In prigione, in prigione! E che ti serva da lezione!
In prigione, in prigione e che ti serva da lezione è il ritornello (o refrain per chi ama gli inglesismi) di una canzone di Eduardo Bennato, una denuncia sociale nei confronti di un sistema giudiziario corrotto che non esita a condannare gli innocenti rei di essersi ribellati a un sistema che non condividono. Per fortuna nel sistema giudiziario italiano i corrotti non sono tantissimi, e anzi alcuni si spendono per migliorare le cose. Ma non è questo l'argomento che intendo trattare. Piuttosto la prigione, il carcere in quanto istituzione visibilmente in sofferenza, per usare un eufemismo.
Sono entrata e uscita dal carcere ogni settimana, per cinque mesi: posso dire la mia, perché ho conosciuto questa realtà, almeno quella in cui sono stata e che peraltro non è neppure un brutto esempio, una struttura che ospita una sessantina di detenuti, ma con una peculiarità precisa, solo detenuti protetti, sex offenders.
Un progetto di rieducazione attraverso l'arte performativa teatrale: quattordici detenuti hanno portato in scena una parodia delle opere più note di Shakespeare, lo spettacolo di fine laboratorio si è tenuto il 3 ottobre scorso all'interno della struttura carceraria, ad applaudirli in piedi un pubblico selezionato di autorità giudiziarie e religiose, una delle tante recensioni la potete leggere qui, a scriverla il Direttore di questa testata.
Dopo questa esperienza ho sentito forte la necessità di approfondire la questione carceraria, succede quando i detenuti non sono più solo un numero statistico, ma hanno, come nel mio caso, nomi e volti.
Il lavoro di ricerca e studio sull'argomento mi ha fatto approfondire diversi aspetti confortati da numeri e evidenze che tutti conosciamo, ma che pochi hanno il coraggio di portare nel dibattito pubblico.
E non è vero che chi lo fa dimentica le vittime, direi piuttosto che a muovere quanti lo fanno è proprio la volontà di abbattere il numero di vittime in un futuro prossimo.
Abolire il carcere, è il titolo di un libro che racconta le cose per come stanno, e lo fa bene, senza provocazioni, nonostante il titolo possa lasciarlo intendere. Chiarisce e sviscera i motivi per cui sarebbe necessaria una riforma del sistema carcerario. La prigione, così com'è ora non funziona. Aumenta la pericolosità di tutti coloro che vi transitano e che diventano a loro volta moltiplicatori irreversibili e potenziali della violenza ricevuta.
Precisiamo subito che tale proposta non contemplerebbe, in alcun modo, quanti si sono macchiati di crimini contro la persona o altri altrettanto spregevoli.
Abolire il carcere sarebbe un'ipotesi realistica e a lungo termine, illuminata da principi costituzionali che non possono continuare a essere disattesi. Il ragionamento parte dai dati statistici: il 70 per cento di quanti scontano la pena in cella tornano a delinquere. Si ipotizza un percorso lento che porti a considerare la cella chiusa come extrema ratio, ipotesi residuale. Ossia quella percentuale di soggetti socialmente pericolosi, indicata dalla stessa amministrazione penitenziaria pari al 10 per cento dell'attuale popolazione totale detenuta, per essere più chiari degli attuali 59 mila detenuti, solo 6 mila dovrebbero restare in carcere, va da sé che con una popolazione così ridotta si potrebbe davvero parlare di rieducazione mirata, personalizzata. Si consideri che attualmente la media indica che uno psicologo visita un detenuto una volta ogni dodici mesi. Il volume contiene una parte propositiva, dieci punti che indicano suggerimenti alternativi alla pena detentiva che attualmente interessano una piccola popolazione di detenuti, gli stessi però che riducono il rischio della recidiva al 20 per cento.
Il carcere dunque per come è oggi non solo è inutile, ma anche dannoso: costi, sovraffollamento (59 mila a fronte di una capienza di 51 mila), impossibilità di offrire seri percorsi rieducativi... ecco perché, leggendo questi dati, si comprende quanto sia necessario e urgente cambiare il sistema nell'interesse stesso della sicurezza dei cittadini. Un atto d'egoismo, se vogliamo, perché se non ci si occupa di loro quando sono in carcere, aiutandoli in un percorso di recupero rieducativo, saranno poi loro a occuparsi di noi quando torneranno liberi e ancor di più incattiviti dall'esperienza carceraria.
Difficilmente la politica prenderà in considerazione questa ipotesi di riforma, in Italia vince il sentimento della vendetta nei confronti di chi ha sbagliato, se non quella del buttare via la chiave, e la politica dei diritti non porta grandi consensi, men che mai in questo preciso momento storico.
Consigli per la lettura: Abolire il carcere di Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone, Federica Resta edizioni Chiarelettere e Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria.
Consigli per la visione, due film: Cesare deve morire dei fratelli Taviani e Grazie ragazzi di Antonio Albanese.
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