Anziano falegname di Mazara rapinato e picchiato. Il racconto della vittima
Rapina, lesioni personali gravi e sequestro di persona in concorso sono i reati contestati nel processo che, in Tribunale, a Marsala, vedono imputato un tunisino, Jamel Salah, che con altre tre persone (due rimaste ignote) avrebbe massacrato di botte e rapinato un anziano falegname mazarese, il 74enne Francesco Clemense.
I fatti sono del 30 maggio 2016, quando la vittima, nel momento in cui stava abbassando la saracinesca (erano le 23.43) venne afferrato alle spalle mentre, spinto a terra e poi legato mani e piedi e selvaggiamente picchiato.
Un’esperienza da incubo che Clemense ha raccontato nell’aula “Borsellino” del Tribunale di Marsala. Il secondo presunto componente della banda identificato dai carabinieri è un altro nordafricano, Chirad Omrani, ma questi è irreperibile. E quindi l’unico sotto processo è Salah. A difenderlo è l’avvocato Antonina Bonafede. Chi erano gli altri due non è stato ancora possibile saperlo. Se connazionali di Salah e Omrani, oppure dei complici locali. Dopo essere stato legato e picchiato, al falegname furono sottratti il portafoglio (all’interno del quale c’erano 400 euro, due assegni bancari, patente di guida e carta d’identità), il telefono cellulare e persino la fede nuziale in oro che aveva al dito. In aula, la vittima, che si è costituita parte civile, con l’assistenza dell’avvocato Ornella Cialona, ha confermato quanto aveva già raccontato ai carabinieri di Mazara subito dopo i fatti. Nell’aggressione, Clemense riportò fratture costali multiple, versamento pleurico, fratture alle vertebre, alla mandibola, ferite lacero-contuse al viso. E gli saltarono pure cinque denti. Tanto che ha subito un indebolimento permanente alla masticazione. Dopo il pestaggio e la rapina, i malviventi lo lasciarono a terra legato. A liberarlo furono le prime persone che udirono i suoi lamenti. Subito dopo, furono chiamati i carabinieri, che avviarono le indagini. Oltre al falegname, in Tribunale, sono stati ascoltati anche la moglie, Rosa Lucia Patti, e un testimone, Saana El Mejri. “I fatti accaduti nel 2016, per i quali oggi è processo – afferma l’avvocato di parte civile Ornella Cialona - hanno coinvolto un umile lavoratore che, come la maggior parte della gente onesta, va avanti con sacrificio cercando di chiudere le proprie giornate nel miglior modo possibile. Quello che è accaduto è di immane gravità e per questo motivo è giusto che gli autori del reato non rimangano impuniti. La giustizia lo deve al mio assistito in primis e, in secondo luogo, alla società. Essa deve dimostrare di esistere, di avere contenuti concreti, garantendo la pena quanto più proporzionata all'offesa cagionata alla vittima. Solo in questo modo i cittadini confideranno nel nostro sistema giuridico. E solo in questo modo potranno trovare il coraggio di far valere i propri diritti, denunciando i torti subiti”.
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