30/07/2020 06:00:00

Antonio Pagliaro e la terribile storia delle bambine di Marsala

di Marco Marino

«Gentmo Signor Mike Bongiorno Sono i detenuto del fatto accaduto a Marsala e mi trovo nel carceri di Mistretta sono Pentito di quello cheo fatto…». Inizia così la lettera che nel 1971 Michele Vinci, noto alle cronache come il “mostro di Marsala”, indirizza al conduttore di Rischiatutto. Non ha nemmeno bisogno di ricordargli qual è il “fatto” che lo riguarda, tutti sanno cos’è successo a Marsala, tutto il Paese ha letto sui giornali di quel delitto impronunciabile, così terribile che immediatamente, nella coscienza collettiva, comincia a essere rimosso, a perdere i tratti precisi della sua storia. Rimane solo una traccia, una formula in grado di riportare all’angoscia di quegli anni, basta accennare alla "tragedia delle bambine di Marsala" e la memoria torna di nuovo a turbare gli animi.

Antonella Valenti, Ninfa e Virginia Marchese, nove sette e cinque anni, vengono rapite da Michele Vinci intorno alle due del pomeriggio del 21 ottobre 1971. Il primo corpo ad essere rinvenuto è quello di Antonella, il 26 ottobre, in una scuola abbandonata in contrada Rakalia. Per Virginia e Ninfa le ricerche si fanno più lunghe, bisogna attendere l’arresto del mostro e la sua confessione, la notte tra il 9 e il 10 novemebre. Il ritrovamento dei loro cadaveri segnerà una delle pagine più oscure della storia italiana.

Per redimere il delitto dalla sua impronunciabilità, per restituirgli dei tratti precisi, una storia che possa finalmente essere raccontata, Antonio Pagliaro ha ricostruito l'intera vicenda in Storia terribile delle bambine di Marsala. Il delitto che sconvolse l'Italia intera (Zolfo Editore, 18€; prefazione di Piero Melati). 

Il libro esce oggi e noi abbiamo chiesto all'autore di anticiparci qualcosa.

In che modo ti è capitato di incontrare questa storia?

È una storia che mi segue fin da bambino: ricordo i miei genitori che ne leggevano sui giornali o sentivano i resoconti dei processi in televisione. Penso che mi sia rimasta impressa in modo indelebile per la crudeltà e l’efferatezza del delitto, è sicuramente tra gli eventi più terribili successi in Sicilia, e di eventi terribili in Sicilia ne sono successi parecchi. Nel tempo sembrava complicarsi e crescere sempre di più, ma poi, quando ho dovuto tirare le somme delle mie ricerche, mi sono accorto di avere davanti una “storia semplice”, per citare Sciascia che fu tra i pochi a capirla, una storia che si può spiegare in poche parole.

Perché hai deciso di raccontarla?

È stata una vicenda molto raccontata dai giornali dell’epoca, eppure, al di là della dimensione giornalistica, nessuno ha mai avuto l’ambizione letteraria di raccontarla in maniera completa, dall’inizio alla fine. Ecco, mi sembrava assurdo che nessuno avesse voluto mettere con un libro la parola fine a questa storia. Allora ho provato a farlo io.

Come ti sei mosso per le tue ricerche?

Ho cercato di contattare i parenti delle vittime, ma è un evento delle loro vite che comprensibilmente vogliono dimenticare, quindi non sono riuscito ad avere nessuna informazione da loro. Per fortuna, però, sono state tante le persone che mi hanno aiutato: l’avvocato Egidio Alagna, una figura importante nei processi; la figlia dell’avvocato Silvio Forti, il primo difensore d’ufficio di Michele Vinci; il capitano Adriano Molinari (nelle cronache spesso chiamato erroneamente “Enrico”) che guidava la Guardia di Finanza nella zona di Marsala. E poi è stata indispensabile la consultazione dei giornali: La Sicilia, la Gazzetta del Sud, il Corriere della Sera, la Stampa… Capitava spesso di trovare informazione sbagliate, dettate dalla fretta di riportare la notizia, ma con un lento lavoro di ricostruzione, tutto ha cominciato presto a prendere corpo.

Nel libro racconti che la storia delle bambine di Marsala è stata vissuta da alcune delle figure più emblematiche dell’Italia del tempo.

È vero, molte grandi personalità prendono parte a questa storia. Trovo che sia in parte casuale e in parte naturale, d’altronde la storia d’Italia in quegli anni è soprattutto storia siciliana, molti degli avvenimenti più importanti avvengono in Sicilia. Vediamo passare Cesare Terranova, Giangiacomo Ciaccio Montalto, Paolo Borsellino e Carlo Alberto dalla Chiesa che partecipa alla notte più terribile, quella del secondo ritrovamento di Ninfa e Virginia. Un clamore e un coinvolgimento che certo vengono giustificati dall’atrocità degli omicidi.

Potremmo definirlo il primo caso mediatico in Italia?

Sì, è uno dei primi, ma la tv nell’Italia degli anni Settanta era un bene di lusso, non se la potevano permettere tutti. È una storia che visse quindi più sui giornali che le dedicarono intere prime pagine, nel libro alcune sono riportate: la notizia le occupava interamente, non c’era posto per nient’altro. In verità, anche oggi, se rapissero tre bambine vicino una scuola non si parlerebbe d’altro. Ma oggi troverebbe soprattutto l’attenzione morbosa di certe trasmissioni televisive, che trovo non abbiano davvero nulla di apprezzabile.

So che non ti piace usare la definizione “mostro di Marsala”, lo stigma che da mezzo secolo (l’anno prossimo saranno passati cinquant’anni dai delitti) segna l’esistenza di Michele Vinci. Ma Michele Vinci chi è?

Secondo me è semplicemente una persona debole, suggestionabile, con un QI molto basso secondo tutte le perizie. Che si è trovato in una situazione che più che la sua cattiveria, ha mostrato la sua incapacità di saperne uscire. Ha perso il controllo degli eventi che sono rovinati in quadri sempre peggiori. Il forte amore per la nipote Antonella, per varie ragioni, diventa malsano, diventa attrazione sessuale, quindi avviene il rapimento che degenera quando subentra il problema di liberarsi delle due bambine che la accompagnavano. Quando le cose hanno cominciato a rotolare verso l’abisso, lui non ha più saputo tirarsene fuori.

È davvero singolare il ritratto che ne tracci. Di quest’uomo che si diverte a camminare all’indietro, cadendo e facendosi male, che ha un’incredibile passione per Claudio Villa e spende tutti i suoi risparmi in dischi…

E che pensa persino di potere farsi dare dei soldi dai concorrenti del Rischiatutto. Amava quella trasmissione, non ne perdeva una puntata e sapeva che alcuni vincevano parecchi soldi. Quando si trova in carcere scrive una lettera a Mike Bongiorno chiedendogli se qualche concorrente di Rischiatutto poteva avere il buon cuore di fargli recapitare dei soldi per pagare una buona difesa. A me la lettera l’ha data un avvocato che seguiva il processo, nel libro la riporto così com’è: fa impressione l’ingenuità di quest’uomo. Scrive di continuo e scrive a tutti, a sua moglie, ai genitori delle bambine che ha ucciso, ai nonni, li implora di venirlo a trovare. È un uomo troppo piccolo per capire l’immensità del male che ha compiuto.

«Gentmo Signor Mike Bongiorno Sono i detenuto del fatto accaduto a Marsala e mi trovo nel carceri di Mistretta sono Pentito di quello cheo fatto e sono abantonato da tutti e sofro amaramente Perciò trovantomi In queste contizioni mie Impossibile permetermi un avvocato Per la mia difesa Perciò sono solo e abantonato dal mondo e la Prego di chiedere se qualcuno dei Vincitore del Rischiatutto abia tanta In finita Bondà da Inviarmi qualche cosa per un mio avvocato Perchè potesi di fentermi dal Grave fatto Per mia sventura accaduto se io Potrei darei la mia vita per rivedere le Bambine la Ringrazio del suo i Interesamento e sono sicuro che qualcuno Potra capire la mia disgrazia Per ora la saluto e la Ringrazio Vinci Michele».

Da "Storia terribile delle bambine di Marsala", pp. 139-140

Spesso, nel tuo resoconto, fai filtrare l’eco della grande Storia. Sono brevi paragrafi, molto veloci, che allargano la prospettiva della microstoria al centro del libro. Perché hai voluto inserirli?

Mi piace sempre definire un contesto storico. Ma non un contesto storico che tutti, o quasi tutti, conosciamo. Leggendo i giornali di quegli anni, c’erano molte notizie che magari furono molto rilevanti ma di cui oggi abbiamo poca memoria. Ad esempio, riporto la tragedia della Meloria, in cui persero la vita più di cinquanta paracadutisti, il più grave incidente in tempo di pace dell’aeronautica militare italiana.

Un evento che fai coincidere con una parte centrale della storia: la confessione di Vinci.

Sono due avvenimenti che insieme dipingono a tinte fosche quei giorni di novembre. La prima confessione di Vinci è raggelante. La tragedia della Meloria fu l’unico evento che riuscì a sottrarre le prime pagine dei giornali ai fatti di Marsala.

Adesso Vinci è un uomo libero, vero?

Ha scontato la sua pena. Secondo le ultime informazioni giornalistiche, vive in provincia di Viterbo. Nell’ultimo articolo a lui dedicato, se non ricordo male su La Sicilia, si dice che di mestiere fa il giostraio e ha una fidanzata.

Non hai mai avuto il desiderio di incontrarlo, di parlargli?

Certo, avrei molto piacere di parlare con lui. Ho provato tramite avvocati, e persone che sapevo avrebbero potuto contattarlo, ma non ci sono riuscito. Naturalmente avrei voluto ascoltare la sua versione. L’ultima che rilasciò risale all’intervista che gli fece Corrado Augias nella trasmissione Telefono Giallo. Non mi sembrò molto credibile. Se lui leggesse il libro e volesse parlarne, io sarei disponibile a scrivere ancora sul caso.

Un’ultima domanda: come ne sei uscito da questa storia?

Ne sono uscito turbato. Anche se già la conoscevo e nel tempo avevo letto diverse cose a riguardo, raccoglierle tutte insieme e metterle per iscritto è stato spiazzante. Ci sono dettagli che non cogli subito, ma diventano decisivi per capire davvero quello che è successo. Nella scrittura, però, ho cercato di mantenere completo distacco, nella narrazione non ho voluto fare percepire la presenza dell’autore. C’è solo un momento in cui entro nel libro, alla fine, nell’epilogo. Per il resto sono assente, così come deve essere assente il mio turbamento e qualunque emotività.



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