21/07/2019 06:00:00

Possibilia

di Gioacchino Lonobile


Il modo in cui venni in possesso del libro e delle lettere fu tanto fortuito quanto casuale. A detta dell'autore – di cui non conosco ancora oggi il nome – ciò che lo spingeva a scrivere non era certo la voglia di far conoscere i fatti accaduti in quei giorni, perché pensava che tali fatti non fossero eccezionali, né potessero interessare ad alcuno per qualche ragione. Riteneva scrivere più una sorta di buona abitudine, allo stesso modo che iniziare la giornata facendo dieci flessioni o ripetere il nome di chi si è appena presentato.

Dopo diversi anni senza la più breve vacanza, lontano dalla sua città d'origine, alla scadenza del contratto di lavoro, aveva deciso di prendersi un periodo di pausa prima di cercare un nuovo impiego. L'esistenza morigerata che aveva condotto gli aveva consentito di mettere da parte abbastanza denaro da decidere a quale velocità dovesse scorrere la sua vita.

Ogni mattina era solito recarsi al bar del Corso per bere quello che definiva il miglior caffè della città. L'artefice era un uomo che indossava guanti di plastica neri, sopra altri di cotone bianco, la cui caratteristica più palese era lo scarso ottimismo nel vivere la vita. Il suo nome era Baldo. Nella parete a fianco la macchina del caffè – “una di quelle a leva, da cui scendeva quel liquido denso e nero” – c'era un cartello sul quale era scritto “Vietato parlare al barista”. Chi sceglieva quel bar lo faceva solo per il caffè. Lui, invece, era riuscito a instaurare un rapporto se non d'amicizia con Baldo, almeno di complicità. Guardavano storto i turisti e parlavano delle occasioni che la vita aveva loro posto dinnanzi e che avevano mancato.

Diceva che sarebbe rimasto in città solo fino a Natale, giusto il tempo di stare un po' con i suoi genitori e poi sarebbe ripartito per la sua vecchia vita, tra i suoi amici e le sue abitudini. Meno di un mese. Non aveva nemmeno disfatto del tutto il bagaglio a mano.

*

4 febbraio

“Il resto era là, in banca ad aspettare... alla fine del mese sembrava proprio di avere lo stipendio e un nuovo datore di lavoro”. Ogni volta che ascolto questa canzone mi sembra di esserne il protagonista, solo meno arrabbiato. Ho come la sensazione di vivere in un tempo estraneo, diverso da quello che ho vissuto negli ultimi vent'anni, ma nemmeno uguale a quello che ricordo da giovane, un diverso presente e un diverso passato che non riconosco. Non posso dire di stare male, anche questa è pur sempre casa mia. Certo, ormai non ho una stanza tutta per me come da ragazzo - è andata persa in una delle tante ristrutturazioni promosse da mia madre - e se affetto e attenzioni non mi mancano, spesso evito di uscire o d'incontrare qualche amico per non dover dare spiegazioni su dove vado o su chi frequento. Mi sento come se la mia cella avesse la porta aperta, ma non trovo la forza per varcarla. Il soggiorno è già durato molto più del previsto, è giunto il momento di fissare la data, comprare finalmente i biglietti. La partenza non può più essere rinviata. Nel momento stesso in cui scrivo questo pensiero, avverto un lieve senso di malinconia, d'angoscia. Forse durerà solo un istante, non so, di certo il sapore che sento in bocca non è dolce.

*

10 giugno

«C'è aria di tempesta» ho pensato stamattina al bar guardando fuori dalla vetrata che dà sulla strada più antica della città. Piove in maniera ininterrotta da diversi giorni, nonostante l'estate sia alle porte.

«La gente non è abituata...» ha detto Baldo dandomi le spalle, mentre preparava il caffè. «Stagioni  intere di siccità sono normali, nessuno ci fa caso, qui gli uomini sono assetati ancor prima di nascere, da generazioni, ma la pioggia no, è una condizione straordinaria. Tutti riescono a tollerare al massimo tre giorni di maltempo, poi iniziano a lamentarsi, un borbottio che nasce da una scarpa dentro una pozzanghera, da un “ora scampa...” e invece non scampa più». Si è girato, ha poggiato la tazzina e ha guardato oltre la vetrata pure lui. «Con il passare del tempo il malessere aumenta, diventa malattia, bruttura fisica. Anche i palazzi, le case, le strade e i vicoli diventano più brutti. La muffa crea facce di santi tristi sugl'intonaci, l'umidità fa marcire le mura, s'infiltra nei pilastri, nelle fondamenta, ogni angolo dei quattro mandamenti sembra dover crollare da un momento all'altro sotto la pioggia: la goccia scava la pietra, “Dammi tempo cà ti perciu” disse il topo alla noce, e così è». Ci siamo guardati in faccia, nessuno dei due ha sorriso. «Questa è l'unica città in cui l'acqua non lava, ma 'ngrascia ancora di più: la munnizza nascosta esce dalla tana come le lumache, le fogne straripano, si muore di puzza. Uno scrittore vissuto troppo poco e che nessuno ricorda, diceva che questa città senza sole è come un fiore senza profumo, ed è vero, solo i suoi raggi riescono a nascondere le zaffate, le lordure e mostrare le statue, i marmi e ogni bellezza: visitare piazza della Vergogna in una giornata d'estate è accecante. C'è poco da fare, questa città e la gente che ci vive non hanno mai avuto un buon rapporto con la pioggia e forse mai lo avranno».

Ho bevuto il caffè in tre sorsi, come al solito, ormai ogni mio gesto sembra ricalcarne altri che ho già compiuto.

«Allora ci vediamo» ho detto mentre mi preparavo una sigaretta.

«Parta finché è in tempo. Questa città...» ha fatto una pausa, quasi a cercare le parole «...non dà scampo, quando ha deciso non lascia più andar via».

«Buona giornata».

«Buona giornata? Il problema è che domani agghìorna di nuovo».

*

21 novembre

Mi trovavo al bar situato in quella che era prima chiamata Ruga de Mineu, a qualche decina di metri dalla famosa focacceria cittadina, seduto davanti a un Bartezzaghi. “Rimane vivo sul patibolo” era la definizione, ho picchiettato con la punta della penna sul tavolo per qualche secondo, poi ho avuto l'illuminazione. “Boia!”.

«Ciao, ti ricordi di me?».

Ho alzato gli occhi dal mio svago del mercoledì. Notando lo smarrimento sul mio volto, l'uomo mi ha fornito nome e cognome. Ho stretto gli occhi per metterlo meglio a fuoco e cercare l'unica certezza presente in quella figura che potesse confermarmi la sua identità: la sua mano, la mano adunca. Sì, era lui, un mio vecchio compagno di scuola delle elementari o delle medie. Manociunca lo chiamavamo da ragazzini. Ricordai che qualche tempo prima di arrivare in città, in una delle consuete telefonate serali, mia madre mi aveva raccontato la sua storia. In tarda età – precisai a mia madre che eravamo coetanei– aveva conosciuto una donna, riservata e religiosa come lui. Avevano iniziato a frequentarsi, in quel modo che si usava nell'isola qualche decennio prima. Quando la donna e la vecchia madre andarono a casa di Manociunca per ufficializzare il rapporto, le cose non andarono come previsto: l'anziana pretendeva che fosse aperto un conto in banca a nome della figlia e le fosse intestata la casa dove sarebbe andata a vivere dopo il matrimonio. Manociunca e i suoi rimasero offesi da tali richieste e l'unione fallì. Solo dopo qualche anno i due poterono annunciare il loro matrimonio e lo fecero proprio al funerale della vecchia.

«Auguri, so che ti sei sposato da poco».

Nonostante fosse novembre inoltrato il caldo formava dei grandi aloni sulla sua camicia bianca.

«Sono qui per darti una cosa».

Mi sono stupito di quella affermazione.

«È il motivo per cui non sei ancora riuscito ad andare via».

Aveva la mia completa attenzione.

Mi ha dato una piccola busta, simile a quelle usate per ringraziare gli intervenuti ai funerali, sulla quale era scritto “In città accaddero così poche cose in quei giorni che nel corso di tutta la sua secolare esistenza”.

L'ho aperta , conteneva un'immaginetta sacra. «Santa Rosalia?» ho chiesto.

«Leggi cosa c'è scritto dietro» mi ha detto, poi mi ha salutato con la mano buona ed è sparito tra i vicoli.

*

Quella era l'ultima lettera in mio possesso. Non c'erano altre notizie. Era riuscito a partire, a tornare alla sua vita, alle sue attività, o aveva solo smesso di scrivere? Della Santuzza che gli era stata regalata non c'erano tracce.

Scoprire il finale di quella storia rimase un cruccio simile a un'ossessione per diverso tempo. Andai al bar del Corso. Baldo sembrava sincero nel dire che non aveva mai sentito parlare di quell'uomo. Alle mie insistenze, indicò il cartello su cui era scritto “vietato parlare al barista”. Dopo aver trovato l'attuale denominazione dell'antica Ruga de Mineu, mi recai anche all'altro bar. I due ragazzi che lo gestivano mi confermarono di comprare la Settimana Enigmistica, ma di non ricordare il tizio in questione. Manociunca, forse pensando che fossi un creditore, non volle mai incontrarmi.

Deluso dal cattivo esito delle ricerche ero sul punto di abbandonare tutto, quando un'immagine mi tornò alla mente: la figura di Baldo riflessa nella vetrata del suo bar. In quel momento mi fu tutto chiaro. Non esisteva un unico Baldo. L'autore delle lettere non era mai tornato nella sua città d'origine. O meglio, era sì tornato, ma solo in uno dei mondi possibili e non negli altri, compreso questo. Così facendo aveva alterato la loro identità, motivo per il quale, per circa un anno, non era riuscito a ripartire. Solo grazie al lasciapassare dal volto di santa – ignoro in che modo, non avendo letto il messaggio che conteneva – aveva ristabilito le identità tra le realtà e aveva ottenuto di tornare alla sua. Il Baldo di questo mondo non poteva sapere che era stato uno dei suoi corrispettivi, altrettanto bravo nel fare il caffè, a conoscere e a parlare con quell'uomo senza nome e non lui, che invece non lo aveva mai incontrato. Mi convinsi, inoltre, che la variazione che si era venuta a creare non cessava del tutto, ma aveva lasciato un segno: le lettere, le quali avevano una capacità: bastava leggerle, toccarle o solo sentirne parlare per far diventare mondi prima uguali solo simili, perché esse erano uniche.




GIOACCHINO LONOBILE (Toulon, 1979), è dottore di ricerca in Neuroscienze. Ha pubblicato «Espadrillas Gialle» (18:30 edizioni, 2008) e altri racconti per le riviste Atti Impuri, Pastrengo, Prospektiva, Nazione Indiana, TerraNullius e Nuova Prosa. Con il Palindromo ha pubblicato «I giorni della vampa» (2016) e «Via Terra delle Mosche» (2019).