27/05/2020 07:00:00

Marsala – Indagine GdF su caporalato e sfruttamento, tre patteggiamenti e due a processo
 

Hanno già patteggiato la pena tre delle persone rimaste coinvolte, un anno fa, in un’inchiesta della Guardia di finanza su “caporalato” e sfruttamento in agricoltura.

Dei sei indagati, quattro sono stati accusati di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” e due per falsa testimonianza davanti al giudice del lavoro.

Tra i primi, davanti al Gup, hanno già hanno patteggiato la pena Filippo e Giuseppe Angileri, di 80 e 50 anni, padre e figlio, e Benedetto Maggio, di 42 (cognato di Giuseppe Angileri). Per il più anziano due anni di reclusione, con pena sospesa. Per gli altri due, invece, due anni e mezzo. Per tutti, concesse attenuanti per aver risarcito i danni. A difenderli sono stati gli avvocati Piergiorgio Giacalone, Diego Tranchida, Giuseppe De Luca e Giuseppe Monteleone.

Ad essere rinviati a giudizio, invece, sono stati il 40enne romeno Ion Lucian Ursu, attualmente latitante (o comunque irreperibile), accusato dello stesso reato contestato a chi ha patteggiato, e il 34enne marsalese Antonino Sciacca, imputato “solo” per falsa testimonianza. Ma per Ursu e Sciacca, l’iter processuale dovrà ripartire dal pm, perché il giudice monocratico Lorenzo Chiaramonte ha stabilito che i reati contestati sono di competenza del Tribunale collegiale. E non del monocratico.

Nel procedimento, a rappresentare le parti civili sono gli avvocati Alessandro Casano, Angelo Vita e Leonardo Massimo Pellegrino, mentre legali dei due imputati sono Salvatore Errera e Adriana Giacalone.

L’indagine, coordinata dal pm Antonella Trainito, fu avviata alla fine del 2016 su input di una fonte confidenziale delle Fiamme Gialle e il 14 maggio 2019 sfociò in quattro misure cautelari, obbligo di dimora, per tre marsalesi e un romeno, firmate dal Gip Francesco Parrinello. L’obbligo di dimora fu disposto per Filippo e Giuseppe Angileri, Benedetto Maggio e Ion Lucian Ursu. La Finanza, inoltre, eseguì il sequestro preventivo della coop “Colombaia”, per mezzo della quale l’organizzazione operava, fornendo manodopera (braccianti romeni) a grandi aziende agricole.

Uno dei braccianti ascoltati dagli investigatori (C.C.) raccontò di essere stato minacciato con una pistola da Giuseppe Angileri soltanto perché aveva chiesto un aumento. Dalle indagini emerse, poi, che ai “caporali” l’opera di intermediazione con i proprietari dei terreni (in genere vigneti) sui quali erano impiegati i lavoratori avrebbe fruttato parecchio. Almeno una ventina di euro al giorno per ogni bracciante. A questi ultimi, fino al 2013, la giornata veniva pagata intorno a 35 euro. Nel 2014, ci sarebbe stato l’aumento a 40 euro, mentre i committenti avrebbero circa 60 euro per ogni giornata di lavoro. Un vero affare per i “caporali”. Non certo per chi lavorava. Per altro, senza le necessarie condizioni di sicurezza. Come accertato da Fiamme Gialle e Dipartimento di “Prevenzione tutela della salute e sicurezza negli ambienti di lavoro” dell’Asp di Trapani nel blitz effettuato in contrada Ferla l’1 dicembre 2016. E l’indagine ha consentito di accertare il sistematico sfruttamento, da almeno dieci anni, di numerosi braccianti romeni, che venivano reclutati e accompagnati sui campi (nella disponibilità della coop in virtù di contratti di affitto e/o comodato) di Marsala, Mazara, Partanna, Salemi, Castelvetrano e Pantelleria per essere impiegati in “nero” e in “condizioni vessatorie”, sottoposti a continua sorveglianza e violenze, intimidazioni, offese a sfondo razziale, minacce, talvolta anche con armi da fuoco (pistola), per un compenso di 3 euro all’ora a giornata lavorativa di 11/12 ore, dal lunedì al sabato, dalle 5 del mattino alle 4 del pomeriggio, con la possibilità di fruire al massimo di mezz’ora per un veloce pranzo. Talvolta, sarebbero stati esposti anche a pericoli (uso di forbice elettrica, diserbanti, insetticidi e altri fitofarmaci assai nocivi) e in molti casi, a seguito di incidenti sul lavoro, pur feriti alle braccia o agli occhi, sono stati costretti a non ricorrere a cure mediche e, quasi sempre, a continuare il proprio turno. E quando si presentavano in ospedale, sarebbero stati minacciati dai “caporali” e costretti a mentire sulle cause dell’infortunio per non perdere il posto di lavoro.

Dalle fatturazioni di cui si parla nell’ordinanza del gip emerge che tra le aziende cui i presunti “caporali” prestavano quelle braccia c’erano soprattutto le ditte vinicole “Tenuta Gorghi Tondi”, “Calatrasi” e la “Abraxas vigne” di Pantelleria dell’ex ministro dell’Agricoltura Calogero Mannino. Aziende, comunque, non indagate. Nel triennio 2014/2016, le fatture emesse dalla coop Colombaia sono state nell’ordine delle centinaia di migliaia di euro.