Il carabiniere Filippo Salvi morto nel dirupo, "senza strumenti minimi per la sicurezza"
La cattura di Matteo Messina Denaro è stata dedicata a Filippo Salvi. Una piazza di Sedrina, il suo paese natale nel bergamasco porta il suo nome e ad Aspra, la località di Bagheria in cui morì ad appena 36 anni c’è una targa che lo ricorda.
Un paio di giorni fa, in occasione del 209esimo anniversario della fondazione dell’Arma dei carabinieri, alla mamma di Salvi, Lorenzina Vitali, è stata consegnata la medaglia d’oro al Valore dell’Arma “alla memoria”. Ad appuntargliela sul petto, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, accompagnata dal ministro Crosetto.
Il maresciallo Filippo Salvi, apparteneva alla Crimor di Palermo, l’unità militare combattente dei Ros contro la criminalità organizzata ed il suo nome di battaglia era “Ram”, date le sue competenze informatiche. Il 12 luglio 2007, morì dopo essere precipitato in un dirupo, mentre stava installando una telecamera a Monte Catalfano, tra Aspra e Mongerbino, nell’ambito della caccia a Matteo Messina Denaro.
Pochi si sono chiesti quali fossero le condizioni di sicurezza per quelle delicate attività di monitoraggio a distanza, con i teleobiettivi. E la parola “disgrazia” è praticamente diventata l’unica sintesi di quel giorno maledetto sul monte Catalfano.
“Su quella montagna c’ho lavorato per 15 giorni, assieme ad altri colleghi, dormendo lì, senza sosta alcuna, denunciando la mancanza degli strumenti minimi per la sicurezza, poi Filippo mi aveva dato il cambio e quello era il suo primo giorno lì”. A ricordarlo, nel libro del giornalista Marco Bova “Matteo Messina Denaro, latitante di Stato”, è Giuseppe Barcellona, amico e collega di Salvi. Sarà lui a coordinare il difficile recupero del cadavere, chiedendo aiuto a degli alpinisti e calandosi nel burrone personalmente per imbragarlo e trasportarlo in un’area più accessibile.
Il 16 aprile del 2019 però Barcellona verrà addirittura arrestato dalla DDA di Palermo, insieme ad un tenente colonnello dei carabinieri, Marco Alfio Zappalà, applicato alla DIA di Caltanissetta, e ad Antonio Vaccarino (ex sindaco di Castelvetrano). Le accuse per i militari sono di accesso abusivo a un sistema informatico e rivelazione di notizie coperte dal segreto d’ufficio. Barcellona, che all’epoca era in servizio al Norm, addetto alle trascrizioni delle intercettazioni, ne aveva fotografato una e l’aveva inviata al tenente colonnello Zappalà, che anni prima era stato un suo superiore diretto.
Insomma, una leggerezza che lo costringerà a patteggiare una pena di un anno.
Zappalà invece verrà condannato definitivamente a quattro anni, mentre Vaccarino a sei, morendo in carcere. Questi screenshot erano finiti proprio all’ex sindaco, che era stato accusato di favoreggiamento, aggravato dall’aver agevolato Cosa nostra, perché a sua volta li aveva condivisi con Vincenzo Santangelo, che negli anni ’90 era stato condannato per mafia. Una vicenda complicata, della quale abbiamo fatto diversi approfondimenti, manifestando alcuni dubbi, rimasti tali anche dopo le condanne.
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