Cosa c'è che non va nella testa dei no-vax?
Qualche giorno fa è uscito sul New York Times un articolo che metteva in relazione le credenze fortemente radicate sulla medicina tradizionale e gli atteggiamenti anti-Covid nella provincia autonoma di Bolzano. L’inchiesta giornalistica conferma ciò che sappiamo da diversi studi fatti nelle scienze sociali che, come al solito, sono ignorati da istituzioni e politica.
Il quadro che emerge piuttosto chiaramente è che i no-vax siano caratterizzati da un certo tipo di stile cognitivo nel valutare il rapporto tra uomo, natura e la sua salute. Questo modo di pensare tende all’essenzialismo, vale a dire al mantenere una immaginata purezza e ‘naturalità’ dell’uomo.
Negli anni passati abbiamo visto fiorire movimenti e credenze sul ritorno alla natura, spesso basati su una versione idealizzata di cosa fosse la vita in condizioni pre-moderne, che cercano di dare identità e sollievo esistenziale alle persone che ascrivono a questo modo di pensare. A questo si aggiunge la contrapposizione infondata tra scienza e sapere scientifico e natura.
La valutazione dei rischi e dell’impatto di un qualcosa come il Covid-19 è elaborato soprattutto in modo intuitivo ed emotivo. Persone con questo stile di pensiero sono presenti tra tutti i strati socio-economici della popolazione e non sono, quindi, legati a particolari caratteristiche demografiche.
Al di là dei processi che interessano il singolo individuo, le dinamiche sociali di questi gruppi tendono a rafforzare queste identità e renderle separate dal resto, impermeabili dall’esterno.
Le tradizionali strategie di intervento come le campagne di sensibilizzazione sono inefficaci perché agiscono sul mero fronte di fornire informazioni adatte ad uno stile di pensiero che è loro alieno e che vengono prontamente ignorate in modo selettivo, ci si informa soltanto tra individui che la pensano in modo uguale.
di Giuseppe A. Veltri (Pubblicato su Domani, 22 dicembre 2021)
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