Vannacci e Salvini: la guerra dei Roses nel pollaio della Destra
di Katia Regina
Pare che a Sinistra abbiano fatto un mega ordine di popcorn; lo spettacolo si preannuncia avvincente: il divorzio tra Matteo Salvini e il Generale Vannacci. Se questo fosse un podcast, a questo punto partirebbe il refrain di C’eravamo tanto amati, o meglio ancora Era già tutto previsto di Cocciante. Succede quando un matrimonio si fa per interesse, ma non è solo per la dote che la storia è finita.
Due galli in un pollaio, si sa, non durano. Ma anche questa metafora non rende l’idea, perché qui la lotta non è una conseguenza naturale di un istinto, direi piuttosto un condizionamento culturale basato sul concetto di machismo inaugurato dal fondatore della Lega ei fu Nord. Ricordate lo slogan di Bossi? "Ce l'ho duro!". Ecco, la gara diciamo che è diventata una questione di primato muscolare a distanza, una rincorsa affannata a chi potesse vantare la maggior resistenza strutturale del proprio ego. Una sfida all'ultimo bicipite (o supposto tale), per decidere chi avesse il diritto di impugnare lo scettro della virilità padana, trasformando la politica in una misurazione costante di quel turgore identitario che tanto piace ai nostalgici della clava.
Oggi però la situazione è degenerata. La vera competizione tra i due sembra legata a questo slogan primordiale, un retaggio che colpisce quanti non perdono occasione per ricordare al mondo come stanno le cose: padre, madre, famiglia e figli legittimi (al massimo naturali). Loro stanno solo con i duri anche nella politica internazionale; il turgore è il loro totem, e tutto ciò che minaccia la cultura del respingimento diventa terreno di scontro a suon di decreti.
Eppure, tra un X MAS e un’invettiva contro i diversi, lo strappo si è consumato sul terreno più sacro: il portafoglio e l’ego. Pare infatti che a via Bellerio i nervi siano saltati quando il Generale ha iniziato a fatturare con i suoi libri più di quanto la Lega raccolga con le tessere, gestendo la sua popolarità come un'azienda privata e lasciando il Capitano a fare la figura del caporale di giornata.
Sul Generale mi ero già espressa, accostandolo al brutale sergente di Full Metal Jacket. Ma oggi vorrei azzardare qualcosa di più suggestivo, ispirata da uno scatto che il Generale ha postato mostrandosi in una deliziosa vestaglietta da geisha. Dal cingolato al kimono è un attimo, basta un tramonto giusto e la voglia di sentirsi, finalmente, una farfalla.
Qui la letteratura clinica ci viene in aiuto con una cattiveria deliziosa. Esiste un concetto chiamato "mascolinità precaria" (Vandello & Bosson, 2013): l'idea che la virilità non sia un dato di fatto, ma uno stato ansioso che va riconfermato ogni mattina con un grugnito. Ma il vero capolavoro è la Formazione Reattiva di Anna Freud. In parole povere? Quando il tuo Io è terrorizzato da impulsi che non sa gestire — magari un'attrazione inconscia per tutto ciò che è morbido, delicato o "diverso" — la mente reagisce trasformando quel desiderio nel suo esatto opposto.
Più senti il bisogno di indossare il kimono, più scriverai libri contro i gay. Più la tua identità vacilla, più l'omofobia deve farsi teatrale, rumorosa, quasi ossessiva. È un’armatura di latta necessaria a proteggere un cuore che, sotto la divisa, batte per Raffaella Carrà. È la difesa disperata di chi teme che, togliendo le mostrine, rimanga solo una splendida seta fiorita.
Sul machismo salviniano, invece, mancano argomenti seri. Avete presente il bau bau della Montaruli? Ecco, siamo da quelle parti. La cosa più virile che Matteo mostra sono i gesti scomposti delle mani mentre accompagna discorsi disarticolati, cercando di inseguire un Generale che ormai corre da solo verso l'estrema destra internazionale.
Alla fine, la più testosteronata del gruppo resta lei: la donna, madre, cristiana. Il che spiegherebbe il suo sconcerto nel sapere che qualcuno ha dipinto il suo volto al posto di quello di un angelo in una chiesa: passare da capo a cherubino deve essere stato un declassamento intollerabile per la sua immagine di dura.
E mentre vanno in onda gli episodi di questo Divorzio all'italiana, il Paese frana. Si sgretola insieme alla speranza di vedere l'opposizione posare i popcorn e mettersi al lavoro per ridare dignità a chi è stanco di queste serie televisive prodotte con i soldi dei contribuenti.
Consigli per la lettura: Il deserto dei Tartari di Buzzati, l'atmosfera da caserma non manca e neppure l'assurdità del comando, e poi come dire... il deserto si avverte e pure la presenza di Tartari nella sua accezione moderna.
Consigli per la visione: La canzone di Luca e Paolo per Vannacci.
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