Messina Denaro, l'arresto del medico Tumbarello e il "silenzio assordante" della comunità di Campobello
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Fiancheggiatori, ma anche tanti indifferenti. Un “silenzio assordante” di una comunità. Quella di Campobello di Mazara, dove negli ultimi anni si è nascosto, ma neanche tanto, Matteo Messina Denaro. E ora, anche il medico del boss è finito in manette.
I carabinieri del Ros, infatti, hanno arrestato Alfonso Tumbarello, il medico di Campobello di Mazara accusato di aver curato per anni Matteo Messina Denaro durante la latitanza.
I reati contestati al professionista sono concorso esterno in associazione mafiosa e falso ideologico. Il medico, ex massone, avrebbe firmato 137 ricette a nome di Andrea Bonafede, ma destinate a Messina Denaro permettendogli praticamente di curarsi e girare liberamente tra le strutture sanitarie di mezza Sicilia.Interrogato sui suoi rapporti con il boss, avrebbe dichiarato: "Non sapevo nulla. Per me lui era il signor Bonafede".
In manette è finito anche Andrea Bonafede, cugino e omonimo del geometra che ha prestato l'identità al padrino e ha acquistato per suo conto la casa in cui il boss ha trascorso gli ultimi mesi.
A lui i pm contestano il favoreggiamento e la procurata inosservanza di pena aggravati dall'aver favorito Cosa nostra.
Ma quello che colpisce in queste ore sono le parole del procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Guido, che certifica qualcosa che si era percepito in queste settimane di indagini sulla latitanza di Messina Denaro e su Campobello di Mazara.
"Tutte le indagini ancora in pienissimo e frenetico svolgimento sulla ricostruzione delle fasi che hanno preceduto la cattura di Messina Denaro hanno innanzitutto offerto uno spaccato dell'assordante silenzio dell'intera comunità di Campobello di Mazara che, evidentemente con diversi livelli di compiacenza omertosa, paura, o addirittura complicità, ha consentito impunemente al pericoloso stragista ricercato in tutto il mondo di affrontare almeno negli ultimi due anni cure mediche e delicatissimi interventi chirurgici in totale libertà".
Scrive il magistrato nella richiesta di arresto del medico di Messina Denaro.
"I primi accertamenti svolti con tempestività dalla polizia giudiziaria - commenta il Pm - hanno svelato un inquietante reticolo di connivenze e complicità in diversi luoghi e in svariati ambiti professionali (a cominciare da quello medico - sanitario), reticolo sul quale sarà necessario proseguire le investigazioni che doverosamente dovranno condurre a individuare e perseguire, se sussistenti, tutte le condotte integranti possibili profili di responsabilità penale".
Intanto resta in carcere con l'accusa di associazione mafiosa e procurata inosservanza di pena aggravata il geometra Andrea Bonafede che ha prestato l'identità al boss Matteo Messina Denaro e ha acquistato per suo conto la casa in cui il padrino ha trascorso gli ultimi mesi della latitanza.
Lo ha deciso il tribunale del Riesame che ha respinto il ricorso contro la misura cautelare presentato dal legale dell'indagato.
L'accusa era rappresentata dal pm Piero Padova.
Il suo legale aveva sostenuto davanti ai giudici che Bonafede avrebbe assecondato le richieste del capomafia per paura, ma ha negato che il boss abbia esplicitamente minacciato il suo assistito. Una sorte di timore reverenziale, dunque, che derivava dal rilievo criminale del boss. L'avvocato ha raccontato inoltre che il geometra e il padrino si conoscevano da ragazzi e si sarebbero rivisti due anni fa. Casualmente, allora, Messina Denaro avrebbe chiesto aiuto a Bonafede che, dunque, non nega di avere sempre saputo chi era il suo interlocutore. Il legale ha inoltre detto che il capomafia, ormai certo di avere i giorni contati, si muoveva con una certa libertà in paese e che, sapendo di essere gravemente malato, aveva ridotto il livello di cautela sempre avuto. Argomentazioni che, secondo il pm Piero Padova sarebbero illogiche . Da cosa sarebbe derivato il timore visto che non c'erano state minacce esplicite? - ha replicato - e soprattutto visto che il latitante ormai certo di morire non era più, a dire dello stesso legale, il padrino di un tempo. Inoltre lo stato di necessità, per l'accusa, mal si concilia con una condizione che si è protratta per due anni.
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