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09/09/2020 06:00:00

Un'appassionata mitezza. Michele Perriera, un rabdomante

In questi sette giorni di interventi e di ricordi, fino al 12 settembre, sulle pagine di TP24 proveremo a ricordare la figura e la produzione di Michele Perriera.

di Roberto Andò

Michele Perriera, a modo suo, era un rabdomante. Il suo sguardo, precocemente segnato da un leggero strabismo, lo aveva allenato a guardare, e abitare, simultaneamente, più punti dello spazio e del tempo. Da qui deriva anche il suo essere un narratore impuro, uno scrittore che oltre al romanzo, al teatro, al racconto, prediligeva soprattutto la forma del saggio, il luogo per eccellenza della riflessione e della deriva, quello in cui la scrittura va in cerca di una possibile via d’uscita dal cul de sac.

A modo suo, Michele era anche un polemista, e basterebbe rileggere i suoi tanti articoli apparsi sui giornali, dall’Ora alla Stampa, per riconoscerne il grande talento di giornalista.

Negli ultimi romanzi, Perriera descriveva Palermo come una città dalla memoria sfigurata. Come altri grandi scrittori, si era messo a raccontare il proprio luogo d’origine attraverso la deriva mitica e storica che l’aveva reso una città fantasma, assumendola come un luogo in cui non era più possibile distinguere il vero dal falso, la voce di chi parla da quella di chi ascolta, il silenzio dell’obbedienza da quello della rivolta, il tragico dal comico, l’autentico dall’inautentico, la voce vera da quella dei suoi imitatori.

In effetti, Perriera, è sempre stato attratto dall’idea di contaminare, iperbolicamente, il racconto con la riflessione. Come Kundera, Perriera amava raccontare la vita dei personaggi dei suoi romanzi lasciandoli esprimere attraverso enunciati, o idee.

Kundera, Roth, Englander. Il dato comune di alcuni scrittori è che provengono tutti da luoghi emblematici, luoghi dove un certo accanimento storico si è associato alla impossibilità di essere cittadini di uno spazio comune, e in cui si esalta la difficoltà di sentirsi pienamente padroni di un territorio. Praga dopo l’invasione; New York, dedalo di una identità molteplice e fragile; Gerusalemme, spazio del sacro, dove il terrore è un secondo inverno, come scrive Nathan Englander. Sono scrittori che hanno in comune il talento di saper raccontare la dialettica tragicomica dei grandi contesti e dei piccoli contesti. Narratori che scrivono di luoghi che sono stati invasi da nuovi, efferati, dominatori. In modo letterale, o metaforico. Come Israele e il suo irrisolvibile problema di coabitazione, come la piccola nazione cecosvolacca di Kundera, travolta dai carri armati sovietici, la Palermo di Perriera è stata invasa dalla mafia. Sarebbe facile dire che la mafia è stato il suo invasore, e che quella particolare costellazione della mafia che vi svolgeva una regolare attività politica fosse il suo carnefice, ma Perriera nei suoi ultimi romanzi – Delirium cordis, Finirà questa malìa, A presto, La casa - è andato molto oltre, e di quella ribalta in cui da sempre si mette in scena, come all’opera dei pupi, il bene e il male, ha scelto di raccontare l’assetto di lussureggiante stazione dell’immaginario, e con essa, l’ineffabile, e amara, reversione del bene e del male, la sinistra e sensuale sperimentazione di vita che vi ha preso piede. In effetti, la Palermo in cui Perriera è nato e di cui ha raccontato nel bellissimo La spola infinita, negli ultimi romanzi è svanita, al suo posto si è insediato un luogo dove si accumulano storie e finzioni, un palinsesto fantascientifico di miti, atrocità e catastrofi, un festival di funerali, un luogo del kitsch.

L’identità del kitsch non è data da una strategia politica ma da immagini, metafore e da un preciso lessico. Quel luogo cruciale che è la Palermo dell’ultimo Perriera è una delle stazioni del kitsch contemporaneo, un luogo in cui il crimine, la sua spettacolarizzazione, l’assetto cerimoniale per accompagnare chi è scomparso, o chi è sul punto di scomparire, hanno preso il sopravvento sulla realtà, sulla memoria, sulla pietà: Palermo è svanita e al suo posto è stato edificato un grande cimitero. Il regime in cui vive la città di vetro descritta da Perriera è quello dell’emergenza e della catastrofe, da cui il kitsch come ideologia di un crimine che ha perso di vista ogni movente, strumento di cui il potere si serve per spegnere gli ultimi rigurgiti di un possibile libero arbitrio. Palermo, luogo di resistenza a un male visibile e tangibile, nominabile e repertoriabile, per Perriera era diventata la capitale di quel kitsch amministrando con saggezza politica la catastrofe e il crimine, l’impunità e il delitto, la menzogna e la denunzia, moltiplicandosi narcisisticamente in uno specchio nevrotico e immobile. Il solo antidoto alla dittatura del kitsch, scriveva Perriera, è la mitezza. Messaggio non pervenuto, si direbbe oggi, a posteriori.



Native | 25/04/2026
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