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28/11/2019 06:00:00

I soldi dell’8 per mille spariti. Ecco di cosa è accusato l’ex vescovo di Trapani Miccichè

Aveva accesso ai conti correnti in cui confluivano i soldi dell’otto per mille destinati dai fedeli alla Chiesa Cattolica. Lui, però, Francesco Miccichè, ex vescovo di Trapani, avrebbe prelevato, e si sarebbe appropriato di buona parte di quei soldi, 410 mila euro.


Ora Miccichè rischia il processo dopo la richiesta di rinvio a giudizio che si sta esaminando davanti al Gup di Trapani.
E’ solo l’ennesimo atto di una vicenda giudiziaria che va avanti da anni e che è stata catalogata come i “veleni” della Curia di Trapani. Anni bui per la diocesi trapanese, in cui le inchieste giudiziarie hanno fatto venire a galla una serie di ammanchi che sarebbero stati architettati proprio dal capo, dal Vescovo Miccichè.


Monsignor Micciché, originario di San Giuseppe Jato e residente a Monreale, è accusato di avere messo in atto un disegno criminoso con una serie di azioni realizzate in tempi diversi, tra il 2007 e il 2012. Da Arcivescovo della Diocesi di Trapani, aveva la facoltà di operare su due conti correnti, aperti a febbraio 2007. Uno intestato alla “Interventi Caritativi Diocesi di Trapani”, l’altro intestato a “Esigenze di culto e pastorale della Diocesi di Trapani”. Su questi conti affluivano i fondi dell’8×1000. Si tratta della quota di imposta che lo Stato italiano distribuisce, in base alle scelte effettuate nella dichiarazioni dei redditi, fra lo stesso Stato e le confessioni religiose che hanno stipulato un’intesa. La legge prevede che le somme vengano impiegate per esigenze di culto della popolazione, sostentamento del clero, interventi caritativi a favore della collettività nazionale o di paesi del terzo mondo.


Micciché invece, secondo l’accusa, si sarebbe appropriato di 544.439,00 euro per altri fini, ma nella richiesta di rinvio a giudizio la somma scende a 410 mila euro.


In particolare sono diverse le operazioni effettuate nel corso degli anni come bonifici e assegni a favore di “me stesso”, si legge nel provvedimento, e del cognato e della sorella dell’ex Vescovo. Non solo assegni e bonifici, ma anche soldi prelevati dal bancomat non giustificati. Migliaia di euro usciti dal bocchettone del bancomat e finiti chissà dove, dal 2007 al 2012.
Per questo motivo il Pubblico Ministero contesta anche l’aggravante di avere cagionato un danno patrimoniale di rilevante gravità al Ministero dell’Economia e delle Finanze, alla CEI (Conferenza Episcopale Italiana) e alla Diocesi di Trapani.
Nell'ambito delle indagini inoltre emerse l'acquisto di un appartamento a Roma, in zona Barberini, che però nonostante fosse stato sequestrato un preliminare di vendita, era ancora formalmente intestato alla Diocesi trapanese.


Durante le indagini sugli ammanchi vennero fatte delle perquisizioni
da parte degli uomini delle sezioni di polizia giudiziaria della Guardia di finanza e della Forestale che in quelle occasioni avevano sequestrato opere d'arte religiose di grande valore che il prelato avrebbe sottratto alla Curia trapanese prima di essere sospeso dal Vaticano. Miccichè negli anni seguenti ha rinunciato al ricorso in Cassazione contro la perquisizione domiciliare subita. La suprema corte lo ha anche condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di 500 euro alla Cassa delle Ammende.


L'ex vescovo di Trapani assieme alla sorella Domenica e al cognato Teodoro Canepa aveva presentato ricorso contro la perquisizione disposta dalla procura di Trapani ed eseguita dalla polizia giudiziaria della forestale e della finanza. Vennero sequestrati beni per centinaia di migliaia d'euro, comprese opere sacre. Prima di rivolgersi in cassazione Miccichè aveva fatto ricorso al tribunale del Riesame, che aveva confermato il sequestro.


Nell'ottobre del 2018 Miccichè era stato ascoltato - su sua richiesta - dai pm trapanesi e nel gennaio di quest'anno ottenne un incontro con Papa Francesco Bergoglio.
Monsignor Micciché, era stato sollevato dall’incarico nel 2012 da papa Benedetto XVI. Già a giugno 2011 il Vaticano aveva inviato una ispezione in seguito alle inchieste della Procura di Trapani in merito ad ammanchi amministrativi, alla gestione di due Fondazioni dipendenti dalla Curia e ai rapporti personali con due prelati fra i quali uno sospeso a divinis.
Monsignor Micciché è difeso dagli avvocati monrealesi Mario Caputo e Francesco Troia.