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02/02/2020 07:35:00

Palermo, inaugurazione dell'anno giudiziario: "In Sicilia mafia sempre forte"

Si è tenuta ieri nell'aula magna della corte d'appello di Palermo, la cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario. Ad aprirla, il presidente della corte d'appello Matteo Frasca con la sua relazione sullo stato della giustizia nel distretto.

"E' assai difficile dire se l’anno giudiziario che ci apprestiamo a inaugurare sarà un Annus Horribilis o un Annus Mirabilis.
L'incertezza del quadro politico e la sua elevata conflittualità rendono azzardato fare previsioni che rischiano di essere smentite immediatamente dopo. Abbiamo assistito diverse volte all'annuncio di riforme epocali, creando l'aspettativa di soluzioni salvifiche e palingenetiche che però si sono rivelati meri progetti disancorati dalla realtà e destinati a rimanere soltanto pie intenzioni.Tutti gli operatori del diritto, e prima di tutto Magistrati e Avvocati, devono impegnarsi, insieme, e devono farlo all'insegna del principio di responsabilità che deriva dal ruolo che rivestono.Non si tratta di dettare l'agenda politica al Governo o al Parlamento; si tratta invece di offrire quel contributo di conoscenza e di qualità che deriva dal ruolo nevralgico che Magistrati e Avvocati rivestono nella giurisdizione. Nel mondo che cambia cresce l'attenzione alla norma non nella sua genesi ma nella sua applicazione e ciò aumenta in modo considerevole lo spazio di intervento del potere giudiziario, quel potere che Montesquieu definì terribile e Condorcet definì odioso in quanto potere dell’uomo sull’uomo, che decide della libertà ed è perciò in grado di rovinare anche la vita delle persone sulle quali è esercitato”.
Un pensiero che il presidente di Corte d’Appello di Palermo, Matteo Frasca ha ribadito nell’aula Magna di Palermo nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.
Trenta minuti, troppi pochi, ha sottolineato Frasca per racchiudere un intero anno giudiziario impegnativo ma lo farò ha continuato soffermandomi sui temi principali.
E così presidente è partito dal numero dei procedimenti nel settore civile, dove si conferma il trend osservato lo scorso anno, quando, dopo un biennio caratterizzato da un costante incremento (nel 2015-16 il 3,2%, poi si è passati nel 2016-17 al 3,1%) si è registrata un’inversione di tendenza, ovvero si è avuto una ulteriore flessione dei ricorsi dello 0,3 per cento.
Nel settore penale, in particolare modo in quello minorile, dopo un biennio quello 2015-2017 dove si è registrato un incremento, già dall’anno scorso si è avuta una pendenza finale si è ridotta del 6%.

"Cosa nostra continua ad esercitare il suo diffuso, penetrante e violento controllo sulle attività economiche, imprenditoriali e sociali del territorio; se negli anni precedenti il dato statistico aveva mostrato qualche cenno di diminuzione va sottolineato che nell'anno in corso le denunce sono state ben 151 a fronte delle 65 e 69 dei due anni immediatamente precedenti. A livello distrettuale quindi si registra un aumento di ben il 132%". A lanciare l'allarme mafia è Matteo Frasca, presidente della corte d'appello di Palermo che, nella sua relazione sullo stato di salute della giustizia nel distretto, che verrà illustrata domani durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario, dedica ampio spazio all'analisi del fenomeno mafioso. Nella relazione Frasca riporta i risultati delle indagini condotte dalla Dda di Palermo. "Si deve affermare che la morte di Riina ha contribuito ad accelerare i processi non conflittuali di riorganizzazione dei vertici dell'organizzazione - spiega - che probabilmente, anche se con tempi più dilatati, si sarebbero in ogni caso verificati, perché conformi alle esigenze strategiche della stessa". Frasca parla di uno "stato di attesa della morte di Riina, quasi di impazienza, diffusa in una certa frangia di cosa nostra che voleva riorganizzarsi" e fa riferimento all'indagine della Procura che ha svelato il piano di ricostituire la commissione provinciale.

"Viene confermata l'elevata resilienza delle strutture organizzative della mafia palermitana, che, secondo criteri di comune buon senso, a fronte della costante ed efficace pressione esercitata dalla magistratura e dalla polizia giudiziaria, apparirebbe improbabile, ma che è, invece, una realtà più volte verificata. Sarebbe, pertanto, un errore gravissimo sottovalutare il potenziale criminale dell'organizzazione", si spiega nella relazione che sottolinea come si debba "continuare il processo di logoramento della forza militare, territoriale, economica e politica di Cosa nostra". Secondo il presidente della corte, nell'anno in corso la "pressione giudiziaria sui clan ha raggiunto la massima intensità: ogni mese, di regola, vengono eseguite alcune decine di misure cautelari detentive". "L'efficacia del contrasto sarebbe notevolmente incrementata - conclude Frasca riportando i dati della Procura di Palermo- se i tempi di decisione del gip non fossero, per motivi eterogenei ma soprattutto per carenza di magistrati e di personale amministrativo eccessivamente dilatati".
 

Il presidente della Corte d’Appello di Palermo ha evidenziato anche che "in provincia di Trapani il potere mafioso resta saldamente nelle mani di Matteo Messina Denaro". Il superlatitante di Castelvetrano "come è dimostrato da numerosi atti giudiziari oramai irrevocabili, vanta un elevato novero di suoi componenti che hanno ricoperto e ricoprono tutt'ora ruoli di assoluto rilievo all'interno dell'intera provincia mafiosa trapanese".
"Alcune indagini poi - rimarca Frasca nel documento - hanno svelato intrecci e cointeressenze tra il mondo imprenditoriale più vicino a Cosa nostra trapanese e il mondo della politica, con diverse indagini durante le quali sono state eseguite misure cautelari ed elevate imputazioni nei confronti di ex deputati regionali e nazionali, esponenti politici locali e canditati nelle diverse competizioni elettorali. Consistenti pure le emergenze relative ai rapporti con alcuni dirigenti della burocrazia regionale, coinvolta, in alcune occasioni emerse dalle indagini nei confronti di soggetti contigui a Cosa nostra, in vicende corruttive di notevole rilievo".

E non è mancato il riferimento alle riforme del codice di procedura penale, come quella in materia di prescrizione entrata in vigore il 1 gennaio 2020.
E' bene ricordare che adesso l’istituto penale rimane altresì sospeso dalla pronuncia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell’irrevocabilità del decreto di condanna.

E su questo il presidente di Corte d’Appello ha sottolineato: "Occorre riconoscere che la prescrizione allo stato appare l'unica medicina sintomatica per trattare la patologia cronica da cui è affetto il nostro processo: la sua lentezza. Ed è proprio questa, quindi, la patologia da affrontare, perché incide in modo determinante sulla efficienza del processo, senza distinzioni di sorta, perché è un bene posto a garanzia dei diritti dei cittadini. L'irragionevole durata del processo viola un diritto fondamentale dell'imputato. L'obiettivo, quindi, deve essere quello di assicurare tutela al diritto alla ragionevole durata del processo ed evitare però gli effetti devastanti della prescrizione. bisogna dire che effettivamente si potranno vedere i risultati a lungo termine, 4 anni”.

In rappresentanza del ministro della Giustizia era presente il capo del Dap Francesco Basentini, mentre per il Csm c’era l’ex pm di Palermo Nino Di Matteo. Tra i presenti il procuratore generale Roberto Scarpinato e il procuratore della repubblica Francesco Lo Voi.

“Il Consiglio Superiore della Magistratura – ha detto Di Matteo – deve voltare pagina: quel che è venuto alla luce dall’inchiesta di Perugia deve indignarci, ma non può sorprenderci perché è la fotografia nitida di una patologia grave che si è diffusa come un cancro e che ha portato allo strapotere delle correnti e al collateralismo con la politica, logiche che hanno allontanato l’organo di autogoverno dagli scopi per cui la Costituzione lo aveva previsto”.

L’ex pm ha puntato il dito contro i “magistrati impegnati in una folle corsa verso incarichi direttivi ” e contro “correnti che da ossatura della democrazia sono diventate ambiziose articolazioni di potere”, affermando che l’inchiesta di Perugia ha sì generato “un generale discredito nei confronti della magistratura”, ma rappresenta anche “l’occasione per ripartire prima che altri cambino le regole comprimendo valori come quello dell’indipendenza”, attraverso “una svolta etica individuale e di corpo”.

Scarpinato, illegalità figlia della povertà, pene inutili

Il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, nel suo intervento, partendo dall’analisi dei reati commessi nel distretto, ha tracciato un affresco della società.
“I furti cosiddetti minori – ha detto – , perpetrati da persone in stato di bisogno e in quartieri dove sono forti la dispersione scolastica e la disoccupazione, sono aumentati del 20%. Nonostante la Procura si sia organizzata con un ufficio ad hoc il fenomeno ha registrato un enorme incremento e, nonostante le pene inflitte, il fenomeno cresce”, perché “le pene pecuniarie non possono essere riscosse perché i condannati sono incapienti le pene detentive brevi vengono convertite in obbligo di firma”.

Lo Voi, serve reazione corale alla corruzione, come contro mafia

Dall’altra parte, nel distretto, secondo il procuratore Francesco Lo Voi, “C’è troppa gente che ruba e ruba risorse pubbliche: colletti bianchi e inamidati, che, condannati, restano al loro posto e allora non c’è alcuna deterrenza”.

“Corrotti e corruttori – ha aggiunto – traggono dalla mafia preziosi insegnamenti, adottano cautele negli incontri per evitare intercettazioni, usano comunicazioni criptiche quando parlano tra loro, hanno incontri riservati avendo cura di lasciare i telefoni, riciclano come i mafiosi e autoriciclano. Tra corrotto e corruttore poi c’è un interesse reciproco da tutelare, ciò comporta che le denunce o non ci sono o sono pochissime”.

“Forse – ha concluso – occorre una presa di coscienza su un fenomeno che fa danni come la mafia, non spara, ma danneggia l’economia,l’ imprenditoria onesta e l’intera società. Come contro la mafia, dunque, serve una risposta collettiva della società e di tutte le istituzioni”.

Lo Voi ha poi puntato l’indice sulla carenza di organici: “Mancano 18 pm su 61, il vuoto di organico dunque è del il 30%. Ciò vuol dire che sette sostituti devono fare il lavoro di dieci. Auspico l’intervento del Csm per ottenere una copertura ragionevole dei posti”.



Istituzioni | 2026-06-16 12:15:00
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