28/03/2020 21:08:00

Da Lilibeo una luce contro la pandemia

di Massimo Jevolella

Vacillano tutte le nostre certezze, sotto i colpi tremendi della pandemia che sempre più riduce il mondo, per dirla con Dante, alla sua misera essenza di “aiola che ci fa tanto feroci”. Serpeggia tra di noi la paura, e stringe i cuori la visione di spettacoli desolanti: le città vuote, come corpi dissanguati e in agonia, i cortei di carri militari carichi di bare, gli assalti di persone esasperate ai supermercati, la fragile Unione Europea umiliata e ferita dagli egoismi di nazioni che non accettano il carico di un destino comune.

Eppure in tutto ciò, come sempre accade nel fitto delle tragedie umane, splendono anche, vivissime, tante luci di speranza. Immagini indelebili, come quella dell'infermiera stremata, che abbandona il capo sulle braccia, poggiata su un tavolo, dopo una notte trascorsa sulla prima linea del dolore. O quella delle compagnie di medici cubani e cinesi accorsi in Italia in aiuto fraterno. O della cassiera del reparto alimentari, con la sua povera mascherina di carta, che col suo umile lavoro ci aiuta a non morire di fame. E la voce affranta di Papa Francesco nella piazza San Pietro deserta, che ci ricorda il dramma dei più deboli e indifesi.

Luci e immagini che ci sono vicine. Ma scavando ancora più in là, nel vasto campo delle riflessioni che il dramma planetario può suscitare in noi, ecco, non tardano a giungerci le suggestioni di epoche e figure lontane. Voci di antiche saggezze che invano, nei secoli, ammonirono le genti “dalla dura cervice” a seguire la via “di virtute e conoscenza” per non essere travolte dalle catastrofi che fatalmente si abbattono sul nostro cammino. Voci come quella di un filosofo, di nome Porfirio, che diciassette secoli fa passò trent'anni della sua vita nella città che oggi chiamiamo Marsala, e che allora aveva nome Lilibeo. Filosofo pagano, e aperto nemico del Cristianesimo nascente, ma intellettualmente e spiritualmente così elevato da essere studiato con ammirazione perfino da Agostino, il santo fondatore della teologia trinitaria e del pensiero cristiano.

Non credo di esagerare, se dico che Porfirio seppe esporre con chiarezza alcune idee che proprio oggi, in questo nostro mondo travagliato da paurose crisi pandemiche, sociali e climatiche, potrebbero fornirci la chiave perfetta per affrontare e risolvere tutti i nostri più angosciosi problemi. Di queste idee, solo due sono quelle fondamentali, che ora mi preme qui rammentare.

La prima: il principio della non violenza che si esplica nella scelta di non uccidere animali per nutrirsi delle loro carni. Sì, perché intorno al 270 dopo Cristo, mentre viveva a Lilibeo, Porfirio scrisse il trattato che si può considerare come il vero testo fondatore della filosofia vegetariana: L'astinenza dagli animali. Un libro meraviglioso, illuminante, le cui parole appaiono come gemme di saggezza e di preveggenza, considerando l'origine della pandemia che sta sconvolgendo il mondo: il mercato delle carni di Wuhan. Lo strazio e l'orrore di povere bestie mandate al macello, e spesso anche offerte vive agonizzanti, per soddisfare la gola e lo stomaco di persone che potrebbero campare molto meglio e anche più a lungo nutrendosi di cereali, legumi, frutta e verdura, con l'aggiunta di qualche po' di uova e latticini. Porfirio diceva: chi rispetta la vita degli animali, a maggior ragione non verserà mai il sangue di altri esseri umani. E lo stesso pensarono Pitagora, Ovidio, Erasmo, Tolstoj e Gandhi. Ma oggi sappiamo anche che dagli allevamenti intensivi di animali proviene una quota enorme dell'inquinamento globale. Questo, Porfirio non lo poteva prevedere. Ma è chiaro che il suo pensiero ci offre una soluzione straordinaria anche per risolvere il problema del riscaldamento globale.

La seconda idea porfiriana che veramente potrebbe salvare il mondo è quella di una economia fondata sul principio della “ricchezza naturale” (o tes physeos ploutos, in greco). Ossia di una ricchezza concepita non come accumulo ossessivo e crescita illimitata, ma come pura e completa soddisfazione dei nostri bisogni naturali. Cosa significa questo per noi oggi? Significa che l'uomo deve porre un freno alla sua avidità, se non vuole che l'intera biosfera sia annientata nel fuoco ardente di un'apocalisse climatica. In un piccolo libro intitolato Lettera a Marcella, Porfirio scrisse queste parole: “In ciò che è sufficiente per natura, qualsiasi possesso è ricchezza bastante, mentre per i desideri illimitati anche la più grande ricchezza è povertà. Perciò i filosofi dicono che nulla è tanto necessario quanto conoscere bene ciò che non è necessario”. E aggiungeva: “Con selvaggia fatica accresciamo il mucchio delle ricchezze, e intanto la vita diventa infelice”. E intanto, aggiungiamo noi, la corsa sfrenata all'arricchimento fine a se stesso finisce per ingigantire in modo mostruoso le disuguaglianze sociali. Dando eterna ragione al cristiano eretico Pelagio, il quale lapidariamente avvertiva che: “I pochi ricchi sono la causa dei molti poveri”.

In vecchiaia, Porfirio tornò a Roma, dove in precedenza aveva vissuto per cinque anni frequentando la scuola del suo maestro Plotino. Poi partì per il Vicino Oriente, sua terra natia, e dopo l'anno 303 non si seppe più nulla di lui, né del luogo e della data precisi della sua morte. Solo, con certezza, sappiamo che a Lilibeo lasciò l'impronta che lo rese immortale nella storia del pensiero.