04/08/2019 06:00:00

Una gita a Cinesio

di Mario Valentini   Cinesio è questo villaggio che ognuno conosce a modo suo. E’ molto difficile da descrivere, perché chi vi è stato non è che lo racconta a modo proprio, ma vi ha visto addirittura cose totalmente diverse da chiunque altro. Personalmente, io sono stato a Cinesio con una compagnia di trenta persone, in gita domenicale. Siamo arrivati in una piazzetta alle porte di Cinesio con un pullman gran turismo fornito di aria condizionata, siamo scesi e abbiamo visitato il paese. Oh, ma com'è che alla fine, ritornati sul pullman, avevano visto tutti cose diverse da quelle che avevo visto io! Carmignani, che era seduto nel posto vicino al mio, mi ha detto "ha visto che bella cattedrale gotica c'era in questo paese?", e mi ha parlato di un edificio molto grande, con le guglie, il portale di bronzo tutto istoriato con le scene del purgatorio e con un campanile alto a suo dire almeno cinquanta metri, che avrebbe suonato a lungo non appena si è fatto mezzogiorno. Tutto questo non l'avevo notato. L'unica chiesa che ho visto a Cinesio era una chiesa piccola piccola infilata accanto alla canonica, con delle signore anziane che dentro dicevano il rosario. Mi ricordo che era molto spoglia e c'era un bel fresco, tant'è che mi sono seduto anch'io un quarto d'ora a dire il rosario, per riprendermi dalla calura che c'era fuori, la quale mi aveva fatto venire la pressione bassa. La calura, però, quel giorno l'ho avvertita solo io. Infatti Gravitelli durante tutto il viaggio di ritorno si è lamentato per quanto aveva piovuto. Per la troppa pioggia Gravitelli si era dovuto chiudere in un bar a bere cioccolate calde, e non aveva potuto visitare il paese. E poi starnutiva in continuazione e aveva paura che gli fosse venuta la febbre. La signora Gravitelli, invece, diceva di essersi perduta nelle vie tortuose e tutte in salita del paese. Aveva impiegato tre ore a uscirne fuori, tant'è che a un certo punto si era seduta sugli scalini di una casa per rifiatare. Poi però da quella casa era uscito un signore con un fucile in mano, che si era messo a sparare contro la signora Gravitelli perché l'aveva scambiata per un ladro di galline. Mentre scappava alla signora Gravitelli si è rotto anche il tacco della scarpa e aveva continuato a camminare zoppicando per un'ora, finché non è riuscita a trovare la piazzetta in cui era posteggiato il pullman. Ma questo racconto non mi convince, perché sono certissimo di avere camminato tutto il giorno a braccetto con la signora Gravitelli, la quale non faceva altro che dire "ragioniere, non mi lasci il braccio che finisco per terra". E quindi tutte le disavventure che stava raccontando dovevano essere state inventate a posta per prendermi in giro, oppure dovevano essere frutto di una qualche strana fantasia del cervello. E allora non so più cosa pensare di questa gita a Cinesio, se non il fatto che sul pullman ci hanno dato delle colazioni drogate, che ci hanno fatto venire a tutti le allucinazioni. Altri, poi, sul pullman, hanno raccontato di aver visto le cose più diverse: chi ha visto un mercatino di antiquariato, chi delle case con i cortili pieni di piante rampicanti, chi non ha visto manco una persona ma solo gatti e cani che si rincorrevano. Alcuni fra i più giovani hanno visto il paese pieno di ragazze, le hanno rincorse, ci hanno scherzato, ma ognuno le descrive fisicamente in modo diverso. Per Marino Cometti, la guida dell'agenzia, erano tutte alte e snelle, e per lo più molto graziose. Mio figlio Giuseppe invece, sarà perché l'ho viziato troppo e si lamenta sempre di tutto, dice che erano basse, molto tozze e con dei baffi lunghi, e che lui comunque in gita con me non ci voleva venire e l'ho costretto io con dei ricatti morali. Quando poi gli ho chiesto se il paese gli era piaciuto mi ha risposto che a lui di Cinesio non gliene era fregato niente, perché pensava ai suoi amici che erano andati al mare, e per quel che riguardava lui Cinesio non esiste. Come non esiste, mi veniva da dirgli, ho speso duecentomila lire per portartici! Quando poi mia moglie si è messa a fare la gelosa perché ero andato in giro per Cinesio con una bella ragazza bionda al braccio, io, che avevo tenuto al braccio tutto il tempo la signora Gravitelli che, con tutto il rispetto, avrà almeno settant'anni, le ho detto che secondo me erano tutti pazzi, oppure si erano messi d'accordo per farmi uno scherzo di pessimo gusto. Ma quale scherzo! Quelli parlavano sul serio purtroppo, e se erano pazzi loro dovevo essere pazzo anch'io, e allora Cinesio sarebbe questo posto dove chiunque ci entra impazzisce per ritornare sano solo all'uscita. E allora, visto che le cose stanno così, ora racconto quello che ho visto io a Cinesio e buona notte, perché se mi metto ad ascoltare quello che dicono i miei compagni di viaggio ne esce solo una gran confusione, in mezzo alla quale non si capisce niente di niente. Prima di tutto, Cinesio è questo posto, paese, villaggio o che so io, dove se due persone mangiano lo stesso piatto di minestra per uno è pasta e lenticchie e per l'altro è zuppa di ceci, e non c'è nessun modo per mettersi d'accordo. E’ un posto dove uno vede distese di grattacieli e un altro capanne, solo alberi e capanne. E allora è un posto dove non si capisce niente, e viene solo da pensare che sono due le cose: o è vero quel fatto delle droghe, oppure a Cinesio deve esserci nell'aria una specie di polline dagli effetti disastrosi che porta ogni abitante o turista a vedere la stessa identica cosa in due modi diversi, che sono veri solo nella sua testa. Ma io comunque Cinesio l'avevo visto con i miei occhi, fisicamente, ed era un paese non molto grande, tutto esposto al sole e alla calura, dove hanno costruito le case piccole, basse e infilate l'una nell'altra. E si sono inventati questa architettura perché è l'unico modo per ripararsi dal sole battente. E dunque è un paese dove se non ci si mette d'accordo con i vicini di casa per costruire le case un po' attaccate, non hai modo di sopravvivere al caldo che ti assale per l'intera giornata. Questo Cinesio, dunque, è un paese dove, con tutta la buona volontà che uno può avere, in piazza non si può stare, perché non c'è conforto dalla calura che ti soffoca, e si può vivere solo stando dentro le case, aprendo le finestre e facendo un po' di corrente, costruendo qualche tettoia nell'aia, fatta di canne e rampicanti, scavando in fondo, nella terra, fino a trovare l'acqua e impiantare un pozzo. E siccome questo io l'ho visto con i miei occhi, direi proprio che a Cinesio si vive così, ma non ne posso essere sicuro. E allora, l'unica cosa che ho da dire è che Cinesio è un posto dove devo tornare, perché a parlarne così dopo averlo visto solo una volta, si ha l'idea di un posto dove si vive da allucinati una vita intera, senza che la gente nemmeno se ne accorga.   [Pubblicato per la prima volta sulla rivista «Il Semplice. Almanacco delle prose» (N. 6, Feltrinelli, Milano 1997), "Una gita a Cinesio" è uno dei primi racconti scritti da Mario Valentini. Ringraziamo l'autore per avere acconsentito che venisse disseppellito]
MARIO VALENTINI. Ha fatto parte del gruppo che realizzava «Il Semplice», messo insieme e guidato da Ermanno Cavazzoni e Gianni Celati. Ha pubblicato i libri «Voglia di lavorare poca» (Portofranco, 2001), «In certi quartieri» (Mesogea, 2008), «Come un sillabario» (Mesogea, 2015), «Così cominciano i serial killer» (Mesogea, 2018), «La minuscola» (Exòrma, 2018).