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12/12/2020 06:00:00

L'Italia degli ultimi dieci anni, veloci e superficiali. Intervista a Enrico Deaglio /1

di Marco Marino

«Tutti i nodi vengono al pettine», diceva Leonardo Sciascia. E dopo un secondo di silenzio aggiungeva: «Quando c’è il pettine». In Italia molte volte il pettine è scomparso, perché si è smarrito nella coltre del tempo o perché qualcuno l’ha sapientemente nascosto. Ma c’è chi da anni ne è pervicacemente alla ricerca, chi non si è voluto arrendere all’idea che i nodi irrisolti del nostro Paese debbano restare tali. Stiamo parlando di Enrico Deaglio, giornalista e scrittore, che con il suo monumentale lavoro dal titolo Patria ha ripercorso la storia italiana dal 1967 ai nostri giorni. Dopo i primi due volumi, Patria 1978-2010 (il Saggiatore) e Patria 1967-1977 (Feltrinelli), è da poco arrivato in libreria il terzo, Patria 2010-2020 (Feltrinelli), che ci permette di rivivere e di rileggere gli anni che segneranno il nostro imminente futuro.

Vorrei cominciare chiedendole di un aggettivo utilizzato nella quarta di Patria 2010-2020 per descrivere il decennio che si sta per chiudere. L’aggettivo è “veloce”. Da cosa è dipesa questa velocità, questa accelerazione dei tempi? È imputabile solo all’evoluzione tecnologica o ci sono altri fattori da considerare?

È vero, il decennio è stato veloce. E soprattutto è stato superficiale. In parte lo dobbiamo all’avvento delle nuove tecnologie, alla maggiore rapidità delle comunicazioni, che sono stati elementi molto importanti, ma non gli unici. È stato un decennio in cui non s’è mai colta la drammaticità di quello che poteva succedere. Non c’è mai stata la consapevolezza che ciò che stava succedendo e gli eventi cui andavamo incontro avessero una profondità, una drammaticità epocale.

Un binomio pericoloso: troppo rapidi, gli eventi, e troppo distratti, noi.

Non dimentichiamo Fini che sale e scende nel giro di sei mesi, Renzi che sale e scende nel giro di due anni, i Cinque Stelle che sono ancora adesso un fenomeno piuttosto inspiegabile per come abbiano avuto questo consenso di massa e per come l’abbiano perso. Alla base di tutto questo c’è quel sentimento per cui una cosa vale l’altra, che non è niente di serio. Una sorta di irresponsabilità collettiva, chiamiamola così.

Oggi ricorre il cinquantunesimo anniversario della Strage di Piazza Fontana, 12 dicembre 1969. Un anno fa, parlando del libro che ha dedicato a quel terribile attentato, La bomba (Feltrinelli), ci ricordava che poco dopo lo scoppio dell'ordigno ci fu un momento in cui l’Italia rischiò il colpo di Stato. A frenarlo, si pensa, fu l’incredibile partecipazione popolare, a Piazza Duomo a Milano, per i funerali delle vittime. Il medesimo rischio lo abbiamo ritrovato di nuovo con le Bombe del 1992-1993: e anche quella volta un enorme movimento di protesta si sollevò per la tenuta del Paese. Nell’ultimo decennio, abbiamo vissuto un momento simile a questi?

Non esattamente negli stessi termini, quelli furono momenti di tragicità e di intensità superiori. L’unico momento in cui riesco a ravvedere una somiglianza è successo nell’agosto del 2019, quando il Senato - il governo, essenzialmente - ha buttato giù Matteo Salvini. Si era percepito che c’era un pericolo imminente: la storia dei pieni poteri, il fatto che Salvini acquisiva troppo consenso, che sarebbe stato in grado di introdurre dei cambiamenti definitivi. C’erano stati questi segnali ed era cominciata a crescere una sorta di opposizione sociale, anche se non così netta e diffusa come mi sarei aspettato. Se è stato buttato giù, il merito è di Giuseppe Conte, forse un po’ di Renzi, ma non delle proteste o delle sollevazioni popolari. Sono tutti fatti che lego sempre alla storia recente americana, perché molte delle dinamiche sono state uguali sia qui sia lì.

In che modo?

Per esempio, quando Donald Trump venne eletto, ci fu veramente una forte divisione civile: una parte della popolazione disse che la sua elezione era una cosa inaudita, che Trump era una minaccia per la democrazia, e cominciò le mobilitazioni. Un’altra parte, invece, disse che non c’era niente di strano, che “una volta vince l’uno una volta vince l’altro”. Non si percepiva la gravità di quello che stava accedendo. Ecco, secondo me, questi sono stati i momenti in cui, sia in Italia che negli Stati Uniti, si è avvertita la percezione del vero pericolo.

La superficialità, l’irresponsabilità di cui parlava, potremmo dire che siano l’effetto di una generale e preoccupante perdita di memoria? Dopo aver letto Patria 2010-2020, viene in mente in particolare la figura di Silvio Berlusconi: il volume si apre raccontando la fine del berlusconismo, la rovinosa uscita di scena del Cavaliere, le inchieste sulla prossimità di Forza Italia a Cosa Nostra. Dieci anni dopo, lo stesso Silvio Berlusconi è stato completamente riabilitato, tanto da passare come padre nobile del Paese, futuro candidato alla presidenza della Repubblica. Com’è possibile?

È preoccupante, sì. Proviamo a capire cos’è successo, proviamo a fare un passo indietro: la nostra classe dirigente - cioè le persone che costituiscono il Palamento, il governo, i ruoli apicali – si caratterizza per una totale assenza di memoria. Se lei prende i Cinque Stelle, che in questi anni sono stati il fenomeno più vistoso: non hanno alcuna conoscenza del passato, confondono le cose, i nomi, si vantano di non sapere, hanno dei giudizi che variano da un momento all’altro. Per esempio, si deve a loro, e non soltanto al berlusconismo o ad Alleanza Nazionale, la rivalutazione del fascismo. Questa secondo me è un’altra caratteristica del nostro Paese, della “Patria”: tende sempre ad autoassolvere il proprio passato. Le faccio un altro esempio. Non so come andrà finire con Salvini, ma pensiamo a una cosa: quell’uomo ha trascorso un anno della sua vita a fare comizi in giro, in tutti quei comizi la gente si metteva in fila, si accalcava per farsi un selfie con lui: se in futuro Salvini verrà trascinato nella polvere, tutte quelle persone che hanno fatto un selfie con lui, cosa ne faranno? Lo conserveranno nel loro telefonino oppure faranno a gara a cancellarlo? Questo è un tema interessante: le persone che hanno creduto in qualcosa, che hanno approfittato di qualcosa, quando tutto finisce - il berlusconismo prima, il salvinismo poi -, che cosa ne sarà di loro? È una riflessione che si collega al fatto che l’Italia non ha mai provato a fare i conti con quello che è stato il berlusconismo, che è stata una stagione che ha cambiato effettivamente i paradigmi della politica italiana. Non ne ha capito l’essenza, non ne ha capito la gravità, non ha compreso che stava cambiando i fondamenti della nostra vita civile. E quindi questa situazione è stata l’inizio di un decadimento, di un’assenza di memoria, che si ripercuote ancora adesso.

A proposito di assenza di memoria, nel libro lei elegge come uomo del decennio un uomo dimenticato. Si chiama Gaetano Murana e ha scontato diciott’anni di carcere per una falsa accusa di un falso pentito di mafia. Alla fine di ogni capitolo, si ritaglia una parentesi per ricostruire la sua storia, ma ricostruire la storia di Murana significa ricostruire anche la storia del più grande depistaggio della nostra storia repubblicana ovvero il depistaggio delle indagini sulla strage di Via d’Amelio. Sono due storie che, da sole e intrecciate tra di loro, davvero portano a pensare che i nodi, in Italia, non verranno mai al pettine.

No, non vengono. Con gli anni comincio a pensare che certe sono siano diventate solo un mio pallino personale, perché vedo che nessun altro se ne interessa più. La storia del depistaggio sull’omicidio Borsellino ritengo sia uno degli eventi più rilevanti successi in Italia e di cui devo dire, con molto dolore, che nessuno vuole parlare. Farlo ci porterebbe a capire che cos’è stata quella stagione: bombe in tutta Italia, autostrade che saltano, palazzi che saltano, e di tutto questo, dopo quasi trent’anni, nessuno sa darne una ragione, ci sono ancora processi in corso. Allo stesso tempo, è sconcertante pensare che si sia potuta costruire una verità alternativa, sostenere delle tesi completamente false e negare invece delle inchieste che avevano capito cos’era successo. Tutto questo è sufficientemente mostruoso. Ed è una caratteristica che si lega all’assenza della memoria di cui abbiamo parlato prima: non abbiamo voluto vedere … Non "abbiamo" … Non noi, le nostre istituzioni, le istituzioni preposte non hanno voluto vedere, si sono piegate a una narrazione dei fatti, che sapevano essere totalmente fasulla. E tutto questo avviene nonostante ci vantiamo di essere un Paese che ha battuto il terrorismo, che ha battuto la mafia, che ha un corpo di magistrati formidabili. Tutto questo dovrebbe essere un po’ riconsiderato. Forse non sono così formidabili, questi magistrati. Forse non sono così formidabili, queste istituzioni.

[continua domani]



Native | 25/04/2026
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