo Sciascia e il Settecento in Sicilia».

Professore, di Leonardo Sciascia e della sua opera, cosa resta? A trent'anni dalla scomparsa sopravvive soltanto l’etichetta del mafiologo? 

A Sciascia l’etichetta di mafiologo ripugnava. E le sue lucide analisi, le sue sorprendenti premonizioni sul tema-mafia erano del resto parte d’una riflessione più ampia e complessa sulla giustizia, la violenza, le nefandezze del Potere e le responsabilità del singolo. La critica avrebbe dovuto avvedersene (e invece ne rimase basita) già all’altezza del «Giorno della civetta» e di quella reciproca attestazione di “umanità” tra il capitano Bellodi e il mafioso don Mariano Arena. Era il superamento della retorichetta manichea (“uomini e no”) della letteratura engagée e l’inizio d’una indagine più articolata e profonda sul “contesto”: e cioè su quelle zone oscure d’ingiustizie patite e reazioni criminose, di complicità palesi e segrete affinità in cui la pianta delittuosa affonda le sue radici. E proprio queste analisi, che culmineranno nel «Contesto» e accoglieranno addirittura brividi metafisici nel «Cavaliere e la morte», oggi ci mancano. Ci manca cioè non solo l’intellettuale, l’uomo-contro, il demistificatore, il maestro del dubbio e del dissenso, ma chi sappia addentrarsi, come Dostoevskij e Tolstoj, come Manzoni e Sciascia, nel cuore di tenebra della coscienza e della storia.

Questa canonizzazione dell'autore dell'Affaire Moro quanto fa bene e quanto fa male all'eredità della sua opera?

Non ho assistito a tale canonizzazione, a parte qualche convegno, qualche pubblicazione accademica e questo imprevisto (e benvenuto) tema di maturità. Sciascia continua invece a ferire, a dividere: perciò o lo si rimuove o si insiste ancora in vecchie polemiche come quella sui “professionisti dell’antimafia”, così dura a morire nonostante i fatti abbiano confermato l’esattezza di quella sua ultima, lungimirante profezia.

A un ragazzo di 18 anni, che magari s’è ritrovato a leggere una pagina di Sciascia per la prima volta durante il suo esame di maturità, da quale libro consiglierebbe di partire per scoprire l’autore racalmutese? E perché? 

A un ragazzo che ami la narrazione, l’invenzione romanzesca, suggerirei di partire da quel capolavoro che è «Il Consiglio d’Egitto». A chi invece abbia a cuore la riflessione, e dunque una narrativa che guarda al saggio e all’inchiesta, consiglierei «Il Contesto» e «Todo modo», «La scomparsa di Majorana» e «L’affaire Moro». Ma a me stesso ragazzo direi piuttosto di pescare, nella prima e nell’ultima produzione di Sciascia, due testi che mi sono infinitamente cari: «L’antimonio» e il già citato «Il cavaliere e la morte».