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12/10/2019 06:00:00

La Sicilia sulfurea a filata di Vincenzo Consolo e Leonardo Sciascia


di Marcello Benfante - Il trentennale della morte di Leonardo Sciascia porta a riesumare tutta una serie di memorie e figure tra loro collegate. In prima fila, certamente quella di Vincenzo Consolo, che ci manca ormai dal 2012. Sul legame fortissimo, di affinità e insieme di diversità, tra questi due grandi scrittori, testimoniato tra l’altro da un fitto epistolario, si basa il breve ma intenso contributo di Salvatore Picone da poco apparso per l’editore Salvatore Sciascia con il titolo “Di zolfo e di spada” (pagine 84, euro 8).

 

Ovvero: lo zolfo di una certa Sicilia interna e del sottosuolo, più mineraria che contadina, almeno un tempo, prima che il ventre della terra si svuotasse d’ogni risorsa. E la spada metaforica (cui accenna Sciascia nelle “Parrocchie di Regalpetra”) di una certa scrittura che tocca e ferisce, dirime e riscatta, almeno nell’illusione di una certa Sicilia atavica e analfabeta, la cui fondamentale miseria era di cultura e di parole, prima ancora che di pane e di terra.

Il libretto (che si pregia anche delle fotografie di Angelo Pitrone) raccoglie molto opportunamente quattro “conversazioni con Vincenzo Consolo intorno a Leonardo Sciascia”, cioè quattro interviste realizzate da Salvatore Picone per il periodico “Malgrado tutto” tra il 1998 e il 2007.
A legarle insieme, tra le due introduzioni di Gaetano Savatteri e Salvatore Ferlita e la nota conclusiva dell’autore, c’è soprattutto il costante riferimento al magistero dello scrittore di Racalmuto, ma anche il compimento di un auspicio di Aldo Scimè, che queste conversazioni non voleva si disperdessero, perché “mori l’omu e resta la filama”.

Il filo del ricordo, potremmo azzardare, che è sempre filo d’Arianna e fil-rouge di sangue e d’inchiostro che unisce i morti ai vivi, il passato al presente. E su tutto sovrasta la Sicilia, che è il substrato geologico di questa travagliata memoria collettiva. Una terra che per la sua gente è un a-priori imprescindibile e ineludibile. “Non so allontanarmi dalla Sicilia”, dice Consolo, “e credo che per uno scrittore siciliano allontanarsi dal luogo della propria memoria sia pressoché impossibile”. La “filama” quindi come cordone ombelicale irrescindibile, soprattutto in una “terra di segni molto forti”. E soprattutto per chi scrive. “Emigrare per uno scrittore è impossibile”, sostiene Consolo, che pure scelse o subì il trasferimento a Milano.

Consolo infatti tornò continuamente alla sua terra, da cui, non ha mai voluto allontanarsi, ma, a suo parere, è stato fatalmente estromesso, come per una sorta di incompatibilità ambientale.
Nel 2001 la sua denuncia, raccolta da Picone, è veemente: “Io sono stato espulso dalla Sicilia, sono stato cacciato via, mentre quelli che sono rimasti hanno avuto tutti i favori e i privilegi che hanno, sono conniventi con il potere. Molti di quelli che ho conosciuto sono divenuti cortigiani del potere politico”.

Il discorso di Consolo s’incupisce quasi di conversazione in conversazione, col passare degli anni, ma sempre seguendo un coerente percorso ideologico che si richiama rigorosamente a Sciascia e a Pasolini: “Non voglio apparire come l’uomo anziano che rimpiange il tempo passato. Però obiettivamente in Sicilia, come in tutto il Paese, viviamo una situazione di regressione politica, etica, morale e culturale”.
C’è un senso di scoramento e di malinconico disorientamento, di straniato spaesamento, come nota bene Savatteri nella sua introduzione, che però non vuole cedere a un pessimismo soltanto sentimentale, a una specie di resa, all’ammissione della improrogabilità della fuga per i giovani o gli intellettuali.

Anche in questo la morte di Sciascia è un preciso discrimine: “Fino a quando Sciascia era in vita questo paese aveva ancora dei suoi valori. E nonostante le atrocità che abbiano vissuto, la mafia e il suo terrorismo, c’era un dibattito ideologico, un dibattito culturale”. Quasi fosse Sciascia, da solo e per se stesso, a garantire la tenuta morale e intellettuale di una nazione devastata e sconvolta (il che per certi aspetti è quasi letteralmente vero).

E quando Consolo afferma che per lui “Sciascia è stato una sorta di Virgilio” non si riferisce soltanto a un modello di scrittore e di intellettuale da emulare, ancorché nei modi originali di un percorso autonomo, ma a una vera e propria guida esistenziale negli inferi sulfurei di una Sicilia (e di un’Italia) irredimibile, assordata e pietrificata da un durissimo sonno della ragione.
Per cui ha ragione Ferlita, nella sua introduzione, che è un vero e proprio saggio sulla poetica dello scrittore di Sant’Agata di Militello, a dire che Consolo “è stato davvero l’ultimo scrittore intellettuale”, ma nell’ottica di una “scrittura di presenza”, cioè di testimonianza e denuncia militante, di profondo senso civico e storico, di altissima lamentazione e invettiva, di apocalittica visionarietà e struggente lirismo.