13/10/2020 07:19:00

Sicilia, i commercianti si ribellano alla mafia: 20 arresti 

 I commercianti si ribellano al pizzo e alla mafia. Accade in Sicilia, a Palermo, nel quartiere di Borgo Vecchio. E grazie a loro è scattato questa mattina un blitz dei Carabinieri con venti arresti per mafia, estorsioni, traffico di droga, furto, ricettazione.

A capo dell'organizzazione Angelo Monti, ritenuto il capo della famiglia mafiosa di Borgo Vecchio. La mafia chiedeva il pizzo pure per la festa rionale, imponendo i cantanti neomelodici che dovevano salire sul palco.

“È pure ti vuole conoscere una persona qua del Borgo che comanda il Borgo, un pezzo da novanta, non un pezzo di quaranta, un pezzo da novanta. – dicevano gli uomini del Borgo intercettati – Ma no che Comanda? Comanda, Comanda, nel senso è meglio di mio padrino nel senso come comandare. Ti dico solo il nome. Angelo il cognome non te lo dico non è giusto”.

 

Monti uscito dal 2017 si è reso protagonista della riorganizzazione degli assetti della articolazione mafiosa, affidando posizioni direttive ai suoi uomini di fiducia, individuati in: Girolamo Monti, fratello del reggente e suo “alter-ego”, con cui Angelo Monti aveva già diretto, sino al loro arresto del 2007, la stessa famiglia. Giuseppe Gambino, il quale aveva il compito di tenuta e di gestione della cassa della famiglia, di controllo dell’andamento delle attività illecite e di filtro tra lo stesso Angelo Monti e il gruppo operativo che materialmente si occupava della commissione dei reati fine dell’associazione. Salvatore Guarino, già condannato – in via definitiva – per associazione di tipo mafioso, il quale si avvaleva di Giovanni Zimmardi, Vincenzo Vullo e Filippo Leto per organizzare e commettere materialmente le attività estorsive, per conto della famiglia mafiosa, nei confronti dei commercianti e degli imprenditori operanti nella zona di riferimento. Ancora Jari Massimiliano Ingarao (nipote di Angelo Monti) il quale ricopriva il ruolo di referente, per conto dell’organizzazione mafiosa, nel settore del traffico di sostanze stupefacenti. Per tale scopo Jari Ingarao si avvaleva dell’ausilio materiale dei fratelli, Gabriele e Danilo.

Il connubio tra strumenti investigativi sempre più sofisticati e quelli tradizionali (quali pedinamenti e servizi di osservazione) ha consentito la disarticolazione dell’intero organigramma della famiglia mafiosa e l’individuazione delle: attività di controllo del territorio e di ricerca del consenso sociale; attività di assistenza economica verso le famiglie degli affiliati detenuti e dei diversi metodi illeciti di finanziamento dell’articolazione mafiosa (estorsioni, traffico di droga e reati contro il patrimonio); infiltrazioni nel tessuto economico del territorio; ingerenze nel mondo del tifo organizzato del calcio palermitano, esercitate attraverso il controllo di cosa nostra dei gruppi ultras locali.
Le investigazioni restituiscono, in sintesi, uno spaccato caratterizzato dal capillare controllo del territorio da parte dell’organizzazione mafiosa, estrinsecatosi anche attraverso la continua ricerca del consenso verso un’ampia fascia della popolazione. I mafiosi, infatti, continuano a rivendicare, con resilienza, una specifica “funzione sociale”, attraverso l’imposizione delle proprie decisioni per la risoluzione delle più diverse problematiche: dai litigi familiari per motivi sentimentali alle occupazioni abusive di case popolari o agli sfratti per mancati pagamenti di affitti al proprietario di casa.

In tale contesto, veniva cristallizzata, altresì, la pesante ingerenza nell’organizzazione delle celebrazioni in onore della patrona del quartiere, Madre Sant’Anna, previste dal 21 al 28 luglio del 2019.
Nello specifico, le serate canore, animate da alcuni cantanti neomelodici, venivano organizzate da un comitato che, di fatto, era controllato da cosa nostra.

I mafiosi, infatti, sceglievano e ingaggiavano i cantanti e, attraverso le cosiddette “riffe” settimanali, raccoglievano le somme di denaro tra i commercianti del quartiere. Tali somme venivano impiegate, oltre che per l’organizzazione della festa e l’ingaggio dei cantanti, anche per rimpinguare la cassa della famiglia mafiosa ed essere, in tal modo, utilizzate per il sostentamento dei carcerati e per la gestione di ulteriori traffici illeciti.

Le investigazioni consentivano, infatti, di documentare l’attivismo degli attuali esponenti apicali della famiglia mafiosa di Borgo Vecchio, i quali, avendo il pieno controllo del comitato organizzatore della festa patronale: decidevano quali cantanti neomelodici dovessero partecipare alla manifestazione; provvedevano al loro ingaggio mediante il denaro ricavato dalle estorsioni, dalle “riffe” e dalle sponsorizzazioni dei gestori/titolari delle attività commerciali ubicate sul territorio; autorizzavano i commercianti ambulanti a vendere i loro prodotti durante la festa, disciplinando anche la loro collocazione lungo le strade del rione.

Jari Massimiliano Ingarao, inoltre, aveva incaricato alcuni complici di “invitare” i commercianti del quartiere a sponsorizzare un’esibizione canora di una cantante neomelodica, poi effettivamente avvenuta il 6 dicembre 2019, presso il teatro Don Orione di Palermo. Il provento di tali dazioni di danaro, ottenute grazie alle pressioni mafiose esercitate in danno dei pubblici esercenti, ha contribuito al sostentamento economico di Ingarao e, in parte, all’alimentazione della cassa della famiglia mafiosa.

In tale contesto risulta particolarmente significativa la vicenda inerente le relazioni dei mafiosi di Borgo Vecchio con un neomelodico catanese (legato da vincoli di parentela ad importanti esponenti apicali di quella criminalità organizzata), in solidi rapporti con Jari Ingarao tanto da fargli visita presso la sua abitazione mentre questi era sottoposto alla misura degli arresti domiciliari.

Nello specifico, il cantante avrebbe dovuto esibirsi nel corso di una delle suddette serate, ma l’evento non si realizzava a causa di polemiche susseguenti alla messa in onda, il 05.06.2019, di un noto programma televisivo, nel corso del quale venivano espressi commenti “infelici” sul conto dei Giudici Falcone e Borsellino.

L’intera vicenda e alcune successive esternazioni di vicinanza ad esponenti della criminalità organizzata, provocava una serie di divieti di esibizione nei confronti del cantante, emessi dalle competenti Autorità.

“Lui porta cose dice che gli bloccano la festa. Tu mi devi fare avere un certificato dove attesta che la serata no si fa più. Io lo devo dire se può cantare o no!. L’hai capito? Poi lui gli ho detto io a lui.” Fatti un tatuaggio e ti scrivi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e si risolvono i problemi”.

Sempre in tema di ingerenze mafiose, le indagini hanno delineato un significativo quadro di rapporti fra le tifoserie calcistiche palermitane e cosa nostra. In merito non è emerso alcun coinvolgimento della società che gestisce la squadra di calcio del Palermo..

Anche se dal punto di vista strettamente territoriale, lo Stadio “Barbera” ricade nel territorio di confine fra i mandamenti mafiosi cittadini di Resuttana e San Lorenzo-Tommaso Natale, i vertici della famiglia mafiosa di Borgo Vecchio hanno mostrato un pressante interesse affinché i contrasti fra gruppi ultras organizzati del Palermo fossero regolati secondo le loro direttive, evitando spiacevoli scontri fra ultras all’interno della struttura sportiva, ritenuti da un lato dannosi per lo svolgimento delle competizioni e dall’altro fonte di possibili difficoltà per uno storico capo ultrà rosanero, elemento di contatto fra cosa nostra e il variegato mondo del tifo organizzato cittadino.

In relazione ai reati-fine dell’associazione: sono state ricostruite, in maniera analitica, 22 attività estorsive aggravate dal metodo mafioso (6 consumate e 16 tentate), perpetrate ai danni di commercianti e imprenditori operanti nel territorio di competenza della famiglia mafiosa di Borgo Vecchio, nonché 2 attività estorsive, commesse attraverso il cosiddetto “cavallo di ritorno”.

Il dato che maggiormente – dal punto di vista sociale conforta – deriva dal numero delle denunce spontanee da parte di imprenditori e commercianti: infatti, su un totale di 22 episodi specifici, ben 13 casi sono stati scoperti grazie alle denunce autonome degli operatori economici, mentre ulteriori 5 episodi sono stati ricostruiti autonomamente grazie alle indagini, ma poi confermati pienamente dalle vittime.

“Non è più come una volta. I cristiani sono tutti sbirri. Perciò io ho quei 4 o 5 me li tengo cari però appena viene a mancare uno attummulu pure io. E li mettiamo pure là, nel vacilieddu (cassa mafiosa comune) io campo con mille euro al mese, campo e rischio 15 anni 20 anni di galera”.

“In questa carnezzeria ci puoi andare qua ci puoi andare qua ci puoi andare questo pagava. Questo no. Questo è sbirro. Quello pagava. Questo è sbirro non ci andare. Ma qua dovremmo prendere tutte le cose nelle mani. No?”

Lo specifico settore estorsivo era stato demandato dal reggente della famiglia mafiosa, Angelo Monti, e dal detentore della cassa mafiosa, Giuseppe Gambino, a Salvatore Guarino che, per avanzare le richieste estorsive e intimidire le relative vittime si avvaleva di Giovanni Zimmardi, Vincenzo Vullo e Filippo Leto; l’indagine ha cristallizzato anche le responsabilità degli esponenti mafiosi nel traffico di sostanze stupefacenti, nell’ambito del quale gli stessi mafiosi, oltre a definire le linee guida dello specifico settore criminale, controllavano direttamente i dettagli organizzativi, la contabilizzazione dei ricavi e la determinazione di ulteriori investimenti di settore, nonché la gestione del denaro confluito nella cassa della famiglia mafiosa.

Angelo Monti aveva delegato l’intero settore criminale al nipote Jari Ingarao, il quale, sebbene fosse sottoposto alla misura degli arresti domiciliari, riusciva a organizzare e coordinare tutte le attività funzionali al traffico, riuscendo a reperire le sostanze stupefacenti, principalmente dalla Campania, e a rifornire le varie piazze di spaccio del quartiere delegando, a seconda dei ruoli, i fratelli Gabriele e Danilo Ingarao i quali si avvalevano di un gruppo di indagati a cui è stata contestata l’associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga;

Gli esponenti della famiglia mafiosa di Borgo Vecchio intervenivano, in alcuni casi, anche nella gestione e nel controllo dei furti di motocicli e della loro successiva restituzione ai legittimi proprietari, attraverso il cosiddetto metodo del “cavallo di ritorno”. Tale segmento criminale era gestito da giovani pregiudicati del quartiere, contigui all’organizzazione criminale: le loro condotte illecite erano legittimate dai vertici della famiglia di Borgo Vecchio, in specie Giuseppe Gambino e Jari Ingarao, i quali realizzavano facili guadagni e rimpinguavano le casse dell’organizzazione, affermando ancor di più il controllo capillare del territorio di competenza.

Nel medesimo contesto investigativo, veniva poi registrato anche il tentato omicidio, commesso con un’arma da taglio il 12 dicembre 2018, da Marcello D’India e da Giovanni Bronzino nei confronti di Giovanni Zimmardi (un appartenente alla famiglia mafiosa di Borgo Vecchio, dedito per conto della stessa a riscuotere il “pizzo”), avvenuto all’interno dell’autovettura della vittima (poi incendiata).



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